Il panottico digitale: la società di chi guarda e vuole essere guardato

«Siamo l’esercito del selfie» cantano Takagi & Tetra insieme ad Arisa e Lorenzo Fragola ironizzando sulla moda dell’ultimo decennio. In realtà il titolo di questa canzone nasconde una grande verità: la nostra è diventata la società dell’auto-illuminazione e dell’esibizione. Ogni giorno postiamo sui social network gran parte della nostra vita senza mai chiederci effettivamente quali possono essere le conseguenze di tale fenomeno. E, soprattutto, ci siamo mai chiesti se tutto questo è frutto della nostra volontà?

Sembra una domanda retorica la cui risposta è certamente affermativa: trattandosi della nostra vita privata è ovvio che solo noi abbiamo il potere di condividerla. Ma se la costrizione non riguardasse tanto il contenuto della comunicazione ma il fatto in sé di comunicare? Crediamo di avere il controllo su ciò che postiamo ma in realtà siamo soggetti ad un altro tipo di controllo, differente da quello che pensiamo di possedere, che fa sì che siamo parte di un panottico di ultima generazione, il panottico digitale.

panottico digitale

Il panottico è un carcere ideato da Bentham nel 1791 formato da una torre centrale che accoglie il sorvegliante e un anello circolare che ospita le celle. Ciò che rende questa struttura innovativa è il fatto che lo sguardo sia unilaterale: chi si trova nella torre centrale può vedere ciò che accade nelle celle ma non viceversa. Questo meccanismo garantisce una grandissima efficienza in quanto il sorvegliato non sa mai quando e da chi viene osservato e la sorveglianza può essere esercitata da qualsiasi persona. Inoltre, è inibito ogni tipo di comunicazione tra le celle che si trasformano così in tanti piccoli teatri in cui ogni attore è solo. A differenza del panottico tradizionale il panottico digitale sfrutta la comunicazione in quanto è proprio attraverso di essa che può esercitare il controllo.

Al giorno d’oggi si è venuta a creare una perfetta società del controllo proprio in virtù del fatto che la comunicazione e la condivisione sono diventate manifestazioni di un bisogno interiore a tal punto da rendere libertà e controllo indistinguibili tra loro. Condividere è all’ordine del giorno: si inizia dal mattino postando la colazione, poi il pranzo, la cena, l’outfit prima di uscire, la foto al mare, quella nella spa durante la settimana bianca, la pizza che si è ordinata e così via. Tutta la nostra vita è diventata social: in ogni momento bisogna pensare social, condividere sui social. Siamo spinti da un forte bisogno di far vedere quello che facciamo tanto da non renderci conto che, in quel momento, ci stiamo esponendo ad un pubblico più o meno ampio trasformandoci in tanti piccoli attori che attraverso il proprio smartphone mettono in scena il loro monologo.

fotografia

Quindi, nel panottico digitale, noi siamo sorveglianti quando attraverso i social guardiamo e controlliamo le vite altrui e siamo sorvegliati quando sottoponiamo la nostra al loro sguardo. Tutto diventa alla mercé di tutti. E se esaminiamo con attenzione la grafica di Instagram ci accorgiamo che è molto presente l’immagine della porta, per noi simbolo di protezione e soprattutto di riservatezza: l’accessibilità al profilo è segnalata da un lucchetto che appare chiuso nel caso di un profilo privato mentre il simbolo tondeggiante delle stories ricorda un buco della serratura che rivela scene di vita quotidiana altrui.

Tuttavia, il controllo non viene esercitato solo da chi si trova sui social come noi. Abbiamo mai pensato a tutti i dati e alle informazioni personali che forniamo quando ci iscriviamo ad un social? E i cookie che personalizzano navigazione e annunci in base a ciò che cerchiamo sul web? Basta scaricare una qualsiasi applicazione sul nostro smartphone per accorgerci che ci viene chiesto il consenso per accedere alla galleria, alla posizione o al microfono. Ma tutti questi consensi servono effettivamente all’utilizzo dell’applicazione o trascendono da questa?  Forse la risposta ce l’hanno data i nostri genitori o i nostri nonni che, quando eravamo piccoli, ci ripetevano ad oltranza la stessa frase: «Niente è gratis in questo mondo». E niente è gratis neanche nel mondo di Internet perché se qualcosa lo è, allora, forse, la merce siamo noi.

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