Dieci domande per raccontare l’Overseas in Brasile: Federica si autointervista

Sono tornata in Italia da quasi un mese. Eppure, sono ancora freschissimi i ricordi legati a un’esperienza durata circa sei mesi dall’altra parte del mondo. E non esagero: per raggiungere il Brasile bisogna viaggiare quasi un giorno intero, affrontare alcune ore di fuso orario e qualche scalo qua e là tra l’Europa e il Sud America.

Ripenso a quei mesi e ogni tanto mi mordo la lingua. Nella mia testa frullano ancora parole in portoghese, che accorciano quella distanza fisica, adesso incolmabile.
Ma come si può descrivere in breve il passaggio in una terra così sorprendente? Quasi impossibile, ma forse, servendomi delle domande a cui mi è capitato di rispondere più frequentemente nelle ultime settimane, posso provare a rielaborare almeno in parte il flusso di emozioni e di idee che scorrono quando ripenso al mio Overseas.

  1. Dove sei stata?
    Ho vissuto a Belo Horizonte, la capitale dello Stato di Minas Gerais, a Sud Est del Paese. Una metropoli di circa 2 milioni e mezzo di abitanti, approssimativamente la stessa popolazione di Roma, concentrata però in un terzo della sua area. Un grande alveare dallo stile architettonico multiforme, racchiuso all’interno di una valle tra altopiani dalla vegetazione tropicale lussureggiante. L’università presso cui ho studiato è la UFMG, Universidade Federal de Minas Gerais, divisa in vari campi distribuiti per la città. Il campus in cui mi recavo tutti i giorni prende il nome del lago che giace lì vicino, “Pampulha”. Si tratta di un’area di più di tremila metri quadrati, popolata non solo da studenti, ma da flora e fauna molto vaste: si contano più di un centinaio di specie di alberi da frutto e cento ettari destinati a un’oasi ecologica, quindi popolato da mammiferi, anfibi, rettili, insetti…Non è poi così raro imbattersi, tra una lezione e un’altra, in macachi, pappagalli verdi o, nel peggiore dei casi, in ragni o lucertole enormi.
  2. L’università ha deluso o superato le tue aspettative?
    Questa è una domanda complicata. In realtà, non avevo aspettative. Avevo sentito parlare di Belo Horizonte e della PUC, l’università cattolica (privata), che in passato ha ospitato alcuni studenti dell’Università di Bologna. Ma dell’università federale (pubblica) non sapevo quasi nulla, al di fuori delle materie che avrei voluto approfondire una volta arrivata lì. La UFMG – oltre a essere dotata di grossi campus con strutture e tecnologie all’avanguardia – non si presenta come un’università facile. Al di là delle prove intermedie a cui si è sottoposti con una relativa frequenza, la settimana-tipo è scandita da consegne di elaborati scritti e presentazioni orali (riassunti, commenti, presentazioni), che uno a uno compongono la valutazione finale (nel mio caso, circa 4 elaborati a settimana). La quantità è però compensata da un’alta qualità degli insegnamenti dovuta sia a classi poco numerose (anche nei corsi di graduaçao), sia a professori molto preparati, metodici, sempre con un occhio rivolto alle dinamiche contemporanee nazionali e non.
  3. Cosa hai studiato?
    Ho studiato nella facoltà di Scienze Socio-ambientali, appartenente a un corso di laurea breve (4 anni) dell’area di scienze umane e di filosofia, ma che si dipana tra contenuti economici, scientifici e umanistici. In altre parole, un percorso interdisciplinare, insegnato in portoghese e molto recente (esiste da circa dieci anni), che forma nell’ambito della sostenibilità toccandone tanti aspetti. Una peculiarità, inoltre, è che le lezioni si tengono di sera – come accade in tante facoltà della UFMG. Un sistema che del resto agevola la frequenza (obbligatoria) anche ai lavoratori. Si tratta, dunque, di contenuti molto innovativi e che permettono uno studio approfondito delle questioni ambientali, dibattute largamente sia in Brasile che in tutto il mondo. Le discipline che ho scelto riguardavano in particolare il rapporto tra le dinamiche urbane e demografiche, e i cambiamenti climatici – pur sempre da un punto di vista socio-economico e scientifico. Inoltre, delle lezioni di portoghese avanzato offerte ai soli studenti internazionali, mi hanno permesso di affrontare con più tranquillità la stesura di saggi accademici.
  4. Dove hai abitato?
    Vivevo in un quartiere a Nord della città, a pochi minuti a piedi dal Campus. Abitavo in una casa molto grande con altri otto studenti, distribuiti su tre piani diversi. Di certo non è facile condividere gli spazi comuni con così tanta gente, ma è stato vantaggioso perché mi ha spinta (o quasi costretta) a parlare portoghese ogni giorno e ad avvicinarmi alla cultura brasiliana passo dopo passo. Ciò che di certo mi ha colpita fin dall’inizio è stata la presenza quasi prepotente della vegetazione, che si fa spazio tra un’abitazione e un’altra: alberi secolari, palme da cocco, fiori dalle tonalità accese risaltano sul nero dell’asfalto e il grigio dei grossi condomini contornati da filo spinato. Un aspetto completamente nuovo ai miei occhi, abituati al rosso della Grassa e ai suoi palazzi storici ed eleganti, su cui al massimo spuntano balconcini fioriti.

  5. Quali sono le grandi differenze tra Italia e Brasile?
    A prima vista, di sicuro il Brasile non ha molto a che fare con l’Italia. Un esempio banale sono le distanze: in un paese con un’area pari quasi a quella dell’Europa continentale, visitare città più o meno vicine comporta uno spostamento di almeno 5 ore in autobus – l’unica alternativa alle auto e agli aerei, data l’assenza di ferrovie. Belo Horizonte, poi, è una città molto estesa e sono necessarie circa due ore per attraversarla da Nord a Sud con i mezzi pubblici. Per quel che riguarda le abitudini a tavola, un elemento significativo che apre un varco tra la cultura italiana e quella brasiliana è che i piatti sono unici: non esistono antipasti, primi o secondi. Il brasiliano medio ha due ingredienti costanti nel suo piatto: riso e fagioli, accompagnati poi da verdure o da carne, uova o anche tutti insieme. Ma al di fuori di queste caratteristiche – accompagnate da alcune altre di secondo piano – i popoli italiano e brasiliano sono molto vicini: calorosi, accoglienti, allegri, pronti a imbandire la tavola in ogni momento per i propri ospiti. E poi bastano due bocconi e un po’ di musica in compagnia e sparisce ogni preoccupazione, un po’ come per noi italiani. 
  6. Hai incontrato tanti italiani?
     Gli italiani D.O.C. in Brasile sono piuttosto rari. Oltre a un’altra studentessa Unibo, ho conosciuto altri due italiani di università del Nord-Italia. Difatti, gli europei non erano comunque numerosi rispetto ai tantissimi sudamericani provenienti  da Argentina, Cile, Colombia e via dicendo. Tuttavia, ci sono tantissimi brasiliani discendenti da italiani che conservano nel loro nome o cognome un pezzo di identità del Belpaese senza averlo mai visto. E in molti, infatti, richiedono la cittadinanza italiana in quanto questa potrebbe aprire loro una porta alle opportunità di studio e lavoro in Europa. La cultura italiana è comunque presente nelle sue varie sfumature, dal campo della moda a quello della cucina, fino a quello della musica. Laura Pausini, Andrea Bocelli ed Eros Ramazzotti sono alcuni dei cantanti italiani più conosciuti in Brasile, per esempio.
  1. Quali sono state le tue reazioni durante il Carnevale?
    Il Carnevale va al di là dell’immaginazione. È una festività che richiama tutti i brasiliani distogliendoli dal lavoro e dalla fatica per circa due mesi all’anno. I festeggiamenti, infatti, iniziano con i preparativi a gennaio e terminano a marzo, prima del ritorno definitivo alla routine. Giunta a Belo Horizonte a metà febbraio, sono capitata nel clou di questa ricorrenza pagana piuttosto lontana dalla nostra tradizione. Innanzitutto, le sfilate si svolgono in varie aree della città, a partire dal mattino presto fino a tarda sera. Non ci sono sculture di cartapesta monumentali, ma dei camioncini, su cui, dall’alto, c’è chi dirige una banda di percussioni dai ritmi scatenati che sfila con costumi variopinti. Ogni bloco (sfilata ndr) è costruito attorno a un tema o a un genere musicale particolari. Io sono stata spettatrice in particolare di una parata sui diritti delle minoranze – le comunità LGBT, indigena, nera – aperta da un discorso nettamente politico e schierato contro i neofascismi, a cui sono seguiti scrosci di applausi per ricordare l’attivista Marielle Franco. Un momento molto intenso che ha evidenziato il valore sociale del Carnevale, in cui la libertà di espressione di ognuno è consentita in ogni sua forma, lasciando così che – dietro una maschera e piume colorate – le paure della quotidianità vengano esorcizzate.

  2. Pensi che il Brasile sia una terra pericolosa come di solito si pensa?
    In Brasile ho avuto modo di mettere in discussione e a volte distruggere gli stereotipi europei formulati su questa meravigliosa terra. Purtroppo, però, non posso dire lo stesso riguardo alla sicurezza. Le mie lezioni, come accennavo, avvenivano solo di sera. Questo mi costringeva a prendere Uber ogni sera al ritorno per evitare di percorrere da sola, al buio, le ripide salite desolate che mi avrebbero condotta a casa in soli 10 minuti a piedi. Vivendo in una zona residenziale piuttosto ricca, c’era il rischio di imbattersi nei cosiddetti “assaltatori” – ladri a mano armata che minacciano di morte per derubare. Ma anche di giorno, sapevo di non poter percorrere alcune strade del centro della città per la grande presenza di miseria celata da sontuosi palazzi riservati alla fascia più ricca della popolazione. Camminare per le vie di Belo Horizonte equivaleva a osservare da vicino le contraddizioni su cui si basano paesi  in via di sviluppo come il Brasile, che vivono una crescita economica e demografica non accompagnata dall’estinzione delle disuguaglianze sociali così corrosive.

  3. Ci torneresti?
    Sì, assolutamente! Il Brasile mi ha regalato tantissime sensazioni in qualsiasi occasione. Ho avuto la possibilità di visitare molte città del paese, spostandomi dal Sud così europeo (in alcuni paesini sembrava di essere in Alto Adige!) fino al Nord-Est ancora evidentemente influenzato dalla cultura africana. In ogni angolo di questa terra, mi sono sempre sentita a casa e ciascuno dei paesaggi che ho potuto ammirare si è guadagnato un posto d’onore nel mio cuore, oltre che nella memoria. Penso di essermi innamorata di Rio de Janeiro, un luogo in cui natura e città si fondono, dove si respira sempre aria di festa.
    Tornerei in Brasile forse per viaggiare ancora, per poterne scoprire tante altre sfaccettature, ma anche per lavorarci per qualche mese, intrecciando il mio interesse nel campo della sostenibilità con le criticità che oggi il paese si trova ad affrontare.

  4. E’ un’esperienza che consiglieresti?
    Consiglierei di sicuro un’esperienza come l’Overseas a Belo Horizonte e in particolare presso la UFMG, un’università federale poco conosciuta qui in Italia, ma che secondo la rivista britannica THE (Times Higher Education) è da considerarsi la migliore del Brasile e persino superiore ai poli italiani e spagnoli. Di certo non è solo l’aspetto didattico quello che ha reso il mio Overseas un periodo intenso e positivo. Vivere sei mesi dall’altra parte del mondo mi ha resa più flessibile e tollerante, spingendomi completamente fuori dalla mia comfort-zone occidentale; ho superato paure e timidezze e ho convissuto con rischi e pericoli – come l’epidemia della Dengue, di cui BH è stato focolaio per alcuni mesi. L’unico ostacolo maggiore che ho incontrato è stato di tipo burocratico, sia per alcune procedure da svolgere all’inizio dell’Overseas in Brasile (immatricolazione, registrazione dei corsi), sia per la ricerca di contenuti corrispondenti tra le discipline studiate alla UFMG e quelle del piano di studi del corso COMPASS.

Per saperne di più:
L’UFMG nella classifica degli Atenei 

Un tour del campus Pampulha

Informazioni sul campus Pampulha

 

 

 

 

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