Stay or leave: una riflessione sulle opportunità di carriera post-graduation

Molti di noi sono prossimi alla laurea o hanno da poco raggiunto questo traguardo e stanno pianificando i primi passi nel mondo del lavoro.
Spesso la prima domanda che ci si fa è appunto da dove si voglia partire: il dove è un argomento imprescindibile per le scelte di carriera e di vita di qualsiasi neolaureato, in quanto talvolta esso può comportare il trasferimento in una realtà completamente diversa.Un recente articolo del Financial Times mi ha fatto riflettere su un tema che si discute spesso in Italia, seppure in modo episodico: la fuga dei cervelli, che il FT chiama pragmaticamente il brain drain.

L’articolo cita la storia di due professori che, benché non più giovanissimi, giunti a un livello medio-avanzato della fase di carriera e con figli in età scolare, stanno valutando un trasferimento all’estero.

Le motivazioni sono le stesse che inducono migliaia di giovani ogni anno a lasciare il nostro Paese: migliori opportunità di carriera e di formazione.

L’articolo cita anche un dato statistico, ovvero che un terzo degli Italiani che hanno lasciato il Paese nel 2017 avevano un’educazione terziaria (titolo universitario), il che costituisce un incremento del 41,8% rispetto al 2013. In valore assoluto, l’espatrio è un fenomeno che riguarda oltre 5 milioni di Italiani, che oggi vivono e lavorano all’estero (su una popolazione nella Penisola di ca. 60 milioni di unità).

Gran parte di questa migrazione, continua il FT, è avvenuta negli ultimi 10 anni e ha smontato lo stereotipo dell’Italiano povero proveniente da aree sottosviluppate, poiché nel 2018 le Regioni che hanno contribuito al maggiore spostamento oltre confine sono state Veneto e Lombardia, due tra le regioni a più alto PIL pro capite e a minor tasso di disoccupazione.

Ho dato un’occhiata al sito dell’OCSE per verificare se si potesse spiegare questo fenomeno su basi quantitative, confrontando le prospettive per un giovane laureato in Italia e in altri Paesi.

Tra i vari cruscotti che l’Organizzazione mette a disposizione ne ho selezionati quattro che a mio avviso sono significativi nel tracciare il quadro del nostro Paese: l’OECD definisce bassa la percentuale di occupati in Italia con titolo triennale (bachelor, 73,3% nel 2018) così come quella di occupati con master o titolo equivalente (83,2%, 2018).

Queste percentuali parrebbero rassicuranti, se confrontate con la percentuale di occupati in Italia (59% totale Paese, Q2-2019): tuttavia, se paragonate al totale dei Paesi OCSE esse piazzano l’Italia rispettivamente al 43° posto su 44 (bachelor) e al 40° su 41 (master).

Altri due indicatori hanno attirato la mia attenzione: partendo dal presupposto che diversi anni di studio possano portare un giovane ad ambire a una retribuzione più remunerante, sono rimasto sorpreso notando che lo stipendio di un laureato con master o dottorato in Italia è il più basso tra i Paesi OCSE censiti (33° su 33, 2016) e che la differenza di stipendio tra chi ha conseguito un master o dottorato e chi ha un titolo di educazione secondaria (scuola superiore) è anch’esso tra i più bassi (33° su 34, 2016).

Quasi a confermare che i sogni dei due professori intervistati dal FT – migliori opportunità di carriera e di formazione – sono una realtà che risiede oltre i confini.

Alcuni mesi fa, un articolo dell’Huffington Post che analizzava le dinamiche del brain drain, metteva in relazione il flusso di cervelli in entrata con quello in uscita: l’articolo, riportando dati del CEPS, notava come l’Italia soffrisse di un drenaggio di laureati con titolo medio-alto, non compensati da flussi di cervelli in entrata che presentano ad oggi un’educazione medio-bassa. Considerando parallelamente che l’Italia è uno dei Paesi europei con la percentuale più bassa di laureati, è facile capire come questa logica non giochi a favore di uno sviluppo industriale e di innovazione per il nostro Paese negli anni a venire.

Unico punto a favore, evidenziato dal pezzo, è che l’istruzione in Italia – nonostante le scarse politiche di investimento (0,9% del PIL, 32° posto su 35, 2016, dati OCSE) – funziona: ne è una prova il fatto che il flusso in uscita continua e a un ritmo sempre più elevato.

Un altro pezzo, uscito su il Sole 24 Ore questa estate e il cui co-autore è un cervello in fuga, mette in evidenza come le misure messe in atto dal Governo Italiano per il rientro di questo capitale intellettuale rischino di trasformarsi in sussidi regressivi, targettizzando solo lavoratori che avevano già in programma di rientrare e andando a incidere in negativo sul bilancio pubblico.

Ciò che manca in Italia, secondo l’autore, sono politiche di retention per i giovani laureati e politiche di welcoming verso stranieri in possesso o in corso di acquisizione di competenze avanzate.

Spesso capita, infatti, che cittadini stranieri si laureino in Italia per poi tornare nel loro Paese di origine, in parte in funzione della difficoltà a ottenere visti di lavoro e in parte per l’assenza di incentivi fiscali di retention.

L’articolo conclude evidenziando come non si possano ostacolare flussi migratori, ma sicuramente si possono indirizzare rendendo più attrattivo il proprio Paese per chi ha competenze e formazione medio-alta: una scelta che è destinata a portare buoni frutti per la competitività economica nel medio-lungo periodo.

In sintesi, penso che sia evidente che un titolo di studio elevato (terziario) conferisca in ogni caso migliori opportunità di impiego e di carriera, al di là delle differenze tra Paesi.

L’apertura delle frontiere portata dalla UE (al netto della Brexit) consente ai giovani di sbirciare oltre confine fin dagli anni universitari, come dimostrano alcune testimonianze, per iniziare a costruirsi un’idea di dove trascorrere i propri anni lavorativi. Forti del proprio background universitario, sicuramente i nostri neolaureati possono giocarsi appieno le proprie chance nel mondo del lavoro, che questo sia in Italia o fuori.

Michele Pennacchio

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