Fake news: il virus dell’informazione

Un vecchio proverbio recita che ne uccide più la penna che la spada. E forse non aveva tutti i torti. In un mondo in cui i social network sono diventati dei grandi contenitori di informazioni, diventa fondamentale non sottovalutare la loro importanza di veicolo di notizie, comprese quelle false. Come una beffarda macchia d’olio, le fake news dilagano per il web, spesso avvalorate anche da alcune testate giornalistiche che le riportano e gli danno il lustro di notizie vere. Saltando di condivisione in condivisione, di commento in commento e di like in like, le fake news si mettono sul podio dei pericoli che infettano il web.

Le fake news non sono un fenomeno recente come si può pensare ma affonda le sue radici nella storia più antica. Ovviamente, il mezzo di comunicazione era diverso, ma non inferiore la portata di utenza che potevano raggiungere e le conseguenze, a volte catastrofiche, che potevano avere. Nel 1814 un uomo diffuse la notizia che Napoleone era deceduto e, in un battito d’ali, tra lettere e chiacchiere, la notizia raggiunse la città di Londra. La morte dell’imperatore francese portò stupore, ma aprì anche nuove possibilità agli investitori che guardavano ai Borbone come una nuova torcia nella notte. Spostarono somme, investendole, sicuri della loro vittoria finanziaria. Ma rimasero amaramente delusi. L’abile mossa priva di fondamenta reali era stata architettata probabilmente da Charles Random de Berenger, che, assieme agli altri colpevoli, venne processato. La pena fu commisurata al reato: un anno di carcere, multa e un’ora di gogna. Ed ora?

Negli ultimi giorni, il terrore del coronavirus ha spinto milioni di utenti a cercare notizie, preoccupati della possibile diffusione del virus. Ma ciò che hanno trovato sul web non corrisponde, spesso, al vero. Innumerevoli sono le fake news che interessano questo argomento e che sono state sparse rimbalzando nel mondo. Secondo alcuni complottisti, il virus 2019-nCoV è stato creato in laboratorio, per essere poi utilizzato come arma chimica. Secondo altri, invece, il coronavirus sarebbe strettamente collegato al marchio messicano della birra Corona. Questa notizia ha avuto una portata tale che alcuni telegiornali americani l’hanno dovuta smentire. Altri articoli, invece, affermano di aver trovato una cura miracolosa che può prestarsi anche come metodo di prevenzione: la candeggina. Anche l’applicazione di messaggistica istantanea non è riuscita a sottrarsi a questo compito indegno. Gira, infatti, un audio in cui una presunta infermiera del Policlinico Umberto I, a Roma, afferma che vi siano 27 persone sospettate di essere infette.

La disinformazione che si è creata attorno al coronavirus ha spinto il Ministero della Salute e il colosso social Twitter ad agire in prima linea. La piattaforma dei cinguettii, infatti, piloterà le ricerche sul coronavirus verso le notizie che riportano l’hashtag del Ministero. Stesso fine segue Facebook, che eliminerà i post contenenti notizie false sul virus e indirizzerà anch’esso le ricerche verso la pagina del Ministero. Il social aveva già affermato prontamente la sua posizione, assolutamente contraria alle fake news e impegnata attivamente per combatterle. Se la battaglia è iniziata dall’alto, però, è giusta condurla anche dal basso.

Le fake news rappresentano un pericolo che mina le basi fondamentali della democrazia. Per quanto possano sembrare una piccola goccia nell’Oceano dei problemi che infettano i nostri sistemi, in realtà giocano un ruolo fondamentale. L’informazione si pone alla base della costruzione dell’opinione pubblica che, consapevole e cosciente, potrà formarsi solo se rimpolpata di notizie vere e reali. La disinformazione, invece, è ignoranza, distorsione della realtà, pericolo. E ha due conseguenze fondamentali: si va a minare il rapporto di fiducia che vi è tra la popolazione e i mezzi di comunicazione e crea un popolo schiavo delle paure. Già incrinato e fragile, il rapporto che intercorre tra reti di informazione e i cittadini è in costante pericolo. Se da un lato i comunicatori si sono dati alla condivisione selvaggia di notizie acchiappalike, a volte non supportate da fonti certe, dall’altro lato le persone guardano con disprezzo e malcelata diffidenza anche le fonti autorevoli. Ciò crea un terreno fertile per la diffusione di notizie false, a volte più rassicuranti della realtà o volte a creare timore di essa. In tal modo, il popolo non si informa, non cresce, non sceglie.

Il nostro ordinamento, ad oggi, non è pronto per fronteggiare un nemico così insidioso. Le fake news, infatti, vengono filtrate dalla lente del Codice Penale, che le condanna solamente nel momento in cui possono causare un turbamento dell’ordine pubblico. Dalla matrice antifascista, infatti, si vede una costante attenzione nel garantire la libertà di espressione e manifestazione del pensiero che contraddistingue il nostro ordinamento, bilanciata solo da interessi costituzionalmente rilevanti. Ma fortunatamente sembra pian piano profilarsi l’idea che anche una notizia falsa possa inficiare sui beni costituzionalmente tutelati, accompagnata da una maggiore attenzione ai social network, far west delle norme costituzionali.

Anche nel proprio piccolo, le fake news possono essere combattute, adottando delle misure di verifica. Indossando i panni di un giornalista, il fact checking – la verifica dei fatti – diventa di fondamentale importanza. Allo stesso modo, bisogna controllare il testo dell’articolo, spesso pieno di errori di battitura. Anche le immagini devono essere analizzate, specialmente se ritoccate; ancora, controllare le credenziali dell’autore, seguirne le tracce, controllare la biografia; infine, cercare il fatto su internet, slegato dal contorno del sito, del post, dell’articolo incriminato, può risultare determinante.

Combattere la diffusione delle fake news diventa così non solo un compito di un eventuale legislatore ma anche di tutti noi. Solo così si potrà garantire la purezza dell’informazione, chiave del sistema democratico.

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