Siamo davvero la generazione dei Neet?

Il problema non è far alzare i vecchi ma far sedere i giovani

Parole molte sentite non solamente dall’autore, il giornalista Enrico Mentana, ma da molti giovani italiani, che aprono un capitolo sul tema del lavoro nel nostro paese.

Secondo una stima provvisoria rilasciata dall’ISTAT, a febbraio 2019, in Italia la disoccupazione si attestava al 10,7%, mentre quella giovanile, che riguarda la fascia d’età compresa fra i 15 e i 24 anni, si attesta al 32,8%. Dati ovviamente molto chiari, che non fanno di certo ben sperare.

Ma perché il tasso di disoccupazione giovanile è così elevato? E’ forse colpa dei giovani che preferiscono fare gli sfaticati piuttosto che inserirsi nel mercato del lavoro?

Qualche benpensante potrebbe ritenerlo assai probabile, eppure parlando come membro di questa generazione di Millennials, non lo ritengo vero.

Ma lasciamo perdere quello che penso io che non fa testo, concentriamoci sulla realtà dei fatti, cercando di analizzare chi sono davvero questi giovani inattivi, i cosiddetti Neet.

Secondo un articolo pubblicato su Panorama dal titolo: “I neet in Italia: quanti sono, chi sono e perché sono tanti”, facendo riferimento ad un sondaggio condotto dall’Università Cattolica di Milano, illustra dettagliatamente il fenomeno dei Neet nel Belpaese che apparentemente al 2017 ha raggiunto la cifra di ben 2,2 milioni di persone.

No Future

Photo Credits: secondowelfare.it

Ma chi sono effettivamente questi ragazzi?

Sono sostanzialmente tutti quei giovani, in questo caso italiani, che si rifiutano di studiare, di lavorare o inserirsi all’interno di programmi di formazione. L’acronimo Neet sta proprio per “Not in Education, Employment or Training” e comprende quei giovani di età compresa tra i 15 fino ai 29 anni, che da un punto di vista occupazionale ritengo sia la fascia d’età più svantaggiata (forse).

Di solito, questi giovani vengono additati come “bamboccioni” o fannulloni o per meglio dire “choosy” (schizzinosi). Eppure hanno le stesse aspirazioni di tutti gli altri giovani che hanno un lavoro o frequentano l’università ma che semplicemente sono inattivi.

Tante motivazioni come l’essere demoralizzati e demotivati, il desiderare un lavoro migliore rispetto a quello che la loro realtà offre, l’avere anche già una famiglia, compongono questo calderone di giovani che, per l’opinione pubblica, non fanno niente.

Storicamente parlando, secondo un articolo pubblicato sulla Stampa dal titolo: “Né bamboccioni né fannulloni: ecco i Neet, giovani che non studiano e non lavorano”, il primo governo che si rese conto della situazione dei Neet fu il governo inglese che già negli anni ’80 cercò di attuare dei correttivi per contrastare questa situazione.

Al giorno d’oggi però il fenomeno è drammaticamente cresciuto, ciononostante la situazione è sempre stata piuttosto altalenante. La crisi è stata la valvola di sfogo che ha fatto esplodere ancora di più il problema. A livello europeo ad esempio, si è passati da una percentuale del 13,2% del 2007, della popolazione appartenente alla fascia d’età sopracitata, al 14,2% del 2016. La situazione italiana chiaramente non è stata così “fortunata”. Nel 2007, i Neet erano pari al 18,8% per arrivare fino al 26,2% durante il periodo più forte della crisi fino a scendere leggermente nel 2016 al 24,3%.

Questi dati logicamente non sottolineano un elemento fondamentale: di quali giovani stiamo parlando? Si parla sia dei neolaureati come dei giovani che hanno terminato il loro percorso di studi troppo presto fino a quelli che hanno pensato di prendersi un po’ di tempo per “riflettere”.

Aldilà delle ricerche che permettono di constatare però solo dei dati oggettivi, non posso non citare che (come riportato dall’articolo di Panorama) la difficoltà nell’ingresso nel mondo del lavoro non dipenda solo ed esclusivamente dalla volontà dei ragazzi ma anche da fattori contingenti che ormai conosciamo tutti. O non c’è proprio il lavoro oppure molti ragazzi sono impossibilitati a continuare gli studi per varie ragioni, tra cui la mancanza di disponibilità economiche. Tutti problemi che sono così forti da poter generare un enorme senso di frustrazione.

Ed è qui che si vede (o perlomeno si dovrebbe vedere) se lo Stato, o più in grande l’Europa (visto che si avvicina il rinnovo dello stesso Parlamento Europeo) si interessa a questi ragazzi. E’ colpa delle istituzioni nazionali se ci sono così tanti giovani che non studiano o non lavorano, quello stesso Stato che ha le risorse per attuare politiche virtuose di inserimento dei giovani nel mercato del lavoro ma che non gli consente di avere un’adeguata formazione oltre che teorica anche pratica oppure è colpa di una generazione fatta di viziati che vive volutamente sulle spalle dei sacrifici che i loro genitori hanno fatto per loro?

In un articolo pubblicato sul Fatto Quotidiano dal titolo: “Neet, perché abbiamo così tanti giovani che non studiano e non lavorano” viene illustrato il motivo per cui il numero dei Neet è così elevato. Sostanzialmente perché ai giovani di oggi manca esperienza lavorativa. L’istruzione dei nostri giovani, e lo dico come tale, è tra le migliori che ci possano essere, il suo problema, come sapientemente riportato nell’articolo, è che è molto astratta.

Quanti di noi magari hanno cercato un lavoro, o ne sono alla ricerca e si sono sentiti chiedere oppure hanno letto su degli annunci di offerte di lavoro, la fantomatica frase: “con esperienza”. D’altronde è quello che, oltre a un’ottima istruzione, le aziende cercano, anzi forse guardano più a quello che al livello di istruzione in toto.

Nell’articolo pubblicato su Ansa dal titolo: “I NEET, una generazione in panchina” viene illustrato che per arginare il fenomeno sarebbe auspicabile un percorso per fornire ai giovani una formazione specialistica ed aziendale per orientarli verso il futuro.

Il fenomeno in Italia ha dimensioni imponenti, tant’è vero che secondo i dati Eurostat, la percentuale è più elevata rispetto alla media europea, insomma siamo secondi solo alla Grecia. Il motivo che può spiegare questa eccedenza deriva, rispetto agli altri paesi europei, dall’inefficienza dell’intero percorso di transizione scuola-lavoro.

Per poter “collocare” i Neet, dal 2014 l’Italia beneficia dei fondi del Piano Garanzia Giovani, finanziato interamente dall’Unione Europea per permettere ai paesi membri di investire in politiche attive volte alla formazione come all’orientamento al lavoro.

Logicamente, la ricerca di soluzioni è fondamentale dato che tale fenomeno rappresenta un’enorme perdita di capitale umano, inoltre è talmente forte da deprimere le potenzialità delle giovani generazioni che sono la linfa vitale di ciascuna nazione.

Questa mentalità, che potrei definire retrograda, ha portato a considerare le nuove generazioni come “riserve” senza dare a loro la possibilità di dimostrare quanto valgono sul campo, relegandoli come sottolineato nell’articolo in “panchina”.

Ciò che viene chiesto è quello di investire sempre di più e senza paure in questa risorsa che sono e saranno le nuove generazioni, introducendo percorsi promotori di un maggior coinvolgimento all’interno del mondo scolastico, accademico ed aziendale per fornire a loro le competenze, soprattutto le famose soft skills, cruciali al giorno d’oggi, sia che siano tecniche o professionali per lasciarli spiccare il volo verso un futuro di cui siano fieri.

Basta essere l’ultima ruota del carro!

Riccardo Bulgarelli                                    

(Photo Home Credits: savonauno.it)

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