Impressioni di Cina – parte II

Continuo il racconto del mio mese in Cina. Ripartiamo dalla nostra esperienza in treno. Durante questo viaggio, infatti, abbiamo preferito, laddove possibile, spostarci così, per cercare di ridurre il nostro impatto ambientale e goderci il mezzo di trasporto che meglio racconta la sua gente.Il treno K619 ci ha portati dal centro di Pechino a Datong, nel nord dello Shanxi, in sei ore. Avevo letto che i treni cinesi sono sovraffollati e maleodoranti, ma a parte evitare di mangiare in uno dei ristoranti della stazione (il buon gusto dovrebbe spingerci a desistere in qualsiasi città del mondo) è un’esperienza da fare. Una volta capito il senso del biglietto, interamente in cinese, e trovata la giusta sala d’attesa, la giusta fila e il giusto binario, il gioco è fatto: eravamo i gli unici occidentali dell’intero vagone. Di fianco a noi una famiglia che, non potendosi permettere un posto per tutti, faceva a turno a chi stava seduto, escludendo i nonni e i bambini che giocavano allegri sulle ginocchia di chi gli capitava. Alle stazioni ci sono persino gli ambulanti che vendono i seggiolini, perché se non puoi permetterti il prezzo di un sedile nessuno ti vieta di viaggiare sulle tue gambe.

Una cosa è certa: i cinesi mangiano sempre. Dal carrellino colmo di frutta fresca, a quello degli snack a quello delle pietanze calde, il corridoio è una parata. Una volta terminata l’offerta delle cibarie, una signorina in divisa dai capelli perfetti passava a ritirare la spazzatura e a lavare i corridoi, gridando per annunciare il suo passaggio (questo un po’ come le nostre mamme la domenica mattina!)

Lungo quel viaggio abbiamo conosciuto un ragazzo di Datong che tornava a casa dopo una stagione di lavoro a Pechino, stanco ma felice di essersi messo qualche risparmio da parte. Non appena gli anziani di fianco a noi si sono accorti che riuscivamo a comunicare con lui, si sono inseriti nella conversazione con grandi sorrisi, curiosi di sapere da quale parte del mondo venivamo: erano di un piccolo villaggio e tornavano in visita dai parenti. Dalle loro mani di lavoratori, si vedeva che la città li aveva profondamente logorati.

Il tempio sospeso di Datong ti fa capire la caparbietà di questo popolo: costruire un tempio arroccato su una montagna ad 80 metri di altezza. Sembra fragile, ma rimane incastrato lì dal 491 d. C.

L’altro grande simbolo del mistero di questo popolo sono le 51.000 statue di Budda scolpite all’interno delle grotte dello Yungang: simbolo dell’arte scultoria cinese che fiorì a seguito dell’introduzione del buddhismo in Cina, tenute nascoste per secoli, fino a pochi anni fa.

Dopo due giorni immersi nell’antichità di Pingyao, ci siamo diretti verso Xi’an, alla scoperta dell’esercito di terracotta, segreto fino agli anni settanta.

Nel marzo del 1974, un contadino rinvenne, durante lo scavo di un pozzo, delle fosse sepolcrali contenenti statue in terracotta di soldati in armi con tanto di carri e cavalli. Il fortuito rinvenimento dette origine agli scavi che permisero di rinvenire il mausoleo di Shi Huangdi, sino ad allora ritenuto scomparso.

Questo esercito di oltre 10000 soldati era stato costruito dall’imperatore per proteggerlo, anche dopo la morte e ogni singola statua è diversa dall’altra. Ci sono molti dettagli, tra cui l’acconciatura dei capelli o la lunghezza delle scarpe, che ci permettono di distinguere i ranghi di ognuna di loro.

Ma la vera sorpresa di Xi’an è stato il quartiere musulmano: Xi’an è stata il punto di partenza della Via della seta più di mille anni fa, durante la dinastia Han. In quel periodo molti mercanti provenienti dai Paesi arabi e persiani raggiunsero questa città per ampliare il proprio mercato e vi si stabilirono per sempre. Le strade strette, le bancarelle, gli odori che impregnano la pelle, il fiume di gente ha reso questo posto unico nel suo caos.

Quartiere musulmano, Xi’an. Foto di L. Milli

“Piedi di porco”, Xi’an, quartiere musulmano. Foto di L. Milli

 

 

 

 

 

 

 

Un altro posto sorprendente è stato il parco nazionale di Zhangjiajie: ovunque volgessi lo sguardo ero circondata da altissime montagne a forma di pilastro, che sembrano sospese nel nulla. Un vero paradiso. Una folla di gente visitava con noi questo sito, totalmente naturale, se non fosse per il Mcdonald ritagliato nel mezzo del parco. La mia impressione è quella che in Cina, puoi acquistare qualsiasi cosa, anche un Big Mac sulla cima di una montagna, perché ci sarà sempre qualcuno che farà di tutto per vendertelo.

Hallelujah mountains, Zhangjiajie. Foto di L.Milli

Il nostro viaggio è proseguito a sud verso le risaie di Guilun, nell’Hunan. A farci compagnia in questo tratto c’è stato Liuk: grazie a lui abbiamo assistito alla “danza di lunga vita” delle donne Yao, che tagliano i capelli solo una volta nella vita. Questi misurano fino a 2 metri e li tagliano solo in occasione della maggiore età. Alle nozze i capelli vengono donati al marito e non potranno mai più essere tagliati.

Donne Yao, Guilin. Foto L. Milli

Con lui abbiamo scoperto il liquore di serpente e quello di cavalluccio marino, il riso cotto dentro il bambù e che gli ombrelli che le signorine usano per proteggersi dal sole servono davvero quando ci sono 43 gradi e il 100% di umidità.

Ci ha raccontato inoltre storie antiche sul suo popolo: una tra tutte, l’abitudine di allevare i grilli: i cinesi li allevavano d’inverno per ascoltarne il canto. Vivevano in piccole casette di porcellana, tenute in tasca dai loro proprietari. In Cina la passione per queste minuscole bestiole è antica quanto il paese. Sui grilli esiste tutta una letteratura che risale a secoli fa, ed era tradizione che ogni dinastia facesse ristampare un famoso manuale sul come allevarli e addestrarli.

Grilli in gabbiette moderne, Guilin, foto di L.Milli

Per un cinese tenere un grillo era come per un occidentale possedere un cane.

L’ultima tappa del nostro viaggio è stata Shanghai. Moderna, veloce, il simbolo della Cina di oggi. Shanghai è la città più popolosa dell’intero Paese, nonché snodo finanziario di mondiale importanza.

Il cuore pulsante della città è il Bund, il lungomare che ospita diversi edifici di epoca coloniale, tra cui la dogana e le diverse banche.

Non si può visitare Shanghai e non salire sul secondo grattacielo più alto al mondo: dall’ultimo piano, che toccava il cielo e attraversava le nuvole ho avuto l’impressione di quanto l’uomo abbia la costante pretesa di giocare a fare Dio.

La Cina mi ha concesso di scoprire dei luoghi unici: non c’è un altro posto al mondo in cui possiamo ritrovare la stessa storia, la stessa cultura. Ho assaporato allo stesso tempo una grande voglia di riscatto, una continua corsa al progresso che non tiene conto di questa unicità. Il popolo che una volta allevava i grilli oggi lavora in fabbrica, le persone che una volta coltivavano le risaie oggi costruiscono grattacieli. E’ sempre più difficile trovare l’autenticità i questo Paese, il gusto del diverso. Lo trovi indubbiamente a tavola, attraverso i loro mille piatti difficili da replicare nel resto del mondo. La speranza è che questa immensa civiltà cinese, in nome del progresso, non trasformi il suo paese da Cina a cineseria.

Testi e foto di Lilla Milli 

 

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