Cosa non sappiamo sul lavoro familiare

Fare la spesa, lavare i piatti, riordinare, prendersi cura della famiglia: spesso tutte queste attività vengono erroneamente catalogate come lavoro domestico. Cosa sono realmente? Rientrano tutte all’interno del lavoro familiare, il quale “comprende l’insieme delle attività non retribuite necessarie alla gestione, al funzionamento e al soddisfacimento dei bisogni della famiglia“ (L. Todesco, 2013).

Esso è composto da quattro dimensioni: il lavoro domestico, il lavoro di cura, il lavoro di consumo e il lavoro di rapporto. La prima contiene tutte le attività che si svolgono all’interno della casa come stirare, pulire, riordinare. Il lavoro di cura comprende le attività assistenziali ai familiari non autosufficienti, che vivano o meno nella stessa casa, e quelle rivolte ai più giovani (attività ludiche). Il lavoro di consumo consiste nelle attività di consumo di beni e servizi e di accesso ai servizi publici e privati. Infine il lavoro di rapporto si sviluppa con lo scopo di mantenere i rapporti all’interno della famiglia e di comunicare. Se a prima vista il lavoro familiare può sembrare un aspetto semplice e conosciuto per tutti in realtà è molto più complesso di come si presenta. Esso concerne dunque la sfera economica, le attività di produzione e di relazione che avvengono all’interno della famiglia e fuori, ovvero con il mercato del lavoro.

Il lavoro familiare merita particolare attenzione perché offre un servizio non retribuito che altrimenti dovrebbe essere acquistato sul mercato. Esso permette l’impiego nel mercato del lavoro retribuito. Ma come viene stabilito all’interno di una coppia chi si deve dedicare al lavoro familiare e chi al lavoro retribuito?

La sociologia offre tre teorie a livello micro per spiegare queste scelte. La prima è la prospettiva delle risorse relative, la quale sostiene che in una coppia vi sono delle relazioni di scambio in cui il potere deriva dalle risorse individuali che i due singoli hanno. Il risultato è una negoziazione che vede ciascun partner cercare di trarre maggior vantaggio utilizzando le risorse che ha a disposizione e quindi colui che ha a disposizione risorse minori si occupa in misura maggiore del lavoro non retribuito. La prospettiva dell’ideologia di genere afferma invece che il lavoro familiare viene gestito all’interno di una famiglia in base agli atteggiamenti e alle credenze che la coppia sviluppa sulla divisione dei ruoli e sulla responsabilità tra i sessi e non sullo scambio lavoro familiare/risorse economiche. I sessi posso sviluppare un’ideologia di genere tradizionale o un’ideologia di genere egualitaria. Infine la prospettiva della disponibilità di tempo ritiene che la divisione del lavoro familiare avvenga sulla base della disponibilità di tempo che i partner possono impiegare in queste attività, in relazione a quanto più o meno sono impegnati nel lavoro retribuito.

Banalmente si tende a generalizzare che sono le donne che si prendono in carico la maggior parte delle attività del lavoro familiare e almeno, nell’Europa meridionale, ciò avviene. La motivazione però ricade solo in parte sulla prospettiva dell’ideologia di genere più tradizionale che caratterizza questi paesi e bisognerebbe dare maggiore rilievo alla possibilità che ad influire su questo fenomeno siano anche le disuguaglianze di genere che caratterizzano il mercato del lavoro retribuito.

Per chi volesse approfondire questo tema consiglio il libro Quello che gli uomini non fanno, L. Todesco, 2013.

Clara Baldisserotto

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