Perché la 10 years challenge NON è solo un gioco

Era il 1987, quando Albano e Romina cantavano “nostalgia canaglia”. Ebbene, si può dire abbiano colto nel segno quel che è l’obiettivo della Facebook 10 Years Challenge: una collezione di foto, apparentemente giocosa, dà luogo ad una narrazione collettiva pregna di momenti più o meno cruciali, ma soprattutto “sociali”, pronti per essere condivisi sul social media più famoso al mondo.

Facciamo un passo indietro: dunque, le regole per partecipare a questa challenge sono molto semplici, servono due foto, meglio se in collage, una scattata nel 2009 ed una in questi primi giorni del 2019. Il primo anno, il 2009, non è sicuramente frutto di una scelta casuale: Zuckerberg oltrepassò, solo in Italia, i 10 milioni di iscritti, il che fa intuire come Facebook passò da social media di “nicchia” a fenomeno popolare, di “massa”.

Insomma, ci sono tutti gli elementi per ritenere quest’iniziativa del tutto commemorativa, emozionante, spontanea, che spinge a voler riconoscere in ciascuno di noi i meriti e i demeriti, i successi e gli insuccessi, in una logica di “looking forward” al futuro, consapevoli di chi eravamo ieri, chi siamo oggi e cosa stiamo costruendo per diventare gli idealtipi del nostro domani.

Eppure, in tutto questo miele, c’è una nota stonata e a suonarla per prima è stata la scrittrice statunitense Kate O’Neill cinguettando su Twitter le sue perplessità circa l’uso che Facebook potrebbe fare di queste immagini.

twitter kate

La O’Neill ha ipotizzato – con una formula scherzosa, quasi per sdrammatizzare le implicazioni “spaventosamente reali” della vicenda – che questo gioco sia un modo per allenare gli algoritmi di riconoscimento facciale. Nulla togliere alla trattazione tecnico-scientifica, ma per semplificare il discorso: si tratta di raccogliere elementi che consentono ad alcuni programmi di riconoscere un volto. Affinché ciò accada, gli algoritmi necessitano di “mangiare” una quantità di immagini consistente e incontrano difficoltà nel farlo se un viso a distanza di anni è invecchiato, poiché, per esempio, non riescono a riconoscerlo.

Giusto per rendere ancora più chiara la faccenda: a ciascuno di noi sarà capitato di voler pubblicare una foto su Facebook e che il social network ci desse un suggerimento sulle persone da taggare, fornendoci, ancor prima di digitare il nome, il nominativo di chi fosse l’amica/o ritratta/o in foto. Inizialmente, la dinamica colpisce positivamente, “abbrevia” ancor più i tempi di digitazione e ci deresponsabilizza dallo “sforzo” di ricordare un nome ed un cognome, ma, è proprio su questa sensazione di abitudine che dovremmo riflettere.

Sebbene non siamo consapevoli di quali siano le implicazioni delle applicazioni di questa tecnologia intelligente ed intuitiva, sarebbe normale domandarsi quale sia l’utilizzo che essa fa dei nostri dati. A non molto tempo fa risale proprio lo scandalo legato a Facebook e Cambridge Analytica, dove sono stati letteralmente manipolati i profili cognitivo-psicologici di milioni di utenti statunitensi (e non solo) di Facebook, utilizzati nella costruzione della campagna elettorale di Trump per la corsa presidenziale.

Senza oltrepassare i confini della razionalità e sfociare in un’ottica “complottista”, la domanda che vi faccio e mi faccio oggi è: siamo quindi sicuri di sapere cosa possono fare Facebook e Instagram con le nostre parole e le nostre foto? Alcuni lo immaginano, pochi ne sanno qualcosina, ma la maggior parte lo ignora del tutto. Kate O’Neill dopo il suo tweet ha scritto un articolo per Wired USA in cui presenta alcune possibili future applicazioni del riconoscimento facciale.

Una, come la definisce la scrittrice, è rispettabile: il ritrovamento di bambini scomparsi. O ancora, vi potrebbe essere una ragione più commerciale: se uno schermo con una telecamera ti riconosce, potrebbe proporti pubblicità più adatte a te. In un futuro non troppo lontano, si potrebbero anche effettuare acquisti e pagamenti grazie al riconoscimento facciale.

Aldilà degli scenari futuri verosimili alla saga di Blade Runner, alcuni studiosi, tra cui Alessandro Del Ninno, professore universitario e avvocato esperto di Data Protection e ICT, hanno provato a dire la propria sulla possibilità che Facebook o altri enti possano fare uso delle nostre immagini per scopi di cui non verremo a conoscenza: la verità è che «non lo possiamo escludere». Quello che sappiamo è che i dati che inseriamo volontariamente sui social potrebbero non restare lì.

«A fine novembre, l’Antitrust ha sanzionato Facebook con una multa di 10 milioni perché nella registrazione degli utenti adotta un’informativa ambigua e non chiara sulla propria attività di raccolta e utilizzo, a fini commerciali, dei dati dei propri utenti. Questo meccanismo articolato prevede la comunicazione dei loro dati a siti web terzi e viceversa, senza preventivo consenso espresso dell’interessato» spiega. Inoltre, gli utenti che disattivavano questa opzione, preimpostata sul consenso, avrebbero avuto conseguenze penalizzanti nell’utilizzo della piattaforma.

Sanzioni simili sembrano aumentare in giro per il mondo. «In alcuni casi può succedere che le informative privacy siano corrette, ma che poi ci sia difformità fra gli impegni assunti e il reale utilizzo dei dati da parte dei social. Si è scoperto che Apple, Facebook e Amazon scambiano vicendevolmente dati degli utenti anche se nelle informative privacy non è scritto. Oppure lo troviamo scritto in un modo talmente oscuro e ambiguo, che siamo “forzati” a uno scambio dei nostri dati».

La responsabilità non è attribuibile unicamente ai “grandi colossi”, ma anche noi utenti «di fatto abbiamo la possibilità di settare le opzioni della privacy in modo da evitare rischi legati all’utilizzo dei nostri dati».

Se «il dato personale è la moneta digitale del ventunesimo secolo», è nostro compito calibrare la condivisione di parole, immagini, video, che possano essere utilizzati per secondi fini.

selfie

Di altro parere lo stesso social media, il cui portavoce annuncia: «si tratta di un meme creato dagli utenti e che è diventato virale in modo spontaneo. Non abbiamo iniziato noi questo trend, in cui vengono utilizzate foto già esistenti sulla piattaforma, e non guadagniamo nulla da questo meme (se non ricordarci quanto fosse discutibile la moda nel 2009). Per inciso, gli utenti di Facebook possono, in qualsiasi momento, scegliere se attivare o disattivare il riconoscimento facciale».

Non è facile trovare un compromesso tra entusiasmo narcisistico e consapevolezza critica delle nostre azioni, ma sarebbe bene l’ago della bilancia non pendesse né verso un estremo né verso l’altro, in funzione di una reale tutela della nostra vita privata, già divenuta troppo pubblica per poter essere ancora definita tale.

Claudia Carone

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...