To Deal or not to Deal? L’impasse della Brexit

Nessuno immaginava che la Brexit, uno degli eventi simbolo del sovranismo e della sfiducia nei confronti delle istituzioni europee, potesse nascere per pura scommessa elettorale. Nel 2014, dopo la schiacciante vittoria degli Indipendentisti inglesi alle elezioni europee, il primo ministro britannico Cameron, quasi per provocazione alla parte più euroscettica del suo partito, promise di indire un referendum sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. Nessuno credeva in questo referendum, lo stesso Cameron l’aveva utilizzato come tattica per restaurare l’ordine nel suo partito (e per restare in sella al potere). Le previsioni del premier, come sappiamo, furono ampiamente disattese, e un’inaspettata vittoria del “leave” ha portato a Westminster un’importante figura del partito conservatore britannico, Theresa May, incaricata di guidare il processo di uscita del Regno Unito dall’UE.

La Gran Bretagna inizia le pratiche di divorzio appellandosi all’articolo 50 del Trattato di Lisbona (che permette ad un Paese membro di uscire dall’Unione). Il trattato concede due anni al paese uscente per cercare un accordo con l’UE, in modo da ridefinire il quadro entro il quale si inscriveranno i rapporti legislativi ed economici tra i due.

È proprio questo accordo che sta generando scontri e disordini all’interno del Parlamento britannico. La questione è che la Gran Bretagna sarà ufficialmente fuori dall’Unione il 12 aprile 2019, con o senza accordo. In mancanza di quest’ultimo, la Gran Bretagna diventerebbe un “paese terzo”, cioè si annullerebbe ogni tipo di relazione bilaterale tra le due parti, cui seguirebbe l’imposizione di dazi, dogane e controlli su persone e merci. L’accordo, dunque, serve a minimizzare i danni, non è un accordo “win-win” ma “loose-loose” perché entrambi i contraenti vanno a perdere qualcosa, noi un partner strategico, loro il mercato unico europeo.

Dopo un periodo di negoziazione, Theresa May e Bruxelles sembravano aver raggiunto una prima bozza di accordo nel novembre 2018, accordo reso vano dallo stop del parlamento britannico, in particolare da quella parte più conservatrice della maggioranza che non accetta compromessi su alcuni temi chiave, come la questione del confine irlandese (il cosiddetto backstop). Con l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, tra l’Irlanda del Nord, che fa parte del Regno Unito, e la Repubblica d’Irlanda, si instaurerebbe un confine rigido, ma, saggiamente, la premier May ha garantito una “soft Brexit” all’Irlanda del Nord, lasciandola solo a parole fuori dall’Unione ma di fatto dentro il mercato unico, essendo una zona dalle fortissime spinte indipendentiste e protagonista di scontri sanguinosi fino al 1998. Secondo i più conservatori, invece, questa soluzione andrebbe ad intaccare l’integrità del paese.

La Brexit comporta inoltre una certa spesa per il Regno Unito. Intanto, il paese è tenuto a saldare il suo debito di 50 miliardi di sterline con l’UE, per onorare gli impegni già presi con l’Unione prima del referendum, ma è sulla questione macroeconomica che il Parlamento è diviso. Infatti, secondo l’accordo, la Gran Bretagna sarà costretta a mantenere le stesse regolamentazioni europee su concorrenza, aiuti di stato, politiche del lavoro, diritti sociali e ambiente, per evitare che possa giocare al ribasso e sottrarre investitori ai paesi UE. Tutte questioni su cui il paese uscente non avrà potere decisionale essendo, di fatto, fuori dalle istituzioni europee. È qui che si realizza il grande paradosso della Brexit: l’esito del referendum sta minando proprio quella sovranità che i sostenitori del leave volevano rafforzare.

Il parlamento si trova dunque in una situazione di stallo: tutti vogliono evitare l’opzione del no deal, ma l’accordo così strutturato non ha i numeri per essere ratificato. Theresa May non sembra avere intenzione di rinegoziare con l’UE, e dunque riaprire tutte le trattative e i compromessi con dei tempi così stretti. L’opposizione, guidata dal leader laburista Jeremy Corbyn, chiede a gran voce un secondo referendum, fortemente osteggiato dalla maggioranza e dalla stessa premier, che vede questa ipotesi come una sconfitta personale, cioè l’incapacità di dare una risposta pratica, politica, alla volontà degli elettori.

La strategia che Theresa May sembra aver adottato è quella di temporeggiare, continuando a ripetere che questo accordo è la miglior soluzione che permette di evitare la disastrosa ipotesi dell’accordo mancato (the only way to avoid no deal is to vote for the deal).

Il 12 marzo il Parlamento britannico ha rigettato (di nuovo) l’accordo. Approvata invece, come previsto, una richiesta di rinvio rispetto alla prima data prevista di uscita del 29 marzo. Come prevedibile, l’Europa ha accolto la richiesta, per evitare di essere considerata responsabile del caos che seguirebbe ad una “hard Brexit”, ma un’estensione oltre la data delle elezioni europee sarebbe rischiosa per l’UE. Prima di tutto comporterebbe la partecipazione del Regno Unito alle elezioni europee, per formare un Parlamento in cui i seggi britannici sono già stati in parte redistribuiti agli altri Stati membri. Un rinvio più lungo, inoltre, significa la perdita di leve per far pressione su Londra, che ha davanti a sé una scelta binaria, cioè accordo o non accordo (col caos che ne consegue), e un incentivo alle argomentazioni dei Breexiters, secondo cui non esiste nessun baratro. Anche per la Gran Bretagna una proroga molto lunga andrebbe ad aumentare l’incertezza intorno alla questione, ponendo ipoteticamente in essere l’apertura di qualsiasi scenario, da un nuovo referendum alla rinuncia all’uscita.

La House of Commons ha cercato alternative al deal di Theresa May, contemplando diverse proposte tra cui la Customs Union, cioè l‘Unione doganale che permetterebbe il transito libero delle merci, e il “Mercato Unico 2.0”, che oltre alle merci garantirebbe la malleabilità dei confini anche per le persone. Entrambe sono state rigettate, lasciando al Regno Unito dieci giorni per abbozzare un ultimo tentativo di accordo prima dell’opzione no deal, in un Parlamento diviso e bloccato su qualsiasi alternativa.

La Brexit sembra essere una partita giocata da due attori, in cui noi stati membri siamo semplici spettatori di uno scenario piuttosto insolito (non si vedono tutti i giorni dei parlamentari inglesi che vengono richiamati all’ordine, voglio dire, noi siamo abituati, ma a Westminster è vietato addirittura applaudire). In realtà la Brexit ci riguarda più di quanto immaginiamo, perché l’Italia è un paese esportatore, e senza un accordo privilegiato, il Made in Italy si ritroverebbe a subire dazi e dogane.

Si vedrà nei prossimi giorni se il Parlamento britannico riuscirà a votare un accordo e superare l’impasse in cui si trova. Nel frattempo, si sta mostrando il lato nascosto della luna: la richiesta di indipendenza dei britannici è rimasta strozzata in una spirale di accordi mancati, scadenze e vicoli ciechi. Davvero sovranismo e protezionismo sono le soluzioni, quando questo è il prezzo da pagare?

Alessia Moresco

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