Il mestiere di sopravvivere: Prepping e Survivalismo spiegati dal DPI

La “sindrome da bottone rosso“, quella paranoia nucleare che ha accompagnato il mondo per tutta la Guerra Fredda, di certo non è scomparsa col crollo dell’Unione Sovietica. Ancora oggi, ogni volta che i mass media riferiscono di tensioni in Crimea o di test balistici nord-coreani, lo spettro dell’annientamento atomico torna a far paura.

Per tale ragione (e non solo) moltissime persone, soprattutto negli Stati Uniti, si preparano da numerosi anni ad affrontare ciò che comunemente chiamiamo Apocalisse.
Gli obiettivi principali sull’agenda di questi uomini e donne, di solito, sono due.
Prepararsi (a tutto) e sopravvivere.

Che si tratti di crisi economiche, olocausti nucleari, guerre o rivoluzioni armate, le discipline che si occupano di gestire questi disastri sono due: il Prepping e il Survivalismo. Spesso, tuttavia, i termini che abbiamo appena citato vengono erroneamente considerati sinonimi.

L’ambiguità lessicale, purtroppo, è causa di un duplice problema: da un lato, essa crea disinformazione nei lettori e, dall’altro, è a sua volta colpevole di alimentare la già triste fama di cui preppers e survivalisti godono nel nostro paese (soprattutto a causa del tasso elevato di militarizzazione di questi gruppi negli USA).

Per sfatare alcuni miti che circondano preppers e survivalisti – tutt’altro che novelli Mad Max allo sbando tra le rovine del vecchio mondo – oggi proponiamo ai lettori del blog un’intervista rilasciataci dal direttivo della Divisione Prepper Italia, un comitato impegnato da diversi anni nel campo della sopravvivenza e con esperienze di supporto diretto in scenari ad alto rischio.

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Costruito nel 1961 dall’amministrazione Kennedy e ora museo, il bunker di Peanut Island (Florida) avrebbe dovuto ospitare il governo federale USA in caso di olocausto atomico.

1) “Buongiorno, signori, e innanzitutto grazie del vostro tempo. Come spesso accade, Survivalismo e Prepping vengono confusi sul piano semantico. Chiarireste questa fondamentale differenza ai nostri lettori?

DPI: “Buongiorno a lei. Bene, partiamo subito da questo. Prepping e Survivalismo sono solo parenti, ma ovviamente non la stessa cosa. Anzi, sono forse più le cose che li differenziano da quelle che li accomunano. Gli assunti sono diversi, così come le idee di base e le prospettive. Anche il “dove” è diverso. Chi fa Survival punta a risolvere la propria situazione di pericolo reale entro 3 giorni, mentre chi fa Prepping si prepara ad un cambiamento della propria qualità di vita che potrebbe anche non vedere alcuna risoluzione a breve termine. Se l’evento d’emergenza fosse una malattia, allora il Prepping sarebbe affine alle pratiche di prevenzione, mentre il Survival agli antibiotici. Uno dei nostri articoli spiega molto bene queste differenze, nel caso foste interessati.”

2) Il Survivalismo e il Prepping vengono spesso ignorati dai mass media. Credete che l’informazione pubblica (o lo Stato) debbano interessarsi in modo più costruttivo all’argomento? Secondo voi c’è necessità di implementare programmi di prevenzione ed educazione al rischio collettivo, così da sensibilizzare meglio la cittadinanza?

DPI: ovviamente a nostro avviso sì, dovrebbero entrambi, ma palesando la scarsa fiducia che molti di noi nutrono nei confronti dei metodi statali, verrebbe da rispondere “meglio di no”.

Da un lato, è doveroso che lo Stato renda i cittadini autonomi e capaci di provvedere a loro stessi, almeno per le prime 72 ore successive a un’emergenza, e che li sensibilizzi rispetto alla necessità di non restarsene in braghe di tela. È anche vero però [come dimostrano gli studi effettuati da G.F. Lanzara nel 1993 in “Le organizzazioni effimere in ambienti estremi”, ndr] che qualsiasi cosa passi per le maglie dello Stato diventi un arzigogolo di burocrazia. Quello che è lasciato in mano ai volontari, per nostra fortuna, funziona meglio.

Un ottimo esempio che potremmo fare è quello della Confederazione Elvetica.
In Svizzera, lo stato centrale sensibilizza la popolazione sull’argomento e le suggerisce di rendersi autonoma e responsabilizzarsi. In fin dei conti, non è diverso da ciò che facciamo noi. Situazioni analoghe si verificano anche in altri paesi, dove l’organizzazione e la gestione delle emergenze viene a volte lasciata in parte ai cittadini, raggruppati via via in comitati di quartiere o gruppi locali che “pensano a salvarsi da soli.

3) Quale sarebbe, secondo voi, una strategia comunicativa efficace per indurre i cittadini a considerare maggiormente l’universo del Prepping?

DPI: è un’ottima domanda, ma sinceramente non sapremmo rispondere. Il versante comunicativo è complicato. Da circa 5 anni stiamo tentando di diffondere al meglio l’idea di Prepping, ma è una strada in salita e spesso a mettersi di traverso sono proprio i media tradizionali, che rischiano di stravolgere il nostro messaggio perché mal si adatta ai tempi e alle modalità dei diversi format televisivi in circolazione. L’unica cosa che sappiamo con certezza è che la gente si presenta da noi spontaneamente in alcuni frangenti: dopo l’ennesima alluvione o terremoto, dopo un attentato terroristico, quando la crisi (questo fra il 2008 e il 2010) fa perdere posti di lavoro, o persino quando nasce un figlio.

4) Restiamo sul tema Emergenze.
Quali sono, in Italia, gli scenari a rischio statisticamente più probabili?

DPI: se parliamo seriamente di statistica, viene da sé che gli scenari più comuni siano quelli ordinari. Si va dagli incidenti d’auto agli interventi di primo soccorso. Sembra assurdo, ma la stragrande maggioranza degli italiani non ha l’adeguata preparazione minima per gestire tali eventi. Contrariamente a quanto propina la TV, per noi è importante considerare anche questi aspetti proprio perché hanno altissime probabilità di manifestarsi concretamente nella vita di tutti noi.
E’ per questa ragione che un buon prepper dovrebbe investire parte della sua preparazione anche nello studio di materie quali il BLS (basic life support) e il primo soccorso, piuttosto che su scenari forse più eclatanti ma improbabili.

Se poi pensiamo in ottica macroscopica, tra i rischi maggiori troviamo: il dissesto idrogeologico del territorio combinato con eventi atmosferici straordinari (ma ha ancora senso chiamarli così?); tensioni sociali e politico/economiche e loro risultanti sulla qualità della vita nel medio-lungo termine (disoccupazione, carenza di risorse basilari, pensioni improbabili, perdita del potere d’acquisto, scioperi e terrorismo).

5) Data la fama ambivalente del Prepping, è ragionevole supporre che abbiate dovuto affrontare anche dei detrattori. Quali sono le critiche che vi vengono mosse più di frequente, da chi e perchè?

DPI: Le critiche sono fondamentalmente le stesse da sempre. Negli anni però ci siamo accorti che buona parte di queste non prendono di mira i prepper in quanto tali, ma l’idea che ci si è fatti sui prepper, soprattutto a causa degli stereotipi televisivi. Esse provengono da persone non informate, vale a dire da chi ha solo “sentito dire“, e di conseguenza ricevuto info di terza o quarta mano, inevitabilmente errate o distorte. L’assurdo è che noi saremmo persino d’accordo con loro! Capita infatti che qualche neofita arrivi da noi con lo stesso bagaglio di disinformazione, e che vada quindi aggiornato e alleggerito dalle false convinzioni instillate da film e serie televisive – attraverso, ad esempio, un reality-check.

I critici si divino più o meno in queste macro-categorie: ci sono i negazionisti, quelli che si ostinano a ripetere “cosa vuoi che accada” o che noi “ci fasciamo la testa prima di romperla“; poi abbiamo i rassegnati, persone che pur ammettendo vi sia la possibilità che capiti un evento difficile da gestire, non credono che esistano reali chance di risolverlo, e quindi “mollano” a priori; esiste inoltre un sottogruppo di questi ultimi, i perfezionisti, che abbandonano qualsiasi piano di sopravvivenza perché “ci sarà sempre una variabile non considerata“. In ultimo spiccano poi i benaltristi, i deleganti (che pretendono un aiuto esterno, a prescindere) e gli speranzosi, che vivono seguendo la filosofia del “sì, alla fine ce la siamo sempre cavata. Andrà bene anche stavolta“.

6) Parliamo adesso dei vostri volontari. Durante le emergenze sul campo, che tipo di principio di autorità agisce in quei frangenti? Come riuscite a coordinare gli sforzi per raggiungere gli obiettivi necessari?

DPI: non si tratta di volontari “nostri”. Molti prepper sono anche volontari della Protezione Civile, della Croce Rossa o dei gruppi di radio-soccorso. Alcuni di loro occupano posizioni di rilievo negli organigrammi delle rispettive organizzazioni, non sono soccorritori semplici e dunque possono rappresentare una leadership efficace, anche in condizioni di autorità debole. Uno dei membri del nostro direttivo, Daniele Dal Canto, durante gli ultimi eventi sismici era a capo di una colonna con oltre 20 mezzi di soccorso. Non sappiamo dire quale sia il legame tra prepper e volontari, ma crediamo che il collegamento sia nella predisposizione a intervenire, ad aiutare e lasciare il segno. Desideriamo essere noi l’elemento risolutivo di una situazione critica, grazie ai valori di indipendenza, responsabilità e capacità.

7) Oltre a DPI, ci sono altri gruppi in Italia che si occupano di prepping? E se sì, in linea di massima, in che rapporti si trovano? O se volete, in che rapporti è DPI con le altre organizzazioni di prepping?

DPI: fino al 2015 non c’è stato nulla se non il nostro sito, fra l’altro sviluppato da zero, in modo autonomo. Non credevamo che la DPI potesse sorgere dalla costruzione di quel portale, ma alla fine è andata così. La DPI nasce su consiglio di Enzo Maolucci, presidente della FISSS. Ci ha conosciuto ad un nostro raduno e ci ha consigliato di fare qualcosa di più formale rispetto ad un gruppo di amici che si trovavano attorno al fuoco a volte, e in altre su di un sito. Da quel giorno ci siamo attrezzati per affrontare la burocrazia, fondando il nostro comitato.

Come spesso accade, i primi anni sono stati di assestamento: ci sono state persone che sono venute, altre che sono andate via – a malincuore o spontaneamente. Durante questo periodo, abbiamo saputo che gruppi più o meno piccoli si sono creati, scissi, spenti o riformati. Ci sono quindi altre realtà che trattano questo tema, ma non siamo in grado di dire quanti siano né come operino. Tuttavia, conosciamo i responsabili di alcune di loro, e in caso di problemi ci contattiamo a vicenda, anche per scambiarci informazioni. Rimaniamo comunque in buoni rapporti.

Bene, grazie ancora DPI per averci concesso quest’intervista e buona fortuna per il futuro.

DPI: grazie a voi.

Antonio Amodio

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