La tesi di Sara Govoni che scava a fondo le possibilità ed i pregiudizi della donna digitale

Tematica molto interessante e decisamente attuale è quella approfondita da Sara Govoni, neolaureata in Comunicazione pubblica e d’impresa, all’interno della sua tesi dibattuta a dicembre 2018 presso l’Università Alma Mater Studiorum.

Sara, affiancata dal Relatore Prof.ssa Saveria Capecchi e Correlatore Dott.ssa Michela Zingone, ha presentato “Dal Gender Digital Divide A Girlboss: La Figura Dell’imprenditrice Digitale Tra Opportunità E Pregiudizi”.

Nel suo elaborato Sara illustra come e in che modo ancora oggi all’interno della nostra società persistano i pregiudizi di genere e in che modo nel 2018 le donne siano costrette a sgomitare per affermare la propria autorità e la propria competenza. “Essere esclusi digitalmente – afferma Sara – equivale ad essere esclusi dalla società. Non sapere usare un pc o lo smartphone diventa segno di discriminazione (…) si evidenzieranno diversi miglioramenti nello stile di vita e nelle competenze informatiche delle donne, ma sembrano ancora dei passi troppo insicuri e troppo lenti per realizzare un effettivo cambiamento e per contrastare il gap di genere in tutte le sue forme.”

Per Sara il bisogno di cambiamento deve nascere dalle professioniste stesse, le quali dovrebbero essere supportate dalla società e dai media. Purtroppo questi ultimi ancora adesso diffondono “immagini spersonificate ed oggettificate delle donne e in particolare delle professioniste, presentate prima come donne, madri, mogli piuttosto che per il loro titolo o qualifica professionale”.

Sara per entrare nel vivo della questione e dimostrarci quella che è la realtà digitale ha condotto numerose interviste, interrogando professioniste di marketing, di comunicazione, di digital (esperte di brand image, digital strategist, social media manager, web developer, designer, professioniste, imprenditrici) passando per la loro vita privata, per il percorso di studio conseguito e per le esperienze lavorative. L’indagine mira a scoprire tutti i pregiudizi che caratterizzato il mondo digitale, ad individuare le diverse vittime ed il loro parere a riguardo .

Ci dice Sara: “Abbiamo parlato della loro formazione, della loro famiglia e del supporto ricevuto, riscontrando tutte le difficoltà nello spiegare una professione ancora ritenuta nuova e la difficoltà anche solo di definirla con una terminologia di facile accesso a tutte le persone. Abbiamo parlato dell’ansia di alcune nel fare figli, della poca fiducia verso l’istituzione italiana e nei media, e la successiva necessità, da parte della stragrande maggioranza delle intervistate, di un’inversione di rotta, di un cambiamento significativo nel comprendere e comunicare il ruolo della donna nella società. Abbiamo soprattutto parlato tanto di pregiudizi, dai pregiudizi sul lavoro a quelli sui social fino anche ai pregiudizi nel vestire, analizzando la loro personale opinione riguardo a come i media veicolano, o non veicolano affatto secondo alcune, la figura della professionista ed in particolare della professionista nel settore digitale. A questo punto, possiamo chiederci: Perché esiste questa sottorappresentazione? Quanto è ancora presente il pregiudizio verso le donne nel digitale e quanto sono le donne stesse a portarlo avanti?”.

La parte più corposa della ricerca ha evidenziato come ancora esistano pregiudizi nel mondo del lavoro e come esistano anche nel settore del digital. (…)Si parla di pregiudizio quando alcune intervistate hanno detto di averne subiti per tutta la vita, di aver fatto fatica ad affermare la propria competenza, o di fare tuttora fatica ad imporsi. Si parla di pregiudizio quando ancora sono presenti panel di soli uomini o con una effimera presenza femminile, come si parla di pregiudizio anche quando le donne scelgono di fare cricca, di formare gruppi esclusivamente femminili escludendo e autoescludendosi dalla restante parte del mondo digitale. Serve parlarne perché persiste ancora radicata in tutti noi la distinzione uomo-donna, è qualcosa di connaturato nell’abc dell’apprendimento fin da piccoli e si ripropone ancora in modo evidente nella scelta del percorso di studi come nella scelta del lavoro, e si ripropone nel sensazionalismo dei titoli di giornale quando la protagonista è una donna. Il non parlarne più, ciò che alcune delle mie intervistate hanno proposto, non è una soluzione, serve invece continuare a parlarne proprio perché si superino questi ostacoli, queste barriere mentali che ancora in molti hanno, e che soltanto rendendole evidenti si possono abbattere.

Serve maggiore interesse da parte di tutti, delle persone, degli organizzatori di eventi, delle professioniste stesse a mostrarsi e comunicarsi. Se infatti da un lato i media, (…) non sono sempre in grado di comunicare adeguatamente le donne e la loro professionalità, dall’altro sono le professioniste stesse a non sapersi cominciare. Non si vuole fare di tutta l’erba un fascio ovviamente.

Continua dicendo “(…) le donne tendono ad essere meno PR, non si comunicano in prima persona, a volte sono loro per prime a non presentarsi ad eventi e panel pubblici, magari non danno molta importanza a questo aspetto. Questo fa si che non si espongano più di tanto sia agli eventi come online, dove non partecipano attivamente sui social e non comunicano sempre la loro professionalità, parlando in prevalenza della loro vita privata. Questo può andare bene per chi ha reso la propria vita privata uno spunto professionale, ma per le altre? La percezione dello stereotipo nella vita personale delle donne che fanno le faccende in casa, come lo stereotipo nella vita lavorativa della madre che mette prima di tutto la sua famiglia, viene portato avanti nelle descrizioni dei profili di Twitter e Instagram di alcune delle stesse professioniste. La differenza tra professionisti e professioniste risiede proprio nella definizione di se stessi: gli uomini presentano le loro potenzialità e non dicono minimamente di essere un padre felice e un marito oppure lo specificano solo secondariamente. Le donne, non tutte ovviamente, pongono invece prima di tutto il loro essere fieramente madri e le loro passioni…” rendendo difficile la scissione e l’individuazione tra le donne-professioniste e donne-appassionate di web.  

Sara ricorda inoltre che la parità di genere è un diritto fondamentale, ma soprattutto la condizione necessaria per l’ottenimento di un mondo sostenibile e di pace, menzionando il punto 5.5 dell’UNRIC, Il Centro Regionale di Informazione delle Nazioni Unite, il quale afferma che occorre garantire piena ed effettiva partecipazione femminile e pari opportunità di leadership ad ogni livello decisionale in ambito politico, economico e della vita pubblica.

Per eliminare i pregiudizi e gli stereotipi che contraddistinguono la nostra società –  dice Sara –  occorre comunicare in ottica di genere favorendo il dialogo tra l’ universo femminile e quello maschile, occorre cooperare, non innalzare muri. Afferma: Usare un punto di vista orientato al genere, soprattutto per gli addetti ai lavori, significa vincere una visione maschile del femminile e comunicare in modo più rispettoso la professionista e la donna. Serve quindi un nuovo modo di comunicare ma anche un nuovo modo di comunicarsi e di mettersi in gioco da parte delle professioniste stesse. Serve uscire dagli attuali standard per portare effettivamente un cambiamento. Solo in questo modo si potrà procedere più velocemente per vincere lo stereotipo ed eliminare la sottorappresentazione della professionalità femminile, questo vale per tutte le professioni, a maggior ragione per una professione così attuale come quelle presenti nel digitale. L’opportunità che il digital offre, anche alle donne, è tale solo se si osa nel coglierla. È il momento di diventare un po’ tutti come Nellie Bly e di lottare per affermare la propria presenza. Per chi invece vuole un cambiamento senza impegnarsi, si può solo dire che chi è causa del suo male, pianga se stessa.”

È con queste parole che Sara sottolinea quanto sia importante essere attive e reattive al mondo digitale, quanto sia indispensabile avere tanta forza di volontà per riuscire a combattere ed ottenere quello che in realtà dovrebbe essere un diritto. Le donne devono poter essere libere di esprimere il proprio sapere, le proprie capacità e competenze, la propria professionalità ed i propri progetti, senza dover subire il peso di etichette e pregiudizi. E per ottenere tutto ciò bisogna agire e farsi sentire!

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