Cambiamenti climatici: un affare di famiglie, imprese e stato

Tra poche settimane (2-13 dicembre) avrà luogo a Madrid la COP25, 25° riunione dei Paesi contraenti dell’Unfccc, la convenzione quadro sul cambiamento climatico dell’ONU, e diversi mezzi di informazione notano che i Paesi del G20 sono ancora lontani dal loro impegno di contenere il cambiamento climatico entro 1.5°C.Un’indagine molto chiara è quella del Brown to Green Report, una delle pubblicazioni più complete per le azioni dei G20 riguardo al clima, che raccoglie conoscenze e dati da 14 organizzazioni specializzate nello studio dei cambiamenti climatici, valutati secondo 80 indicatori chiave.

Innanzitutto, il target di 1.5°C è un limite indicato dall’IPCC in riferimento ai valori delle temperature dell’era preindustriale: l’IPCC prevede che, se non si riduce l’emissione di gas serra drasticamente, questo innalzamento di temperature sarà raggiunto già nel 2040.

Quello che sembra un cambiamento tutto sommato irrilevante nella nostra vita quotidiana – quanti di noi riuscirebbero ad avvertire la differenza di temperatura tra un ambiente a 22°C o a 23,5°C? – è invece un fattore altamente dirompente se riferito alla temperatura del pianeta: basti pensare che esso porterebbe a un’estremizzazione dei fenomeni atmosferici, quali siccità, ondate di calore e inondazioni; a seri danni economici, quali la riduzione delle stagioni dei raccolti e il calo di resa per molte colture, oltre che alla riduzione della biodiversità; e infine a rischi di salute per diverse fasce della popolazione.

Riguardo a quest’ultimo aspetto, l’Italia, secondo il B2G Report, è uno dei Paesi che ha subito più decessi per condizioni meteo estreme.

grafico

Fonte e grafica: Brown to Green Report 2019

Per reagire ai cambiamenti climatici, il Report, indica tre strade per i Paesi del G20: l’adattamento (adaptation), ovvero l’adozione di piani che permettano di reagire con prontezza all’imprevedibilità climatica, come ha fatto anche l’Italia con la Strategia Nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici; l’attenuazione (mitigation) che richiede azioni concrete che contrastino l’emissione di gas serra, essendo  l’82% del mix energetico dei G20 ancora di origine fossile (79% per l’Italia); e infine, l’impegno finanziario (finance), forse l’aspetto più controverso in quanto gli incentivi finanziari sono facilmente reversibili e non creano commitment a lungo termine, benché forse l’unico aspetto in grado di incidere concretamente sul cambiamento di abitudini di privati e imprese. A questo proposito, ultimamente si è discusso molto di politiche mirate alla dieta energetica di Paese, in grado di operare un deleverage degli incentivi per le fonti fossili (sussidiate per $ 127 miliardi nel 2017 dai Paesi dei G20, pur in calo dai $ 248 miliardi del 2013) e in grado di favorire un investimento sui finanziamenti verdi, sia che si tratti di obbligazioni climatiche di stato, di green bond di imprese, o di trading di emissioni sul carbon market, argomento all’ordine del giorno del COP25 e aspetto che potrebbe incentivare il settore privato a prendere parte al gioco in maniera pesante, sfruttando il ritorno reputazionale favorito dall’attuale agenda mediatica.

Proprio privati e imprese stanno infatti spingendo verso una maggiore responsabilità che parte dall’individuo, si diffonde a livello corporate e spinge i regolatori a adeguare le normative in conseguenza.

Poco più di un anno fa, Greta Thunberg una ragazzina svedese di 15 anni manifestava il proprio disappunto per l’inerzia dei governi nazionali di fronte ai cambiamenti climatici, dando vita a un movimento che ha creato identificazione e ha generato followers anche nella vita offline.

La sua azione è probabilmente solo la punta dell’iceberg di una consapevolezza che è affiorata globalmente in maniera graduale e che crea coesione ed eco mediatica a livello transnazionale grazie alla velocità di comunicazione dei social e dei media digitali.

Gli stessi consumatori sono infatti all’origine di trend di consumo che sono prontamente scoutizzati da retailer e imprese produttrici che, per accaparrarsi nuove fette di mercato a discapito dei propri competitors, si lanciano in innovazioni di prodotto che finiscono poi per contagiare il mercato.

L’empowerment dei consumatori li rende più attivi e consci delle proprie scelte, il che si tramuta in un’aspettativa nei confronti delle aziende a essere ascoltati, ovvero esattamente quello che Greta Thunberg si aspetta dai Governi.

Un esempio di agenda setting grassroot è la recente campagna contro la plastica, una crociata che si alimenta da mesi sostenuta dal tam-tam sui social e rimbalzata sui media broadcast fino a entrare nell’ordine del giorno del parlamento europeo, diventando legge.

Pur omettendo talvolta di considerare aspetti positivi e interventi già messi in atto (es. raccolta differenziata e riciclo) la “plastic free” mania ha avuto riflessi sulla distribuzione e, a monte, anche sulle aziende produttrici: basti guardare l’attuale volantino di un’azienda tedesca della grande distribuzione che, oltre a indicare i prezzi dei prodotti, indica i risparmi di materiale plastico usato per gli imballaggi.

esempio consumi

Un ulteriore esempio di trend che dai consumatori contagia il retail sono i prodotti semi-vegetariani, un consumo noto come flexitarianism, che prevede una dieta basata fondamentalmente – ma non esclusivamente – su frutta e verdura, nella quale anche la carne ha il suo spazio, benché marginale. Questo trend nasce dalla sensibilità dei consumatori verso una dieta più povera di carne, la cui produzione incide maggiormente nelle emissioni di CO2, e più orientata alle verdure, considerate più sostenibili anche da un punto di vista salutistico.

Anche in questo caso, è interessante notare come diverse catene di fast-food, storicamente associate al cibo junk e a diete sbilanciate, abbiano riposizionato la loro offerta grazie a offerte che strizzano l’occhio ai vegani e ai vegetariani, ma non escludono i cosiddetti clienti mainstream: un esempio è l’introduzione, in una di queste catene, di un burger 0% beef, fatto con proteine di origine vegetali (appunto minore impatto ambientale rispetto alla carne) ma che tuttavia include maionese (che contiene uova di origine animale) e che è cotto sulla stessa griglia degli hamburger di carne tradizionali, il che – come vantato dalla stessa catena – sarebbe un vantaggio nel conferire quell’aroma cui i consumatori sono abituati.

Facile intuire che scelte strategiche come queste siano fatte perseguendo sia obiettivi economici e sia obiettivi di immagine, probabilmente auspicando in un ritorno di lungo periodo proprio grazie al vero o presunto impegno a favore del pianeta e del suo sostentamento.

In conclusione, si può asserire che l’impegno a favore del clima non dipende solo dalle decisioni dei Governi e dalle azioni delle imprese, benché entrambi questi attori abbiano una “capacità di fuoco” individuale e aggregata molto rilevante.

L’impegno parte innanzitutto da noi: dalle nostre scelte quotidiane e magari dalla loro condivisione tramite passaparola. Come dichiarato, infatti, nei Global Goals dell’ONU, iniziare a parlarne è il primo passo verso una posizione più attiva e responsabile, e quindi verso il coinvolgimento in prima persona.

D’altronde, oggi, piccoli passi portano a grandi cambiamenti, anche grazie alla nostra modalità always connected e alla velocità di comunicazione consentite dai nuovi media: da un atto di engagagement può quindi nascere un circolo virtuoso e magari quello sforzo necessario a restare sotto a quei fatidici 1.5°C.

 

Michele Pennacchio

 

 

 

 

 

 

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