Cittadinanza, istituzioni e partecipazione politica: un seminario per saperne di più

Giovedì 20 febbraio, presso l’aula Galvani dell’Accademia delle Scienze di Bologna, si è tenuto il seminario  “Cittadinanza, istituzioni e partecipazione off-line e on-line”. L’incontro fa parte di una serie di eventi organizzati dall’Alma Mater per discutere del problema della continua ridefinizione delle molteplici identità che caratterizzano tutti i cittadini al giorno d’oggi. La rassegna, dal titolo ISA Topic 2019. Identità: una nessuna, centomila, prende il nome dall’opera principe che tratta questo tema: Uno, Nessuno, Centomila di Pirandello

L’incontro è stato moderato dai docenti Marina Caporale (Università di Bologna, Università Telematica Leonardo da Vinci) e Daniele Donati (Università di Bologna), mentre a discutere sono stati chiamati Fulvio Cortese (Università di Trento), Nadia Urbinati (Columbia University) e Augusto Valeriani (Università di Bologna). 

Dopo una breve introduzione, il seminario è entrato nel vivo con l’intervento del Professor Cortese, docente di Giurisprudenza ed esperto di diritto amministrativo e pubblica amministrazione, che ha da subito sottolineato la molteplicità di cittadinanze che esistono oggi: il cittadino non è più solo cittadino, ma cambia in base al contesto in cui si trova. Cittadino italiano, cittadino europeo, cittadino del mondo. La somma di tutte le cittadinanze odierne sembrava inizialmente avere solo connotati positivi, l’impressione era infatti quella di aver semplicemente aggiunto pezzi, l’uno sull’altro. Col passare del tempo però questo meccanismo accomulativo ha mostrato il suo lato negativo: si ha una perdita di unità in favore di una molteplicità che può renderci schizofrenici. L’elevato numero di cittadinanze e di identità costringe l’individuo a pensare come se fosse tante persone diverse, in base al contesto del quale si trova, trasformando l’arricchimento iniziale dato da questa pluralità in un peso difficilmente gestibile. 

Questo cambiamento si ripercuote anche sulla cittadinanza attiva, che per definizione prevede che l’individuo decida di contribuire alla realizzazione di attività condivise nella comunità. Con l’avvento del digitale, il cittadino può presentare le sue idee per la collettività direttamente su apposite piattaforme fornite dalle pubbliche amministrazioni, facendo così sparire quella dimensione di condivisione iniziale del progetto che caratterizzava la cittadinanza attiva. Secondo Cortese quindi le piattaforme esaltano la divisione, perché si condivide on-line ma non off-line. Per supportare questa sua affermazione il Professore ci fornisce i dati di chi è solito utilizzare questi servizi: Persone singole, sole, sempre quelle, facenti parte della terza età. Tutto questo è indice di solitudine e, invece di riattivare la comunitarizzazione, attraverso il digitale si enfatizza ulteriormente la parcellizzazione. Cortese chiude il suo intervento dando un giudizio generale: tutto il fenomeno della cittadinanza amministrativa è parcellizzato, diviso, ci mette in una condizione di solitudine e debolezza, per questo è necessario guardarlo con occhio critico. 

A questo punto la parola è passata ad Augusto Valeriani, professore presso il Dipartimento Scienze Politiche e Sociali dell’Alma Mater. Valeriani chiarisce subito che il suo intervento avrà una prospettiva molto specifica, dal momento che le sue ricerche empiriche sono focalizzate su tutto quello che riguarda il rapporto tra media digitali e partecipazione politica. Il Professore apre il discorso facendo una premessa: l’entusiasmo per i media digitali è come una moda, viene e va. Questa alternanza tra ottimismo e pessimismo trova conferma, ad esempio, nell’iniziale adulazione per i blog utilizzati durante le campagne elettorali nel 2003, poi di seguito aspramente criticati.

In generale, secondo Valeriani, i media digitali possono dare un contributo limitato, non rivoluzionario, alla partecipazione politica. Questa affermazione è frutto di una ricerca condotta insieme al collega Cristian Vaccari, durante la quale entrambi si sono impegnati nello studio di questo fenomeno in nove democrazie occidentali, dal 2016 fino a quest’anno. Sempre da questo studio, spiega Valeriani, possiamo evincere che i media hanno sicuramente ridefinito la partecipazione nei tre seguenti modi:

  1. I cittadini fanno quello che facevano prima ma con le tecnologie (oggi scrivono mail ai politici al posto delle lettere);
  2. La tecnologia ci da modo di avere molti più contatti con i politici (posso inviare senza alcuna fatica anche venti mail, scrivere nei DM di Instagram, menzionare su Twitter);
  3. I media e la tecnologia diventano parte integrante dell’ambiente nel quale vive il cittadino.

Grazie a queste recenti opportunità nascono nuovi tipi di cittadini: oltre al cittadino diligente, che partecipa perché deve, e a quello realizzato, che partecipa perché vuole, nasce la figura del cittadino che decide di partecipare ad una iniziativa singola, che gli sta a cuore. Spesso queste iniziative sono create e portate avanti da cittadini stessi e proprio per questo sono meno controllate dai partiti e dalla politica istituzionale in generale. Un esempio di queste idee che partono dal basso sono tutti i movimenti a favore dell’ambiente nati negli ultimi anni. Grazie ai media cambia anche la demografia di chi partecipa, non più solo gli appassionati di politica, ma con i nuovi strumenti messi a disposizione si amplia il bacino dei potenziali cittadini attivi. Questo aumento porta il Professore a fare un ragionamento in termini di qualità e quantità. Un po’ come tutto, dice, dipende da che parte lo si guarda. Quindi, alla domanda L’esperienza politica sui social può avere un effetto sulla partecipazione politica? Valeriani risponderebbe con un cauto ottimismo, poiché le piattaforme contano, ma contano anche le persone. Infatti, persone diverse hanno esperienze diverse sia on-line che off-line. A proposito di questo, Valeriani chiude il suo intervento con la proposta di non distinguere più on-line da off-line, poiché questa differenza è ormai superata: le persone non si ricordano più dove hanno fatto cosa, facendo così diventare le esperienze del tutto ibride.

Il seminario si conclude con il contributo di Nadia Urbinati, attualmente titolare della cattedra di scienze politiche alla Columbia University di New York. Urbinati inizia dicendo che la democrazia per lei è sempre stata una diarchia, composta da due “gambe”: quella della decisione e quella del giudizio. Col passare del tempo abbiamo assistito ad una espansione della dimensione giudicante, finendo così per spezzare l’equilibro della diarchia. La dimensione della volontà viene messa in moto solo durante il momento delle elezioni, mentre quella del giudizio è costantemente esercitata: siamo infatti sempre pronti a giudicare, il cittadino giudicante è più attivo di quello sovrano, giudichiamo piuttosto che votare. I due poteri oggi non sono più in relazione tra loro, perdono quel legame che un tempo li univa e che permetteva di formare la diarchia citata all’inizio.La professoressa continua il suo discorso facendo riferimento a due aspetti che con l’avvento del digitale hanno subito un forte cambiamento: l’individualità e la temporalità. 

Per quanto riguarda l’individualità, Urbinati definisce la società odierna complice nell’esposizione di noi stessi nel pubblico attraverso il digitale. Nessuno di noi può essere considerato vittima, siamo parte di questo gioco anche in maniera emotiva, perché ci piace. Siamo consapevoli del fatto che i nostri dati diventino pubblici e non ci dispiace affatto. Dobbiamo quindi modificare l’idea che abbiamo di individualità poiché non la subiamo più: siamo complici attivi ed emotivamente coinvolti. La temporalità invece viene definita come elemento fondamentale per la gestione generale della politica, in quanto tutte le elezioni prevedono un adesso e un dopo. La democrazia di oggi vive di temporalità e concentra sul presente tutta la sua attenzione, anche grazie al digitale. Il populismo è il primo tra tutti a trarre vantaggio da questo meccanismo: è inutile proporre e promettere qualcosa che vada oltre i 24 mesi. È necessario occuparsi solo del qui ed ora. La velocità e la forte attenzione al presente permettono la costruzione di identità altrettanto veloci, è l’esempio calzante che la Urbinati fa in chiusura del suo intervento è quella del Movimento 5 Stelle. 


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