Erasmus e Coronavirus: l’esperienza di Alessandro

Alessandro è uno studente del secondo anno di Comunicazione Pubblica e d’Impresa, ha 24 anni ed è uno dei tanti studenti italiani in Erasmus che ha dovuto interrompere la propria esperienza a causa dell’emergenza Coronavirus. Insieme a lui andiamo a Praga: mettetevi comodi e partiamo alla scoperta di una testimonianza che di ordinario ha ben poco!

Ciao Alessandro, purtroppo sei dovuto rientrare in Italia a causa dell’emergenza dovuta al Coronavirus. Quali sono stati i tuoi primi pensieri o paure?

Allora, inizialmente là i casi di Coronavirus erano molto meno rispetto all’Italia. Ci sono state due o tre settimane nelle quali in Italia era già stata annunciata l’emergenza, mentre a Praga si continuava ad andare all’università, alle feste nei pub, insomma tutto era aperto. Dopo due settimane dall’inizio dell’emergenza in Italia, si sono iniziati a verificare i primi casi, poche decine. Il Governo a quel punto, vedendo gli errori italiani, ha iniziato ad attuare le misure per limitare i contagi. Il primo giorno sono state chiuse le Università e gli eventi più numerosi, poi nei due giorni successivi le ordinanze sono cambiate e molte attività hanno iniziato a chiudere ed è stato dichiarato lo stato d’emergenza per un mese. Prima di quel momento, sinceramente, non avevo pensato minimamente alla possibilità di tornare a casa, perché un po’ ingenuamente pensavo che là il virus non sarebbe arrivato, ovviamente poi non è stato così. Da quel momento mi sono iniziato a preoccupare e ho pensato “io qua cosa rimango a fare?”. Immaginavo la mia quarantena nel dormitorio, in una stanza piccola, con un’altra persona, stare lì tutto il giorno… Insomma, sarei impazzito! Non avrebbe avuto senso rimanere lì un mese senza nemmeno poter andare all’università o potersi muovere dal dormitorio. Era una struttura fuori dal centro e per qualsiasi spostamento avrei dovuto prendere vari mezzi pubblici, una delle cose più sconsigliate durante questa emergenza sanitaria. La prima cosa che ho fatto è stata sentire gli altri ragazzi italiani e tutti esprimevamo le stesse perplessità. Sentendo le notizie da casa, sapevamo come sarebbe andata. Invece, tutti gli altri ragazzi non erano preoccupati per niente, anzi, alcuni erano contenti perché dicevano di essere in vacanza. Noi italiani abbiamo chiamato l’Ambasciata, che ci ha consigliato di tornare a casa il più in fretta possibile, soprattutto per l’instabilità della situazione e la chiusura delle frontiere. Ho preso subito un volo last minute per il giorno dopo, che per fortuna era semivuoto e sono tornato in Italia. Un viaggio lungo, però tranquillo.

A Praga ti sei mai sentito giudicato perché italiano e di conseguenza etichettato come “pericoloso”?

All’inizio per niente perché noi italiani siamo visti bene in Repubblica Ceca e siamo considerati simpatici. Però da quando sono emersi i primi contagi, le cose sono cambiate. Le persone coinvolte erano tutte di nazionalità italiana: chi in Repubblica Ceca per motivi personali, chi era andato per motivi di studio. A quel punto i media cechi divulgavano una notizia in particolare: “Dall’Italia è arrivato il coronavirus in Repubblica Ceca”. All’università un professore in particolare mi faceva molte domande, perché curioso, ma senza alcuna malizia. Invece, una sera in un pub, mentre ordinavo da bere con un mio amico, mi è stato chiesto da dove venissi e a quel punto tutti hanno iniziato a dire “Ah Italia, Coronavirus!”. Non erano spaventati, ridevano, ma erano comunque vere e proprie frecciatine. I primi ad essere stati additati come untori erano i cinesi, là invece eravamo noi italiani i portatori del virus.

Credi di poter tornare lì dopo tutto questo e terminare la tua esperienza?

Sì, a me piacerebbe e i miei piani sono quelli. Spero di fare anche solo un ultimo mese. Gli esami volendo potrei farli da casa, mettendomi d’accordo con i professori. Però a me piacerebbe tornare là perché la città è molto bella, mi stavo ambientando, vorrei finire con calma gli esami e soprattutto ritrovare le persone conosciute. L’Università di Bologna mi ha dato tre opzioni: tornare a casa e chiudere la mobilità, tornare a casa lasciando aperta la mobilità con l’obiettivo di ripartire oppure restare là e seguire le regole della Repubblica Ceca. Io opto per la seconda opzione, ma vedremo!

Nonostante tutto non possiamo non ricordare quanto l’Erasmus continui a rappresentare un sogno e un’esperienza importante per tanti studenti. Tu perché hai scelto di farlo?

Avevo già fatto questa esperienza anche durante la laurea triennale ed era stata bellissima. È una di quelle esperienze che ti porti dentro per sempre. Ho fatto domanda anche per l’ultimo anno di studi, perché sapevo che sarebbe stata l’ultima occasione per fare un’esperienza del genere. Sono stato ripescato e quando me l’hanno comunicato ho accettato subito! Sono sicuro che se non fossi partito, avrei avuto molti rimpianti. Bologna mi piace moltissimo, ma vivendo con i miei genitori e lavorando, volevo fare un’esperienza da studente a tempo pieno in un’altra città d’Europa.

Com’è andata la tua esperienza?

Stava andando bene diciamo. Mi ero ambientato quasi totalmente. Ho conosciuto tante persone di nazionalità diverse. È un’esperienza in cui impari a conoscere una nuova città e posti nuovi. Avendo già fatto un’esperienza così, non ero preoccupato di non ambientarmi, ma vale sempre un detto: “sai quello che lasci, ma non sai quello che trovi”. Anche se dispiace sempre lasciare casa, ragazza, amici e sport, so che quando si torna tutto torna com’era prima.

Hai scelto Praga per un motivo in particolare?

Avevo visto la città solo da turista per 3 o 4 giorni e mi era piaciuta molto. Poi ho conosciuto un ragazzo che qualche anno fa era stato in Erasmus lì e me ne aveva parlato molto bene. Mi sembrava una città che potesse offrirmi tanto. Si trovano sempre cose da fare, c’è tanto divertimento ed è anche economica e questo per noi studenti è sempre positivo. Dei costi bassi ti permettono di poter uscire, senza sentirti vincolato o in colpa e senza dover contare centesimo per centesimo.

Hai notato differenze tra l’Università ceca e quella italiana?

Sì, molte. Là i libri non fanno parte del tuo materiale di studio. O meglio, ogni settimana devi leggere documenti che sono parti di capitoli di vari libri. Non ci sono esami finali alla fine del semestre, ma durante i corsi periodicamente vengono programmati piccoli esami o paper da consegnare sulla lezione che verrà fatta la volta successiva. Quindi gli studenti arrivano già preparati. Anche le lezioni sono diverse: mentre il professore spiega, chiede opinioni e spesso iniziano dibattiti e discussioni. È molto interattivo come metodo. In quasi tutti i corsi un 20% del tuo voto finale è dato dalla partecipazione in aula. Le classi sono abbastanza piccole, formate dai 10 ai 30 studenti e quindi riesci facilmente a partecipare e questo ti aiuta nel formare un pensiero critico. Per alcune materie bisogna scrivere articoli per blog o articoli di giornale, montare video, fare fotografie, è bello!

Hai incontrato più studenti italiani o stranieri?

Diciamo che ho conosciuto sia italiani che stranieri. Con due o tre connazionali mi trovavo bene e uscivo spesso, però non eravamo mai solo italiani. C’erano ragazzi di tutte le nazionalità, molti tedeschi, molti del Nord Europa e meno spagnoli di quanto mi aspettassi.

Consiglieresti questa destinazione ad altri studenti che vogliono partecipare al progetto Erasmus+?

Sì, perché la Charles University è molto rinomata. Ti dà anche le possibilità di fare sport, come nuoto e basket e tanto altro in modo del tutto gratuito. La città è molto bella, nonostante il freddo, e offre attività per tutti i gusti e di ogni genere. Ogni sera puoi trovare concerti, eventi, conoscere persone, in più come ho detto prima non è troppo costosa. Se dovessi dire una pecca…la quantità di turisti in centro, ma comunque bellissima!

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