Come lo sticker di Greta dimostra che c’è ancora da combattere

“We recognize that is not enough to apologize for the image associated with our company logo on the decals that circulated last week. This does not reflect the values of this company or our employees, and we deeply regret the pain we may have caused”.

Con queste semplici e generiche parole l’azienda X-site Energy Services commenta ciò che ha fatto. Perché, d’altronde, basta un misero atto di contrizione come questo per risolvere la situazione.

Qualche giorno fa, l’azienda petrolifera canadese ha ben pensato di distribuire ai suoi operai uno sticker con il disegno di una ragazza che veniva sottomessa sessualmente, tirata per le sue lunghe trecce, e con un marchio impresso sulla schiena. Greta. E in un primo momento l’azienda si è giustificata, dicendo che si trattava di una persona maggiorenne, come se questo la rendesse adatta per essere usata, svilita, sacrificata, depredata. Solo in seguito alle critiche di alcune figure istituzionali canadesi e all’ondata social in cui questa ulteriore, ennesima, goccia di sessismo si è trasformata, la compagnia ha pubblicato sul sito la nota prima citata. Il sito dell’azienda ammette di aver peccato di irresponsabilità e che si impegnerà per adottare misure più sostenibili all’interno della propria area di azione.

Ma questo non ci deve bastare.

Ciò che hanno fatto a Greta Thunberg è la concretizzazione della visione fallocentrica e maschilista che domina ogni ambito della nostra vita: dal lavoro alla vita privata, dalla vita sociale alla routine casalinga. La X-Site Energy Service si è sentita legittimata – confermato poi questo atteggiamento anche nelle sue “scuse” – a utilizzare il corpo di una ragazza per indicare la sua sottomissione e attestare il suo ruolo di preda nella grande giungla in cui regna un solo essere: l’uomo. La stessa Greta, purtroppo, non è estranea ad altri insulti dello stesso becero livello: non molto tempo fa, fu fotografata una bambola gonfiabile con le sue fattezze, impiccata su un ponte a Roma. Evidentemente, nelle persone affette da questa bassezza mentale l’unico modo per certificare la loro superiorità è entrare nella sfera sessuale, dove nel loro immaginario è giustificata la supremazia e la sottomissione del corpo-oggetto della donna. Approvati da una silenziosa condiscendenza sociale, gli uomini di X-Site Energy Services hanno potuto commettere questo atto subdolo e vile.

Scarpe da donna e da uomo una contro l'altra

Anche qui in Italia non sono mancate le campagne sessiste da parte di grandi imprese o enti regionali. Indimenticabile è la campagna di una marca di olio per auto, che sui manifesti affissi a Milano ha utilizzato la foto di una donna in lingerie per pubblicizzare i lubrificanti e i chimici per autotrazione, come recita la scritta sul cartellone. A Ragusa, invece, per lanciare sul mercato un nuovo scooter, l’azienda ha affisso dei cartelloni con una donna seminuda di schiena e una scritta che recitava “Vienimi dietro, sono elettrica”. La Regione Sicilia, invece, per sensibilizzare sul problema dell’abuso di alcool, ha pubblicato un’immagine rappresentante il disegno di una donna i cui seni erano sostituiti da due calici di vino e una frase: “Quali sono le dosi giuste di alcol per una donna?”. Rimuoverla dal sito non è bastato per sfuggire alle giuste accuse di sessismo che sono piovute su una figura che dovrebbe promuovere la parità di genere e non scoraggiarla. Trenitalia non poteva non essere nominata in questo elenco: si riesce ancora a sentire il profumo delle caramelle che la compagnia di trasporti regalava in occasione della festa della donna alle clienti che sceglievano di viaggiare in Frecciarossa in classe Executive. Era esattamente un anno fa e quella caramella ancora non l’abbiamo digerita.

Oggi, un anno dopo, vediamo come ancora ci sia bisogno di combattere per i diritti che ci appartengono. La gravità del gender gap risiede proprio nella facilità e leggerezza con cui delle compagnie con un largo bacino di utenza hanno effettuato queste scelte, fomentando il sistema marcio che governa la società e trasportando la loro mentalità sulla pubblica piazza, dove la gogna è rappresentata dai social ma non da azioni concrete. L’indignazione scaturita sul web, infatti, non è sufficiente a promuovere comportamenti volti alla riduzione di una differenza di genere che ancora non si vuole vedere. Fin quando, infatti, ci sarà chi millanta che la parità di genere è stata raggiunta, non faremo altro che rincorrere la tartaruga come un fiero ma sconfitto Achille. E pubblicità e campagne del genere continuano a porre ostacoli sulla nostra strada. Sottovalutare il loro impatto sull’educazione di genere è un errore da non commettere: secondo il rapporto del Parlamento Europeo Women and Girls as Subjects of Media’s Attention and Advertisement Campaigns: the Situation in Europe, Best Practices and Legislations 2013, è innegabile che vi sia una correlazione tra la pubblicità che sfruttano immagini discriminatorie e il livello di parità di genere. La funzione che la pubblicità ricopre sul piano economico non può prescindere dalla sensibilità e dal grado potenziale di educazione dell’utenza che ne usufruisce: sfornare manifesti, cartelloni, sticker che incentivano una visione così sprezzante e svilente della donna non farà mai crescere una società che, invece, ne ha un bisogno improrogabile.

Fortunatamente, l’AgCom, il garante per le comunicazioni in Italia, si è mosso in questo senso e nel 2019 ha approvato un nuovo regolamento contenente dei comportamenti per evitare messaggi che inducano all’aggressività o alla discriminazione. In questi consigli, rientrano anche misure per contrastare l’hate speech sui social network, tenendo a bada i leoni da tastiera. Questa normativizzazione ha portato, ad esempio, al sanzionamento di una pubblicità sessista a Rimini, che affermava che la carne non è tutta uguale, con due foto dimostrative: da un lato dei glutei meno tonici di quelli della foto affianco. Con questi passi, con un’attenzione sempre più specifica alle discriminazioni di genere e con una lotta contro le campagne pubblicitarie sessiste, si può sperare in un mondo migliore dove le aziende come X-Site Energy Services non dovranno accampare scuse insulse ma prenderanno una posizione netta a favore di questa battaglia.

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