Intelligenza artificiale: opportunità o limite?

L’intelligenza artificiale, ossia la capacità delle macchine tecnologiche di risolvere problemi, svolgere attività e ricoprire ruoli tipicamente umani, dimostra ogni giorno, sempre di più, il suo potere nei diversi settori scientifici e tecnologici.

Oggi l’AI (Intelligenza Artificiale), non rimane però ancorata solamente all’ambito della ricerca, ma entra prepotentemente nella vita quotidiana delle persone: nei sistemi di vendita (si parla di “sistemi esperti” ed “intelligenti”, capaci di guidare l’utente nell’analisi, nella valutazione e nella scelta di ciò che gli serve senza dover ricorrere all’intervento di un essere umano esperto del settore), nel mondo della sanità (ad esempio esistono sistemi tecnologici capaci di accelerare processi di diagnosi sennò molto lunghi, e dispositivi che fungono da strumento fondamentale in sala operatoria), nella lotta al cyber crime e nell’analisi dei comportamenti fraudolenti come la clonazione di una carta di credito, nel marketing (si parla di AIM – Artificial Intelligence Marketing – riferendosi a quella disciplina che utilizza sistemi tecnologici moderni con lo scopo di persuadere le persone ad acquistare un determinato prodotto o a richiedere un particolare servizio).

Testimonianza di quanto questi rischi siano reali è quanto accaduto a A.F. , primo operaio in Italia che dopo 30 anni di attività è stato licenziato con la seguente motivazione: «La nostra azienda ha installato una macchina denominata Piant App Applicator che svolge in automatico il medesimo lavoro fatto finora da Lei. Pertanto la sua posizione è soppressa».

Se da un lato l’AI è emblema di sviluppo e progresso, dall’altro lato appare come un campanello d’allarme quando relazionata al mondo del lavoro.                                                                                                           

Aumentano infatti le preoccupazioni da parte dei lavoratori poiché, come riportato dal McKinsey Global Institute-MIG nel report “A future that works: automation, employment and productivity”, circa la metà dell’attuale forza lavoro potrebbe essere sostituita dall’automazione attraverso l’inserimento delle tecnologie moderne già note ed in uso in diversi contesti.

Anche Bill Gates, proprietario di Microsoft, non nasconde il suo timore in merito all’evoluzione dell’intelligenza artificiale dichiarando che essa è nata come un aiuto per l’uomo, ma ora è diventata talmente forte da diventare il suo incubo.

Come in ogni discussione però, accanto alla visione più pessimista, ne emerge un’altra che parla dell’intelligenza artificiale usando toni opposti. Infatti esistono diversi studi che ridimensionano la diffidenza diffusa e tengono a sottolineare tutto ciò che di buono ha portato la tecnologia moderna.

I dati raccolti dalla ricerca effettuata da Group e MIT Sloan Management Review dichiarano che solo il 47% dei manager teme la riduzione della forza lavoro e l’85% degli stessi definisce l’intelligenza artificiale uno strumento di supporto per le aziende in quanto favoriscono la possibilità di guadagno e facilitano l’inserimento dell’impresa nel mercato, rendendola competitiva.

Lo studio di Accenture intitolato “Reworking the revolution: are you ready to compete as intelligent technology meets human ingenuity to create the future workface” sostiene che una sana cooperazione tra uomo e sistemi tecnologici possa aumentare del 38% i ricavi delle imprese entro il 2020.

La relazione intelligenza artificiale-risorse umane è vincente quando non sono in contrasto tra loro, quando nessuna mira a soppiantare l’altra, quando lavorano in sinergia e si percepiscono come forze complementari.

È proprio la difficoltà nel definire il confine tra AI e coscienza umana ad essere attualmente al centro di numerose controversie. La domanda è: possono i computer sviluppare una coscienza?

Del progresso e dei limiti dell’intelligenza artificiale se ne parla nelle comunità scientifiche, tra gli esperti di filosofia, nel mondo della politica, tra sociologici e tra economisti.

Senza ombra di dubbio l’universo tecnologico è un motore che continua a funzionare e lo fa sempre più velocemente ed in maniera consapevole, raggiungendo giorno dopo giorno nuovi traguardi, spingendosi sempre un po’ più in là.

Ma è pur vero che le macchine comunicano ed agiscono sulla base di linguaggi computazionali che non possiamo non definire incompleti se paragonati alle mente umana.                                                                          

Come ritiene Hakwan Lau, neuroscienziato dell’Università di California, «Una coscienza umana non è fatta dal solo riconoscimento di modelli o dalla rapida elaborazione di numeri».

Pensando alle future auto senza guidatore chiediamoci ad esempio fino a che punto un sistema tecnologico possa essere capace di valutare il rischio di un incidente o fino a che punto possa comprendere e rispettare il codice della sicurezza. Un dispositivo tecnologico potrà mai essere  in grado di prevedere e ragionare sulla base degli stessi parametri di un’intelligenza umana?

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