Un capodanno cinese in compagnia

di Pina Lalli*

Per la prima volta ho avuto l’onore e il privilegio di festeggiare il capodanno cinese con i nostri studenti di un paese tanto grande quanto affascinante. Ci hanno regalato danze, costumi tradizionali e canti augurali. Hanno persino cercato di insegnarci a scrivere con il preziosismo dei caratteri che li contraddistingue, o a fare i ravioli cinesi di cui abbiamo gustato il delizioso sapore.

Un laboratorio di relazioni preziose che ci ha aperto il suo mondo con modestia e al tempo stesso orgoglio: ambivalenze che non finirò mai di apprezzare e cercare di comprendere. Così come non riuscirò forse mai a ricordare con precisione le parole che mi’nsegnano, i loro nomi dotati di significati misteriosi, dal suono ritmato eppure rotondo. Invano la sera del 4 febbraio ho tentato di imparare ad augurare buon anno in cinese: Xīnnián kuàilè (o qualcosa del genere); sembra facile, ma pronunciarlo con accento e tono giusto è tutt’altra cosa.

Lasciano il segno questi ragazzi e ragazze che volano a Bologna per studiare con noi. Sono i primi a mostrarsi curiosi e rispettosi di ogni nostra caratteristica. Pensano ad esempio a darsi nomi italiani, per non costringerci a memorizzare suoni per noi distanti. Esplorano le nostre città e condividono foto stupende nei nostri social media. E ci parlano dei loro canali social insegnandoci tantissime cose dello scenario di un paese in grande movimento.

 

Eppure, la sera del capodanno nessuno dei nostri studenti italiani di CompassUnibo è riuscito a venire: difficile in questo mondo universitario che sollecita individualismo e invita alla competizione animare un senso di comune appartenenza ad un corso di studio che merita al massimo un paio d’anni di attraversamento veloce. Lo si transita per lo più alla ricerca di qualche tecnica in più che dia chance in quel mondo del lavoro in cui abitano i fantasmi del non-sapere-abbastanza e dunque di-non-guadagnare-abbastanza. Incontrarvi persone o lasciarsi andare alla semplice curiosità è solo un orpello che pochi possono permettersi. Scambiarsi sui social informazioni strumentali per questo o quell’esame, produrre appunti da mettere in vendita in questo o quel sito vetrina, prestare attenzione a gareggiare nella conta dei likes con la sensazione di essere riusciti a pubblicare qualcosa di più ironico o attraente di altri: tutto ciò è affare quotidiano per la reputazione della faccia positiva di sé, celando ai compagni di una strada temporanea il segreto delle relazioni che contano.

Foto di gruppo – Capodanno cinese organizzato dagli studenti cinesi della LM Compass – Le Scuderie, Bologna

Perciò, l’impegno per gli esami è più importante di una socialità con estranei, i dieci euro di un ricco aperitivo cinese risultano una somma eccessiva per chi già deve affrontare i costi di una città sempre più cara, preferendo magari lasciar spazio per un tranquillo e consueto spritz festivo coi propri amici di sempre, piuttosto che arrischiare di sciupare denaro per qualcosa di cui ci si fida poco.

Perché mai ci si dovrebbe lasciare andare ad una socialità ritenuta transitoria e transeunte  quando si è venuti a studiare come fare a convincere i (futuri) clienti a stringere legami con questa o quella marca intrecciando conversazioni su contenuti che appaiano loro allettanti?

Anche se, diciamolo, forse è difficile apprendere a comunicare contenuti significativi senza esporsi ad avere relazioni.

Tuttavia, nel prossimo futuro è persino probabile insegnino a farlo le macchine che chiamiamo intelligenti e gli algoritmi matematici che rispecchiano la strumentalità attribuita ai percorsi identitari. Sognando emozioni e modalità costruite per produrre esperienze d’emozione: un profumo, un colore, un tratto distintivo, una fragranza di vita vissuta che aiuti il cliente del marketer a vendere meglio una merce ammantata di intangibili valori e il consumatore a trarre conforto dal bene acquistato per consolarsi dal fatto di vivere in un mondo di simulacri.

Solo un dubbio aleggia ormai nel futuribile del mondo del lavoro contemporaneo: ma se davvero è così, basteranno un giorno le macchine e i robot per offrire significati e simboli ad esseri umani visti come scatole nere di emozioni a comando?  E ci sarebbe ancora posto per comunicatori umani?

Forse in quest’orizzonte tecnologico l’essere umano da animale imperfetto come lo qualificava Clifford Geertz – indicando quanto bisogno ha di trovare un senso condiviso alle proprie azioni – troverebbe una perfezione simulata e implosiva, nelle parole di Jean Baudrillard: chiusa nel buco nero delle strategie perfette che raggiungono talmente bene il loro bersaglio da non richiedere altro senso, altre domande, altri desideri.

Ma intanto, auguriamo di nuovo buon anno agli amici cinesi e approfittiamo ancora del lasso di tempo imperfetto rimastoci per gioire un pochino delle nostre curiosità.

*Pina Lalli è Vicedirettore del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali, Università di Bologna 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...