Cyborg sì o cyborg no?

Oggi si parla spesso di cyborg, ma quanti di noi sanno il significato di questa parola? La definizione più comune è quella di “automa dalle inesauribili ed eccezionali risorse fisiche e mentali, ottenuto con l’innesto di membra e organi sintetici su un organismo umano vivente”. Secondo l’antropologa americana Amber Case al giorno d’oggi siamo tutti dei cyborg. Ma non cyborg come il poliziotto RoboCop o Terminator, bensì siamo cyborg tutte le volte che guardiamo lo schermo del nostro computer o utilizziamo i telefoni cellulari.

Gli esseri umani sono curiosi ed è proprio questa inarrestabile curiosità che ha portato l’uomo a spingersi oltre ogni forma di conoscenza. Lo stesso Pascal (matematico, fisico, filosofo e teologo francese del 1600) affermava che “il male principale dell’uomo è l’inquieta curiosità delle cose che non può conoscere, e per lui è peggio trovarsi in questa inutile curiosità che nell’errore”. Ed è proprio a causa di questo innato desiderio di conoscenza e di superare se stessi che gli esseri umani amano aggiungere cose ai loro corpi.

E se fossimo in presenza di una nuova specie? O per meglio dire, se fossimo una nuova forma di homo sapiens? Infatti, tutte le volte che interagiamo con un apparecchio tecnologico, clicchiamo su un oggetto o guardiamo schermi diamo vita a curiosi rituali che contraddistinguono il nuovo homo sapiens rispetto a quello precedente. L’uomo fin dalle origini si è sempre servito di strumenti e mezzi per poter migliorare la propria condizione di vita, tuttavia al giorno d’oggi non si parla più di estendere il nostro essere fisico ma bensì il nostro essere mentale. Ed grazie a questa estensione che possiamo viaggiare e comunicare più velocemente, avere sempre tutto a portata di mano o per meglio dire a portata di un click. Tutto ciò di cui abbiamo bisogno è presente all’interno dei nostri iPhone, tablet e computer diventati ormai parte integrante del nostro essere. Tant’è che non appena perdiamo le informazioni salvate su questi strumenti tecnologici ci sentiamo persi, smarriti, annullati.

Ma la cosa ancora più affascinante di questa nuova specie è che possiede una doppia identità. Sempre più persone interagiscono online e vivono, nel vero senso della parola, una vita virtuale in cui spesso si reinventano completamente. C’è questa costante necessità di coltivare l’ “io” virtuale, di esporsi e di ambire all’attenzione degli altri.

Inoltre, al giorno d’oggi anche se ci si trova dall’altra parte del mondo si può comunque comunicare e rimanere in contatto con amici e familiari, ed è possibile sapere ciò che sta accadendo in tempo reale. Ed è sulla base di queste considerazioni che è possibile affermare che il tempo e lo spazio si sono compressi. Si sono compressi perché gli uomini hanno creato e adottato una tecnologia in grado di soddisfare appieno quelle che sono le loro esigenze. In un mondo dove la parola “velocità” ha preso il sopravvento, gli uomini hanno creato strumenti tecnologici in cui il ponte spazio-temporale è sempre più ridotto. Ora non ci si trasporta più fisicamente ma, come sostiene l’antropologa Amber Case, mentalmente.

Lo spazio sociale è diventato spazio virtuale nel quale le persone mostrano il proprio sé e dispongono degli altri. Per questo motivo siamo spesso tentati a guardare il telefono cellulare. Anche se non siamo costantemente online abbiamo bisogno di avere la certezza che in qualsiasi momento posso connettermi con chi voglio. Questi dispositivi tecnologici sono diventati la nostra sicurezza, la nostra memoria esterna e la nostra finestra sul mondo. Siamo nel mondo ma non lo viviamo o per lo meno, spesso lo viviamo attraverso uno schermo.

cyborg 2

[Photo Credits: Google Immagini]

Per queste ragioni possiamo definirci dei cyborg. Siamo immersi in una realtà che non rallenta e non si ferma più. Costantemente in competizione per attirare l’attenzione su di sé in un’interfaccia temporale simultanea, rischiamo di dimenticarci chi siamo veramente. Ciò che manca all’homo sapiens contemporaneo è il ritorno al vero e autentico sé. La capacità di fermarsi e riflettere. Ma soprattutto la capacità di rallentare e rilassarsi. Dovremmo tutti imparare ad ascoltarci, spesso infatti non prestiamo abbastanza attenzione ai nostri pensieri e alle nostre emozioni. Proviamo a capire chi siamo veramente, solo in questo modo sarà possibile presentare il secondo sé in modo legittimo nella realtà virtuale.

Gli apparecchi protesici esterni ci stanno aiutando a comunicare e ad interagire nella maniera più ottimale possibile gli uni con gli altri. Per la prima volta nella storia si stanno creando connessioni diverse ma che rimangono comunque umane. La nostra umanità sta andando di pari passo con la nostra capacità di connetterci al di là del luogo in cui ci troviamo.

Cyborg o no, la nostra specie si sta evolvendo. Starà nella capacità e nell’intelligenza degli esseri umani far coesistere le relazioni umane e quelle virtuali. Senza connessioni e interazioni gli individui rischiano di rimanere isolati. Per questo motivo, che sia reale o che sia virtuale, l’ essere umano sarà sempre alla ricerca di un senso di comunità e di collettività in grado di contraddistinguerlo per il suo animo socius.

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