Climate change: l’Australia vista dal Web

All’inizio di ogni nuovo anno è abitudine comune quella di stilare una “lista dei buoni propositi” da mettere in atto durante i seguenti 365 giorni.
Da ormai un ventennio, larga parte dei buoni propositi dell’Unione Europea sono rivolti ad una crescita intelligente, sostenibile ed inclusiva. In particolar modo, per questo nuovo anno è prevista l’attuazione del “pacchetto 2020”, una serie di norme vincolanti volte a garantire che l’UE raggiunga i suoi obiettivi in materia di clima ed energia entro la fine dell’anno corrente. Il pacchetto definisce tre obiettivi principali: taglio delle emissioni di gas effetto serra, aumento del fabbisogno energetico ricavato da fonti rinnovabili e miglioramento dell’efficienza energetica.


Tale strategia politica nasce da un problema ormai radicato e apparentemente inestinguibile: il nostro pianeta è da tempo soggetto a cambiamenti climatici significativi e accelerati e le conseguenze sono ormai da tutti visibili in ogni parte del mondo.
A confermarcelo sono i preoccupanti dati sul clima emersi da un’analisi recentemente realizzata dallo World Meteorological Organization (Wmo), l’agenzia meteorologica dell’Onu.

“Il 2019 è stato il secondo anno più caldo mai registrato dopo il 2016, e chiude una decade caratterizzata da un caldo eccezionale a livello globale”.

Le statistiche indicano inoltre che da gennaio a dicembre le temperature si sono mantenute 1,1 gradi centigradi sopra i livelli pre-industriali.
Il segretario generale dell’agenzia Petteri Taalas ha rivelato che ondate di calore e inondazioni, considerati fino ad oggi eventi rari, stanno diventando fenomeni sempre più frequenti che colpiscono ormai anche Paesi sviluppati, come il Giappone e l’Australia.


Proprio l’Australia, sotto i riflettori di tutto il mondo proprio in queste settimane, nel 2019, ha registrato il suo anno più caldo e secco in assoluto, causato in buona parte dall’incremento delle emissioni di gas serra, che contribuiscono all’aumento delle temperature e alla creazione di condizioni ambientali particolarmente dannose. Da settembre ad oggi la “Terra dei canguri” è stata soggetta ad enormi incendi boschivi che hanno provocato la morte di più di 480 milioni di animali e 24 persone. Le fiamme scaturite dagli oltre 3,6 milioni di ettari in fumo hanno già emesso due terzi dell’anidride carbonica che annualmente viene prodotta dall’intero continente.
Fenomeni come questi ci ricordano che il clima sta cambiando e che il problema coinvolge tutti gli abitanti del nostro Pianeta.


Le notizie, le testimonianze e le immagini che ritraggono fatti di un continente a noi lontano come l’Australia ci allarmano, ci angosciano e ci fanno sentire parte integrante di quanto sta succedendo. Il repentino diffondersi dei social media ha fatto sì che migliaia di persone venissero sensibilizzate sul tema dei cambiamenti climatici, arrivando a riunirsi in movimenti globali come il “Global strike for future” e scendono in piazza per chiedereun’azione più incisiva da parte dei loro governi. Le manifestazioni, ispirate in particolare dalla giovane attivista Greta Thunberg, riguardano ad oggi più di 100 Paesi e si trasferiscono con ampia adesione anche per le strade delle nostre città. Tali iniziative sembrano partire spesso dal mondo del web, nascono nella Rete, dai contenuti virali dei social media. Il popolo di Internet, appartenente a generazioni differenti, viene così incoraggiato verso una maggiore conoscenza del problema del cambiamento climatico, verso una mobilitazione e un continuo dibattito online, verso un cambiamento delle proprie abitudini e dei propri stili di vita.

Sotto questa ottica, i social media sembrano suggerire diversi impatti positivi in relazione alla consapevolezza sugli attuali cambiamenti climatici. Tuttavia, spesso accade che questi diventino un mezzo attraverso il quale diffondere fake-news sull’argomento, provocando così una prospettiva di scetticismo nel pubblico del web.  #StopClimateFake è il recente hashtag lanciato dal gruppo Fridayforfuture di Roma insieme ad una petizione online dal titolo “Cambiamenti climatici: nessuno spazio per posizioni antiscientifiche nei media” già sottoscritta da numerosi esperti del settore.
“Ancora oggi”, pronuncia la petizione, “leggiamo titoli di giornale palesemente fuorvianti, secondo cui il freddo di qualche giorno metterebbe in discussione il riscaldamento globale; […] assistiamo ad episodi di disinformazione in cui sono proposte all’ascolto di milioni di telespettatori affermazioni palesemente false (per esempio: il pianeta non si sta scaldando dal 2000; non c’è legame tra la CO2 e la temperatura del pianeta) che la comunità scientifica ha da tempo chiaramente confutato”.
“È inaccettabile”, continua la petizione, “che, ancora nel 2019, invece di discutere e confrontarsi su come meglio adattarsi ai cambiamenti climatici ormai in atto o come ridurre velocemente le emissioni di gas in tutti i settori, si debba perdere tempo con posizioni antiscientifiche che negano l’esistenza stessa del problema o le responsabilità umane”.

Esiste dunque una vasta gamma di possibili ruoli che i social media possono svolgere nell’incoraggiare differenti atteggiamenti e comportamenti riguardo ai cambiamenti climatici.
Volendosi ottimisticamente soffermare sugli aspetti positivi, le migliaia di persone scese oggi nelle piazze di tutto il mondo sono la conferma del potere di condivisione e aggregazione anche offline dei social.
Quest’ultimi diventano anche spesso una piattaforma attraverso la quale sensibilizzare e diffondere appelli di stampo sociale. Nel recente caso della catastrofe ambientale che sta attualmente colpendo l’Australia, infatti, gli “strazianti” contenuti che troviamo nel web fanno sì che ognuno di noi si senta emotivamente coinvolto nella vicenda e venga pervaso dalla volontà di fornire il proprio aiuto anche a chilometri di distanza. Fortunatamente, questo viene reso possibile dalle varie iniziative di raccolta fondi e donazioni che tantissimi enti e grandi associazioni stanno condividendo nel web: la Apple in collaborazione con la Croce Rossa, il WWF e l’Australian Koala Foundation ne sono alcuni esempi. Altrettanto lodevole è la mobilitazione delle star a riguardo: Leonardo Di Caprio ha lanciato l’Australia Wildfire Fund, un progetto da 3 milioni di dollari per sostenere gli sforzi antincendio; Chris Hemsworth ha donato un milione di dollari, Nicole Kidman, Kylie Minogue e Pink hanno devoluto 500mila dollari ai vigili del fuoco. Le somme di denaro versate si sono trasformate in un sostegno psicologico ed economico per le associazioni di volontariato, i cittadini e gli animali.
Tali esorbitanti cifre non devono scoraggiarci nel compiere lo stesso gesto: ognuno di noi, attraverso un semplice click, può aiutare il territorio e la fauna australiana donando il proprio contributo.

 

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