#convegnofemminicidio: gli indicatori di ricerca e i mass media

La sessione dedicata agli indicatori di ricerca, nell’ambito del convegno sulle Rappresentazioni sociali della violenza di genere, si è svolta seguendo due direttrici: in primo luogo si sono delineate le fonti da cui vengono estrapolati i dati e la metodologia di ricerca applicata nei diversi studi, analizzando le criticità scaturite da un’attività di organizzazione dei casi non proprio omogenea sul territorio italiano; successivamente si è passati a una rassegna dei modi con cui le donne e il femminicidio sono rappresentati nei mass media – prevalentemente televisione e stampa (offline e online) – da cui è emerso un certo grado di confusione: come vengono trattati singolarmente i casi di femminicidio dai mass media italiani? Quali sono gli effetti che i prodotti mediali possono avere sul lettore/consumatore d’informazione, quando si tratta di violenza di genere?

I relatori invitati dal Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Bologna, che ha organizzato l’evento, sono stati Linda Laura Sabbadini, esperta di statistiche di genere; Anna Pramstrahler, di Casa delle Donne di Bologna; Fabio Piacenti, Presidente EURES; Milli Virgilio, avvocata; Marina Cosi, presidente GiULiA giornaliste; Renato Stella, Dipartimento FISPPA dell’Università di Padova. Ha coordinato il dibattito la professoressa Marinella Belluati del Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino.

La misurazione della violenza di genere

“La misurazione della violenza di genere inizia nella seconda metà degli anni ‘90” – racconta Linda Laura Sabbadini che dà il via al dibattito svoltosi nell’Aula Poeti di Palazzo Hercolani, sede della Scuola di Scienze Politiche dell’Università di Bologna – “all’indomani della conferenza mondiale di Pechino che poneva al centro la necessità di misurare la violenza di genere contro le donne.”

I primi tentativi di misurazione a livello internazionale, non solo in Italia, prevedevano l’inserimento di batterie di quesiti sulla violenza di genere all’interno di indagini che si occupavano di altre cose, come la sicurezza dei cittadini. I femminicidi erano sommersi all’interno della più generale categoria di criminalità.

relatori del convegno

Piacenti, Sabbadini, Pramstrahler. Coordina: Marinella Belluati

Inizialmente si pensava fosse impossibile stimare con precisione l’incidenza delle violenze di genere all’interno del mare magnum dei casi di violenza generica, perché si credeva che le donne avrebbero avuto difficoltà a parlarne. “Riuscii a far comprendere l’importanza di analizzare il fenomeno del femminicidio e proposi un’indagine pilota, con l’obiettivo di capire se effettivamente queste difficoltà c’erano.”

“Per la prima volta abbiamo stimato i casi di ricatto sessuale sul lavoro e le molestie. Quello che però ancora non emergeva era la violenza all’interno della famiglia. Il fenomeno veniva fuori, ma chiaramente sottostimato. Abbiamo capito che bisognava trovare una nuova sociologia per riuscire a far emergere la violenza che si perpetrava all’interno delle famiglie.”

Nel 2006, dopo 4-5 anni di progettazione e grazie al sostegno del Ministero per le Pari Opportunità, di centri anti-violenza, avvocati e focus group, si inizia ad adottare una nuova metodologia mirata alla ricerca sulla violenza di genere. Finalmente un’indagine dedicata.

Non veniva mai menzionato il termine ‘violenza’ nei quesiti, perché spesso le donne non la riconoscevano come tale, soprattutto se perpetrata dal proprio partner o da un ex: “Davamo priorità alla descrizione della tipologia di violenza, piuttosto che alla sua validazione. Quello che ci interessava era sapere se una donna era stata pestata, maltrattata, e che forma di violenza avesse subito in questo senso, rispetto al fatto che l’atto venisse considerato violenza o meno.”

La ricerca fu pionieristica: finché non si è iniziato a chiedere esplicitamente se le donne avessero subito violenze da parte di partner o ex, queste non emergevano spontaneamente. C’era bisogno di far capire che quelle subite da chi sentiamo particolarmente vicino sono violenze a tutti gli effetti. Tant’è che è emerso che il 67% degli stupri di quegli anni era stato a opera del partner. “Se noi chiedevamo: ‘Ti ha pestato di botte qualcuno? Se sì, chi?’ era facile che il marito non venisse fuori. Se invece chiedevamo: ‘Ti è mai capitato di aver subito ‘questo’ da parte di tuo marito?’ la risposta era affermativa.”

Esiste una miriade di dati sulla violenza di genere, ma sono frammentati e spesso confondono. Molti sono anche sommersi. Per analizzare la tendenza della violenza sulle donne è necessario un lavoro meticoloso di maneggiamento dei dati e la consapevolezza che nulla di ciò che si ricava è scontato, ma può essere determinante per la loro interpretazione. Per questo motivo è necessario confrontare le ricerche specifiche sul femminicidio con le statistiche fornite dall’ISTAT, perché queste ultime stimano anche il sommerso. Solo questo tipo di ricerca ci permette di capire se le tendenze violente sono in crescita, stanno diminuendo, o restano stabili. Limitarsi, per esempio, allo studio sul numero di denunce non è sufficiente. Quante sono le donne che non denunciano le violenze subite?

Quando abbiamo messo a confronto le indagini del 2006 e del 2014, è emersa una tendenza alla diminuzione della violenza di tutte le tipologie (psicologica, fisica, sessuale, economica ecc.). La percentuale di casi di violenza era diminuita, ma quella delle denunce invece era cresciuta. Non sempre le due cose vanno nello stesso senso.” È qui che entra in gioco l’analisi del sommerso.

La cura che si ha nella costruzione del dato è una cosa fondamentale”. Il lavoro sulle denunce si dimostra necessario nel momento in cui i dati forniti dall’ISTAT non sono sufficienti o sono di difficile interpretazione.

Circa nel 90% dei casi di violenza di genere non viene sporta denuncia. Dei casi denunciati, buona parte viene archiviata. Della parte non archiviata, il 40% dei denunciati viene assolto. Perché non si denuncia? Uno dei motivi potrebbe essere l’iter giudiziario, spesso è così opprimente che la semplice valutazione costi/benefici scoraggia la donna dal procedere per vie legali: quanto mi conviene denunciare se dopotutto il colpevole non viene punito?

Fin qui si è parlato soltanto di dati ricavati da denunce e ISTAT, ma sono fonti anche i centri anti-violenza o strumenti come il Telefono Rosa (1522). Quest’ultimo ha fornito suggerimenti importanti sulle politiche: i dati al tempo non registravano mai telefonate di soccorso da parte di straniere e migranti. Questi dati non sono dunque rappresentativi di questo segmento di popolazione. Ogni fonte va utilizzata per quello che può dare, e ne vanno massimizzate l’utilizzo e l’utilità. L’ISTAT ha avuto problemi a intervistare donne di nazionalità cinese, per dirne un’altra. Il tipo di cura della qualità del dato di cui si è parlato in precedenza prevedrebbe l’assunzione di una strategia mirata per cercare di incontrare le donne cinesi, in questo caso, oppure le straniere che non utilizzano il 1522.

“Dal confronto dei dati del 2006 con quelli del 2014”, conclude Sabbadini, “erano emersi due elementi di ambiguità: la violenza diminuiva e di molto, mentre i femminicidi erano sostanzialmente inchiodati, così come gli stupri e i ricatti sessuali sul lavoro. Una parte di violenza meno grave diminuiva, mentre quella grave diventava ancora più grave, si incattiviva. Inizialmente pensavamo ci fossero errori metodologici.” In realtà, mettendo insieme tutti gli indicatori, Sabbadini e team hanno appurato che era invece raddoppiata la percentuale di donne consapevoli che le violenze ricevute fossero reato, soprattutto tra ragazze e studentesse. L’ipotesi era che, grazie a una maggiore consapevolezza, le ragazze riuscissero a prevenire la violenza o quanto meno accorgersi in tempo di situazioni pericolose, arrivando all’interruzione della relazione prima che s’innestasse l’escalation.

Ma perché allora la violenza continua ad aumentare? “Perché a una maggiore coscienza femminile si affianca una più violenta reazione da parte dell’uomo, che intende dominare” e che, alla fine, commette in molti casi atti di violenza grave, se non femminicidio. La paura del femminicidio è aumentata di pari passo con la consapevolezza femminile e una riduzione delle violenze meno gravi non porta necessariamente, come abbiamo visto, a una diminuzione dei femminicidi.

L’attività di monitoraggio non va mai interrotta ed è necessario potenziare le strutture che già ci sono. “Senza l’aiuto della politica, le donne da sole non possono farcela.”

L’approccio femminista

Anna Pramstrahler racconta l’esperienza di Casa delle Donne per non subire violenza di Bologna, un’associazione senza fine di lucro impegnata a contrastare la violenza di genere. Il gruppo nasce con l’apertura di un centro anti-violenza nel 1990.

“Nel 2005 abbiamo iniziato una mappatura indipendente sul femminicidio. Occupandoci di violenza di genere da anni, abbiamo deciso di studiare il femminicidio perché crediamo sia la punta estrema di un continuum, come diceva Karen Boyle prima. La donna uccisa solamente perché donna. Non è un fenomeno neutro, ma di genere.”

Non sono statistiche né criminologhe, ma la raccolta dati iniziata da Casa delle Donne fu importante perché puntava a studiare un fenomeno ancora poco analizzato dagli istituti di ricerca. L’obiettivo era anche quello di creare attenzione pubblica attorno alla violenza di genere. “Il femminicidio non è emergenza sociale, ma violenza strutturale.” La lotta era anche linguistica: era necessario smettere di parlare di delitto passionale e iniziare a trattare le violenze come delitti contro le donne.

Pramstrahler afferma la necessità immediata di creare un osservatorio sul femminicidio in Italia, considerato che strutture simili sono presenti in altri paesi come la Spagna e la Gran Bretagna (Counting Dead Women). Soprattutto al netto delle recenti ricerche internazionali: il Global Study on Homicide del 2013 delle Nazioni Unite ha rilevato che il 95% degli assassinii in 207 paesi è commesso da uomini e, quando uccidono le donne, le ragioni sono diverse da quando la vittima è di sesso maschile. Pramstrahler sottolinea inoltre l’importanza di progetti come Femicide Watch, una piattaforma lanciata nel 2017 dalle UN come punto di snodo per ragionare sul tema del femminicidio, partendo da dati e notizie accuratamente raccolti e selezionati.

“In Italia l’ISTAT fa un ottimo lavoro, ma manca ancora la figura centrale di un osservatorio sul femminicidio.” Oggi abbiamo tante fonti, dalla commissione femminicidio allo studio delle sentenze, ma “i dati restano incompleti, le rilevazioni non sono sistematiche, le definizioni teoriche assenti. Chi effettua le ricerche non descrive quale concetto di femminicidio si è usato negli elenchi e nelle pubblicazioni. Normalmente si fa riferimento a donne uccise, ma il femminicidio non si riduce a questo. C’è la prostituzione, lo stupro, i femminicidi non intimi, i suicidi.”

Pramstrahler conclude che comunque dei risultati ci sono: il tema del femminicidio è molto diffuso in Italia anche più che in altri paesi, ma nonostante siano presenti istituti e fonti autorevoli, il tema è trattato ancora in modo confuso.

Le ricerche dell’EURES – i dati sul femminicidio in Italia

Fabio Piacenti, presidente EURES, lavora sul tema da oltre 20 anni. Per la prima volta, nel 1993, con una delle prime basi dati informatizzate a partire dall’archivio dei lanci dell’ANSA, fece il primo lavoro sul fenomeno degli omicidi in ambito familiare. Insieme al suo gruppo, Piacenti ha iniziato a raccogliere e informatizzare tutti i casi di omicidio volontario consumato in Italia.

Da 25 anni viene ampliato il database, incrociando i dati con quelli trasmessi dal Ministero dell’Interno. “Dati statistici ufficiali che consistono in omicidi volontari denunciati, con apertura di un fascicolo, che vengono congelati nell’agosto dell’anno.”

Finora sono stati registrati dall’EURES 22000 casi, tutti informatizzati, di cui 10000 dal 2010 a oggi, con sentenze passate in giudicato e pronunce dalla Cassazione. Obiettivo relativamente nuovo è quello di analizzare il grande tema della capacità di intendere e di volere, oggi ancora non inserito nella riflessione.

Dal 1990 vediamo scendere il numero degli omicidi volontari consumati dai 1600/1800 ai circa 400 (dati provvisori del 2017). Una diminuzione del 75%, in cui si registra però una diminuzione del femminicidio ben più contenuta. Nell’ultimo decennio, gli omicidi scendono del 50%, mentre quelli con obiettivi femminili solo del 10/15%. Nel 2000 gli omicidi in ambito familiare erano pari al 30% (percentuale vicinissima a quelli della criminalità organizzata) mentre nel 2017 aumentano al 42,8%. “È la geografia, la struttura dell’omicidio in Italia che si sta modificando profondamente.”

Nel complesso degli omicidi, le vittime sono per il 70% uomini e per il 30% donne. Ma in ambito familiare le vittime femminili sono il 63,7%, con percentuali più basse nelle altre categorie di assassinii.

Dalle statistiche mostrate in aula, Piacenti trae tre spunti interessanti che richiedono un’attività maggiore di prevenzione e ricerca scientifica:

  1. La componente più alta di vittime femminili (25,6%) ha 65 anni o più;
  2. Le vittime femminili straniere sono molto più a rischio di essere assassinate rispetto alle italiane (il rapporto è di 4:1);
  3. Delle 2987 vittime femminili negli ultimi 17 anni, il 71,9% viene ucciso in ambito familiare, il 28% in altri contesti (criminalità comune, ecc.).

Ma cosa far rientrare nell’ambito del femminicidio? Una donna anziana che muore dopo essere stata rapinata e picchiata, è da considerare vittima di femminicidio? Secondo Piacenti sì, quando l’assassino è un uomo la variante di genere non può essere ignorata.

Il sapere giuridico al servizio della ricerca sociologica

Milli Virgilio esercita dal 1970 la professione di avvocata, concentrandosi sulla difesa delle donne colpite da violenza e discriminazione, oltre alla tutela di diritti civili e politici di donne e uomini in generale.

“Una delle cose che dobbiamo capire della violenza è che i vari temi sono complessi, quindi i saperi devono lavorare insieme. Il mio è un sapere giuridico e penso che una ricerca sulla violenza sulla donna non possa non essere politica.”

Virgilio aggiunge che “una ricerca scientifica efficace deve anche avere garanzie di indipendenza, altrimenti si avranno sempre ricerche serve di qualcuno e poco critiche.
Con le tante variabili in gioco e le diverse ricerche, vengono fuori dati diversi e ottenerli da organo indipendente è estremamente difficile. Il pregio della Commissione femminicidio è di averci dimostrato che i dati sono tanti e vanno messi insieme.”

Formalizzazione della raccolta dati, disaggregazione per genere dei dati giudiziari, indicazione a monte dei criteri di raccolta, queste sono le parole chiave dell’intervento della giurista. “Il problema, oltre a essere tecnico, è anche politico. Non è solo penale, ma anche civile: nelle sentenze sulle separazioni, di violenza ne vien fuori poca, perché le donne anche lì non la vogliono far emergere—è questa un’altra ricerca da fare, esaminando i dati secondo criteri locali, senza confrontare casi penali con altri casi penali. Non bisogna settorializzare.”

La necessità di andare a fondo, distinguendo caso per caso per vagliare tutte le specie di violenza di genere, è un elemento emerso in quasi tutti gli interventi, a testimonianza di quanto confusi siano gli schemi interpretativi fra studi diversi.

Non bisogna fermarsi all’esito processuale, ma andare avanti dopo la sentenza. “Nell’omicidio devo guardare anche le varie aggravanti, cos’è la premeditazione, quali sono i motivi futili, cosa sono le sevizie, avere agito con crudeltà contro le persone, abuso di autorità, tutte categorie all’interno del quale registrare i diversi casi.” Milli Virgilio parla di un ”substrato di conoscenza”, che deve essere analizzato dal sociologo con la collaborazione di chi è esperto del campo.

L’avvocata parla infine del bisogno di maggiore incisività da parte della polizia giudiziaria. Le forze dell’ordine sono spesso resistenti nel dare provvedimenti di allontanamento dalla casa. C’è inoltre – come si è già scritto più volte – confusione nelle dinamiche di questi crimini, o meglio nel come vengono giudicati: la tendenza è quella di accorpare maltrattamenti e stalking, quando invece nella Convenzione di Istanbul si parla in modo differenziato di ‘molestie’ e ‘minacce’—lo stalking inquadrato in quest’ultime. “Siamo riusciti a unire ‘molestie’ e ‘minacce’. Abbiamo due modi, quello sui maltrattamenti e sullo stalking, che nascono confusi, quando la ricerca scientifica dovrebbe andare coi piedi di piombo.”

Il ruolo dell’informazione e i mass media

Marina Cosi è presidente dell’associazione GiULiA Giornaliste, nonché giornalista professionista. Svolge questo mestiere da 40 anni e ha lavorato in 7 testate diverse. L’associazione GiULiA ha contribuito alla creazione del Manifesto di Venezia, assieme alla Cpo Usigrai e al Sindacato Giornalisti Veneto. Un “Manifesto delle giornaliste e dei giornalisti per il rispetto e la parità di genere nell’Informazione.”

C’è confusione, dice Cosi, tra mass media, informazione e comunicazione. Durante il dibattito era emersa la discussione su Amori Criminali, un programma TV di cui si erano criticate le narrazioni. Marina Cosi ha voluto specificare che, essendo questo un programma televisivo e non un’opera giornalistica, non esistono cornici obbligate, perché sono contenuti rientranti nell’ambito della libertà d’espressione (Art. 21 Cost.). Diverso è il caso di opere giornalistiche soggette a meccanismi deontologici.

Comunque, GiULiA giornaliste non si occupa di femminicidio, ma di due cose precise: primo, “come le donne vengono argomentate, raccontate, trattate, con quali parole, con quali spazi e quali sono le declinazioni nei nostri media”; secondo, “come le donne giornaliste, all’interno delle redazioni, hanno difficoltà di carriera, limitazioni, salari più bassi.”

Il focus è sul linguaggio. “Bisogna fissarsi sul linguaggio. Tu esisti nella misura in cui sei citata.”

Raccontare correttamente un fenomeno cercando di essere il più possibile rispettosi non è facile. “I tempi del giornalismo sono stretti, infinitamente di più rispetto al passato.” Anche se le vendite dei giornali cartacei diminuiscono, le pagine dei giornali vanno riempite e la mole di lavoro aumenta. Ora c’è l’online ed è tutto più veloce, ma la fretta conduce alla parzialità e alla sintesi forzata. Così si spiega l’uso nei titoli di termini come ‘baby squillo’ per riferirsi alle ragazze che vengono contattate per servizi sessuali illegali via telefono.

Considerate le varie carte, quella di Treviso, il Codice deontologico sulla privacy, le prese di posizione personali con la firma del Manifesto di Venezia—si può dire che, con l’esclusione di alcuni giornali, si stia dimostrando una certa sensibilità alla questione del linguaggio a livello nazionale.

L’associazione GiULiA ha proposto, insieme ad altri, una lettera aperta/manifesto, ‘Cronache del dissenso’, firmata da quasi 200 giornaliste, ove è messo per iscritto che non sono più accettabili molestie e ricatti sessuali sul lavoro, nemmeno profonde disparità di trattamento, stipendio e carriere. Si è chiesto inoltre che molestie pesanti e recidive siano contemplate tra gli atti sanzionabili nei contratti di lavoro.

La prossima battaglia, conclude Marina Cosi, sarà sulla parità salariale e di ruolo.

 

Renato Stella rappresenta un gruppo di ricerca nazionale che comprende cinque università (Bologna, Palermo, Torino, Lecce, Padova) e si occupa di capire quali parole vengono utilizzate per fare riferimento al femminicidio in TV e nella stampa.

Perché è necessario parlare dei giornali oggi? Perché preoccuparsi di come i giornali rappresentino il femminicidio? Perché la violenza si perpetra anche in forma simbolica. Ciò vuol dire non solo usare le parole sbagliate, ma anche la retorica sbagliata per spiegare gli eventi. Come quando le indagini dei giornali si spingono troppo in là nella vita privata delle vittime, per mantenere alto l’interesse del pubblico, col rischio di favorire interpretazioni fuorvianti.

Ma cosa succederebbe se i giornali parlassero diversamente dei femminicidi? Potrebbero diminuire? Probabilmente no. “La presentazione degli eventi in forme più spettacolarizzate per il mezzo stampa o televisivo, continua a riprodurre stereotipi e pregiudizi di cui difficilmente ci accorgiamo. Così facendo si crea un’abitudine a interpretare. Il nostro compito voleva essere quello di tentare di smontare questa macchina per vedere quali sono le retoriche, le parole, le strutture di narrazione, lo storytelling, in base ai quali avviene la riproduzione di questi stereotipi.”

Stella tiene a specificare due elementi in particolare, legati alla ricerca:

  1. I pubblici sono grandemente frammentati. Se studio i giornali non vuol dire che sto studiando l’opinione pubblica, semmai una parte.
  2. I media vengono visti in due modi: come sintomo e come farmaco. Nel primo caso, se so che studiando l’uno o l’altro giornale posso analizzare un pezzo di opinione pubblica – localizzata territorialmente – mettendo insieme i ‘sintomi’ posso arrivare alla diagnosi; se considero il mezzo come farmaco gli attribuisco la potenzialità di generare o modificare la realtà (o la percezione di questa)—a seconda di come i media parlano di un fatto nel tempo, possono plasmarne le interpretazioni.

Si è già detto come il giornalismo sia diverso ora rispetto a una decina di anni fa, oggi c’è il web. Il web, però, non si sfoglia. Le homepage dei quotidiani non vengono spulciate come la prima pagina del giornale cartaceo. Per attirare i lettori i quotidiani online utilizzano i social media: vedo il titolo, clicco per leggere l’articolo, chiudo il sito.

L’idea di Stella è allora quella di analizzare i commenti delle persone sui link dell’articolo sui social media. Così si viene a conoscere quella minima parte di opinione pubblica che ha interagito con la notizia. In effetti, se si va a vedere, spiega Stella, i commenti dei lettori dimostrano che non sono inermi di fronte alle distorsioni di una narrazione viziata. Avvertono l’esagerazione delle descrizioni truculente, dell’inutilità degli approfondimenti sulla vita privata della vittima, che il raptus è una giustificazione troppo facile per un femminicidio.

Le prime tendenze a emergere in modo evidente dai commenti sono due: una potente corrente giustizialista, chi ha commesso il fatto è demonizzato; l’incidenza della componente xenofoba nel caso in cui perpetratore, vittima o entrambi non siano italiani—la rabbia e l’odio nei confronti dello straniero mette in secondo piano la questione di genere.

Ma come viene analizzato il contenuto degli articoli e dei commenti? La procedura consiste nel costruire due schede. In una si registrano i contenuti degli articoli, nell’altra i commenti, stabilendo relazioni tra le due. Si presta attenzione all’utilizzo di vocaboli e locuzioni che parlano del fatto accaduto, come viene usato il termine femminicidio, come si parla di chi ha perpetrato la violenza, come viene rappresentata la vittima, qual è il contesto, se ci sono altri attori coinvolti, ecc.

L’obiettivo della ricerca resta in ogni caso creare consapevolezza nei lettori dell’esistenza di meccanismi di persuasione, volontaria o meno, più profondi dei contenuti che vediamo in superficie. Ma la responsabilità di come venga presentata una notizia non è soltanto del giornalista. Il giornale, le sue logiche di funzionamento, quelle del newsmaking, il mondo dell’editoria, incidono pesantemente sul contenuto dell’articolo.

E allora altri quesiti potrebbero essere volti a capire quanto incidano le logiche di funzionamento dei giornali sul modo in cui si parla di femminicidio. Al fenomeno viene dato il giusto peso? Sono presenti, nell’articolo, riferimenti al femminicidio come problema sociale?

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