Carceri: tra rivolte italiane e il modello norvegiese

In questi giorni l’Italia ha dovuto gestire un’emergenza nell’emergenza: si è sentito infatti molto parlare di carceri nel nostro paese, in particolare delle rivolte avvenute in seguito all’emergenza Coronavirus.
Da sabato 7 Marzo infatti in più di venti carceri italiani (tra cui spiccano Foggia, Milano e Modena), sono avvenute proteste e rivolte da parte dei detenuti. Questa situazione ha portato alla morte in totale di dieci detenuti (a quanto pare, morti in seguito ad un’overdose da farmaci rubati). A Foggia invece sono riusciti ad evadere una settantina di persone, la maggior parte però poi è stata ritrovata dalle autorità. Le rivolte hanno prodotto anche decine di feriti (tra cui poliziotti).

L’esplosione di queste proteste è solo la punta di un iceberg più profondo. Le carceri italiane sono caratterizzate da problematiche e situazioni di disagio già da decenni. Per quanto riguarda il coronavirus, il primo fattore che porta agitazione è la paura del contagio, la paura e il caos dati dalle cosiddette “voci di corridoio” riguardo a provvedimenti più aspri e di più lunga durata; in secondo luogo il modo in cui le autorità carcerarie hanno deciso di contenerlo, ossia tramite la sospensione di permessi premio, del regime di semilibertà e l’interruzione di colloqui con le famiglie fino al 22 marzo (misure controbilanciate con la possibilità di telefonate e videochiamate lì dove il carcere è in grado di garantirle).
Che cosa però ha scatenato in maniera così violenta e incontrollabile la rabbia dei detenuti?
Sicuramente il pensiero che fosse l’ennesima limitazione dei diritti (visto che il contagio potrebbe avvenire anche tramite operatori e polizia che in carcere continua ad andare); inoltre per il fatto che mentre molte persone possono continuare ad andare a lavoro oppure attuare lo smartworking, a loro sono state sospese tutte le attività lavorative (per esempio all’interno di cooperative), che prevedevano la loro uscita.
Ma vi sono anche motivazioni meno recenti, prendendo il caso del carcere di Milano “San Vittore”, vengono richieste migliori condizioni di vita, poiché in molti casi vi sono condizioni di sovraffollamento e strutture molto datate.
Diversamente da Milano, a Foggia si fa sempre più strada l’ipotesi di un ruolo della mafia locale a cui appartengono tre di coloro che sono riusciti ad evadere (situazione che la magistratura provvederà ad accertare).

Tutto ciò ha avuto come conseguenza una situazione di ulteriore peggioramento nelle carceri; tutta la situazione potrebbe aver avuto un esito diverso se fin da subito le informazioni fossero arrivate chiare, facendo capire ai detenuti che sarebbero state prese misure non per punirli o per limitare i loro diritti, ma per preservare la loro salute, e che la situazione sarebbe stata solo momentanea. Serve maggior dialogo diretto, poiché il sentito dire e/o le informazioni non certe scatenano psicosi, soprattutto in luoghi dove è difficile mantenere le distanze l’uno dall’altro e dove il livello d’igiene non è ottimale.
In ogni caso, che siano motivazioni più recenti o datate, hanno trovato un ottimo terreno per unirsi ed “esplodere”, all’interno di un sistema che era già in crisi.

Quanto successo in Italia nei giorni scorsi mi ha spinta ad approfondire il tema e a chiedermi come dovrebbero cambiare le cose. Quali altri modelli applicare? Spunti interessanti sono arrivati osservando la Norvegia.

Il riferimento è al sistema penitenziario norvegese, dove il primo scopo è quello di preparare i detenuti al reinserimento sociale nel miglior dei modi (ed avere un tasso di recidiva basso), attraverso un percorso di crescita, consapevolezza e responsabilità. Il loro obiettivo è quello di lavorare assieme alle persone, che una volta libere saranno in grado di dare il loro contributo per il benessere della società intera; il clima non è assolutamente quello di vendetta nei loro confronti per i reati che hanno commesso.

In particolare si parla del carcere di Halden (comune situato nella contea di Østfold) il quale si presenta recintato da un muro di circa nove metri di altezza ma senza filo spinato o reti elettrificate; ogni detenuto ha una propria camera che comprende una doccia privata. Durante i pasti mangiano addirittura assieme alle guardie. I detenuti prendono parte a lezioni di yoga, disciplina voluta proprio per la capacità di rilassare e tranquillizzare.

Ogni giorno dopo colazione ognuno svolge la propria attività lavorativa, sorvegliati in modo discreto dalle guardie che non fanno pesare la loro presenza, andando a contribuire alla creazione di un clima più sereno e rilassato. Hanno inoltre l’opportunità di seguire corsi di formazione inerenti al lavoro che sognano di poter fare una volta usciti. A studiare, inoltre, non sono soltanto i detenuti, poiché per lavorare come guardia è necessario studiare dai due ai tre anni, materie che spaziano dall’inglese a metodologie didattiche.

L’interno non è proprio come ci si può aspettare da un classico carcere, non troviamo rivestimenti in cemento, ma legno e mattoni, grandi vetrate e corridoi bianchi, arredamenti simili a quelli che si potrebbero trovare in qualsiasi abitazione. I detenuti sono divisi in sezioni da dieci ed ogni sezione è dotata di  una cucina che fa anche da sala, fornita di televisore e vari svaghi come tastiere e chitarre. Sono presenti inoltre una biblioteca e due palestre.
A disposizione si trovano spazi dedicati a bambini e famiglie, anche un’area aperta con una zona verde dotata di barbecue, infatti per i detenuti più meritevoli è previsto come premio l’invito della propria famiglia che può rimanere all’interno della struttura anche per due o tre giorni.
Non sono presenti sbarre né sulle pareti né alle finestre; la sicurezza è garantita attraverso l’uso di vetri antisfondamento, muri esterni di cemento e grazie all’utilizzo di una rete di sorveglianza.
Questo sistema, come ogni centro di detenzione, mira a togliere la libertà che ogni persona ha, per punirla della sua colpa, tenendo sempre in considerazione che sono persone.

Valutando l’insieme, è opportuno fare delle valutazioni sul perché questo sistema in Norvegia funzioni così bene e sui motivi invece per i quali in altri stati come l’Italia, non è detto che una volta attuato si abbiano gli stessi risultati.
Innanzitutto la Norvegia si estende su circa 300.000 km quadrati ma ha una bassa densità di popolazione (circa 5 milioni e mezzo di abitanti).
Inoltre, i redditi dei cittadini sono molto superiori rispetto alla media europea, portano quindi ad avere un alto tenore di vita; le politiche sono più facilmente attuabili appunto per le infinite risorse di cui il paese dispone, che può investire la quantità di denaro in azioni più ampie e diversificate come può essere la costruzione di un carcere di questo tipo.

Considerando però tutti i fatti recenti avvenuti in Italia, una riflessione sorge spontanea. Anche se come già detto non abbiamo la stessa situazione di uno stato come la Norvegia, siamo così certi che non ci sia davvero nulla da fare per apportare qualche cambiamento al nostro sistema carcerario? Forse è arrivato il momento adeguato per rivederlo e magari prendere in considerazione qualche input dal sistema norvegese.

Alessia Vivian

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