Less is more but more is Camp

Ogni anno, noi polverosi europei ci lasciamo colonizzare da due eventi mondani totalmente made in USA: il primo, e più mainstream, è la notte degli Oscar, il secondo è il Met Gala, scherzosamente definito come “Super Bowl of Fashion” che quest’anno annovera tra i suoi ambasciatori Anna Wintour, Serena Williams, Lady Gaga, Harry Styles ed Alessandro Michele. Amanti delle moda di tutto il mondo, unitevi!

Nonostante sia passata ormai più di una settimana dall’evento, la stampa e i social continuano ad esaminarlo prendendone in considerazione gli aspetti più disparati: il Met Gala (formalmente definito Costume Institute Ball), la cui storia inizia nel 1948, è a tutti gli effetti un evento culturale che unisce moda, beneficenza, performance artistiche, cultura e perché no, anche sociologia.

Perché sociologia? Perché la moda è viva: mutevole e sensibile, percepisce lo spirito del tempo e si modella osmoticamente in concomitanza ai cambiamenti storici e sociali. Honoré de Balzac nel 1830 si esprimeva in questi termini: “L’abbigliamento è, al tempo stesso, una scienza, un’arte, un’abitudine e un sentimento”. La moda è comunicazione, la moda è politica e ribellione.

Negli anni Venti del secolo scorso, le donne iniziavano a liberarsi dall’estetica ottocentesca che le voleva bambole da esposizione, strette in corsetti limitanti e oppressivi che ne plasmavano il corpo e il ruolo sociale. Con lo scoppio della prima guerra mondiale (e la quasi totalità degli uomini al fronte) madri, mogli e figlie diventano operaie nella produzione di materiale bellico, smettendo i panni vezzosi in favore di divise da lavoro de-femminilizzate e dimostrando di non essere solo angeli del focolare, dall’animo debole e umorale, ma al contrario di essere capaci di lavorare ed autoaffermarsi tanto quanto gli uomini, fondamentali e decisive ben oltre il confine delle mura domestiche. Così, insieme ai primi paletti sociali, iniziano a cadere anche le lunghe ciocche dei capelli per lasciare spazio a corti e pratici caschetti à la garçonne di chanelliana memoria. A circa un secolo di distanza, dopo le elezioni presidenziali di Donald Trump del 2016, un’ondata di donne più o meno note decide di liberarsi dei capelli lunghi a suon di #nomoremelaniahair: un atto di protesta verso un’estetica ingabbiante, sintomo di una politica prettamente sessista e misogina filtrata dal gusto personale del nuovo presidente verso il genere femminile rappresentata dalla First Lady, così differente dalla dinamica personalità di Michelle Obama. Ora dobbiamo solo attendere che siano i manuali di storia del costume a cronicizzare il fenomeno.

fonte: Rebel Circus

Tornando nello specifico dell’evento in questione, ogni anno Andrew Bolton, curatore in carica del Metropolitan Museum of Art’s Costume Institute di New York, seleziona un tema portante per l’evento, che risulta essere un fundraising gala a favore del museo: “I think every exhibition should generate debate (…) That’s the role of any museum, to expand people’s ideas about a topic through objects”. Siccome gli oggetti in questione sono pezzi di moda, vediamo ancora una volta come si ponga ad agitatrice delle menti: non è richiesta una visione acritica ma, al contrario, Bolton invita ad aprire la mente e rimanere pensanti. La passiva venerazione è bandita, il dibattito è necessario e stimolato.  

Il tema cardine scelto per il 2019 è Camp: Notes on Fashion: l’ispirazione deriva da saggio del 1964 della scrittrice, filosofa e attivista americana Susan Sontag, intitolato Notes on “Camp”, il quale descrive l’essenza del camp in quanto amore per l’innaturale, l’artificio, l’esagerazione.“Camp is a solvent of morality. It neutralizes moral indignation, sponsors playfulness”.

Fonte: Getty

Prima della produzione di Sontag, il concetto del Camp compare almeno in 3 differenti momenti storici: tra 1600 e 1700, durante l’era del Re Sole Luigi XIV (il termine deriva infatti dal francese se camper, letteralmente “atteggiarsi”); successivamente, nell’epoca dell’Inghilterra vittoriana la questione Camp si lega alla sottocultura queer (termine ombrello per definire gli orientamenti non eterosessuali e le identità di genere non cisgender), fortemente osteggiata tanto da essere considerata illegale: se la pena di morte per l’accusa di omosessualità viene infatti eliminata nel 1861, gli atti omosessuali maschili rimangono punibili con l’incarcerazione. Proprio Oscar Wilde, a cui Susan Sontag dedica le proprie Notes on Camp, è forse una delle vittime più famose di queste leggi.

L’evento del Met Ball si traduce quindi in una mostra vivente che quest’anno ha celebrato la fluidità di genere, in opposizione al momento storico che stiamo vivendo e che fa percepire un diffuso irrigidimento morale e un rigurgito di intolleranza verso ciò che non è lineare e “naturale”, ciò che viene sentito come diverso e perciò necessariamente deviato e deviante, ovvero quella che Sontag aveva definito come percezione di minaccia alla supremazia dell’eterosessualità. Sembra quasi che la società stia trattenendo il respiro, in attesa che i lacci di nuovi corsetti mentali vengano stretti ed intrecciati, come se solo la rigidità di inquadramento morale (ma anche estetico) possa salvaguardarci dalla deriva apocalitticamente sventolata anche da fasce estreme della politica contemporanea più o meno sparsa nel mondo.

A raccogliere la sfida della sovversione sono gli stilisti, custodi dello Zeitgeist, primo tra tutti Alessandro Michele, eccellenza italiana e direttore creativo di Gucci dal 2015, che nelle sue collezioni promuove un’estetica surreale, a tratti fantasy, che sospende il genere sessuale e il dualismo bello-brutto. La funzione della moda d’autore non si esaurisce  infatti nel possesso (a prescendere dai prezzi proibitivi di certe creazioni, paragonabili forse solo alle quotazioni di opere di grandi pittori) ed in questo i social (Instagram e Twitter in primis), ci vengono in aiuto, rendendoci partecipi dell’evento e dandoci la possibilità di godere visivamente ed intellettualmente di vere e proprie opere d’arte, anche a distanza.

Per chi ne avesse l’opportunità, la mostra Camp: Notes on Fashion, una raccolta di più di 250 oggetti databili dagli anni Settanta fino ad oggi i quali rispondono alle caratteristiche di ironia, humor, parodia, pastiche e teatrale artificio, sarà visitabile dal 9 maggio all’8 settembre 2019, presso il Metropolitan Museum di New York. Tra i pezzi in esposizione anche il “bouquet dress” e l’abito di piume di struzzo con le farfalle per la primavera estate 2018 di Jeremy Scott per Moschino, che il curatore Bolton definisce come “il re del Camp”.

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