Internet-dipendenza: si può vivere 24 ore senza?

Nell’era dei social, sembra ormai impossibile distinguere la realtà online da quella offline: lo smartphone è diventato un prolungamento della mano umana, classificandosi come strumento imprescindibile per restare in contatto con la propria cerchia di amici.

Significativo, però, è proprio il fatto che, nel momento in cui si raggiungono fisicamente quegli amici con cui si è in contatto in via telematica, si preferisce dimostrare il proprio accordo con le loro opinioni espresse online o, addirittura, il proprio affetto, tramite like, commenti o condivisioni, piuttosto che fermandosi a chiacchierare seduti davanti a un caffè, faccia a faccia e senza filtri. Eppure, se si provasse a tornare indietro con la mente solo a qualche decennio fa, ci si renderebbe conto che, rispetto al passato, si va maturando una sorta di attaccamento morboso a una serie di dispositivi capaci di mettere in contatto chiunque, in qualsiasi istante, ovunque, in grado di tenerci incollati allo schermo in attesa di un like, con il potere di annullare le interazioni offline, a favore di un isolamento sempre più significativo.

Si può, quindi, parlare di dipendenza dai social network e, più in generale, da Internet? E, soprattutto, se ci chiedessero di abbandonare il Web per 24 ore, quale sarebbe la nostra risposta?

È bene precisare come i media digitali odierni siano caratterizzati da una forte integrazione tra la vita online e quella offline: si parla, infatti, di uno stile di vita “always on”, cioè continuamente online, con smartphone e tablet sempre a portata di mano, in cui tendono ad affievolirsi le distinzioni con la vita reale, e ciò è ravvisabile nella tendenza a postare sui media sociali contenuti legati alle attività, alle emozioni e agli eventi che appartengono alla vita quotidiana. La comunicazione via Internet arriva ad essere considerata sempre più “naturale” per tenersi in frequente contatto con amici, familiari e colleghi. Luoghi privilegiati di queste interazioni sono i social network o media sociali, basati per l’appunto sulla costruzione e sul mantenimento dei legami sociali, sui quali si tende a trascorrere gran parte del proprio tempo libero e non solo.

Per questo e per altri motivi, le forme di socialità basate sui media digitali contemporanei sembrano prestarsi a molte critiche: le relazioni risultano fredde e poco coinvolgenti, e in esse viene privilegiato l’individualismo, a scapito di legami solidi e di forme di solidarietà. Si continua, inoltre, a parlare, come già accadeva in passato, di “tecnopessimismo”: si tende, sempre di più, ad essere insieme, ma soli, con le interazioni umane che arrivano a scarseggiare, quando si è fisicamente compresenti, ma mentalmente assorbiti ciascuno nel proprio mondo privato.

Accade ormai troppo spesso di trascorrere la maggior parte del tempo, per noia, per essere costantemente aggiornati su mode e personaggi di spicco o per dire la propria sulle più disparate questioni, su piattaforme che consentono di interagire stando comodamente dietro lo schermo di un computer o di uno smartphone: quella di passare molto tempo utilizzando Internet e controllando i social è diventata un’abitudine a cui non è facile rinunciare, anche solo per poche ore: si può, quindi, parlare di una sorta di dipendenza da Internet e dal mondo dei social?

Emblematico è quanto accaduto lo scorso 13 marzo, a partire dalle ore 16 circa: il malfunzionamento degli ormai imprescindibili Facebook, WhatsApp e Instagram ha mandato letteralmente in tilt gli utenti, che hanno evidenziato il disservizio con numerose segnalazioni. L’entità del fenomeno è stata tale da renderlo meritevole di campeggiare su tutte le testate giornalistiche online, oltre che tra le tendenze di Google. Un simile bombardamento mediatico è avvenuto anche lo scorso 14 aprile, quando si è verificato un fenomeno analogo a quello del 13 marzo: i tre colossi di Zuckerberg, infatti, hanno smesso di funzionare per circa tre ore, molte meno rispetto al precedente down, ma in numero ugualmente significativo per gli utenti che hanno segnalato il malfunzionamento.

Ne deriva, quindi, che l’attaccamento morboso e ossessivo al mondo dei social network e, più in generale, a Internet risulta ancora più evidente, tanto da indurre a chiedersi se realmente si possa riuscire a farne a meno. Da qui l’idea di condurre un piccolo esperimento, realizzato nell’ambito dell’esame del corso di Sociologia della Comunicazione Multimediale. Alla richiesta di privarsi di Internet per 24 ore, solo cinque persone si venti, di età compresa tra i 20 e i 30 anni, hanno accettato: le motivazioni più gettonate sono state che l’attaccamento a Internet e ai social è una questione di abitudine, un modo imprescindibile e rapido per comunicare o l’unica via d’uscita per scampare alla noia e al non sapere cosa fare. Avendo svolto e visto svolgere l’esperimento relativo alle 24 ore senza Internet, è stato significativo constatare come sia spesso capitato agli esaminati di frugare nello zaino alla ricerca dello smartphone, seppur in maniera involontaria, anche magari nel momento in cui ci si trovava fisicamente con un gruppo di persone a parlare “offline”: ciò evidenzia, quindi, anche il modo in cui l’avvento di Internet, e dei social network in modo particolare, abbia inciso sulle relazioni sociali sviluppate da ognuno di noi. Tra le testimonianze raccolte ascoltando il feedback di chi ha deciso di sottoporsi all’esperimento, spicca che, nonostante la presenza online di un individuo sia considerata più soddisfacente e fruttuosa rispetto a quella offline, sia stata espressa la volontà di ripetere l’esperienza, tentare di disintossicarsi, almeno in parte, da quella che sembra avere tutte le carte in regola per essere elevata al rango di una vera e propria forma di dipendenza e assuefazione.

Benedetta, 24 anni, laureanda in Giurisprudenza, dice: “Penso che l’esperimento sia stato molto utile, perché mi ha fatto capire che si può stare tranquillamente 24 ore senza Internet. O meglio, non si può vivere completamente senza nel 2019, per eventualmente inviare mail o per cercare informazioni su Google per togliersi dubbi in maniera immediata, ma senza social network si può riuscire a stare senza problemi, e uno degli aspetti positivi che ho riscontrato è stato proprio il poter riprendere un certo contatto con la realtà, senza pensare continuamente a controllare il telefono. Infatti, penso che se qualcuno abbia bisogno urgentemente di qualcosa, possa tranquillamente chiamare, e per questo non è necessario l’ausilio di Internet. La prima cosa che ho fatto non appena ho potuto riprendere in mano il telefono è stata aprire WhatsApp, per vedere chi mi avesse scritto, e direi che potrei ripetere l’esperimento in un futuro anche prossimo, per altre 24 ore o più”.

Chiara Pirani

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