Politica e nuovi media. I politici su Twitter, Instagram e Facebook. I social sono davvero garanzia di dialogo e interazioni tra l’uomo politico e il cittadino?

Come sta cambiando il modo di fare comunicazione politica?
Al giorno d’oggi si vendono idee come fossero prodotti, cose materiali, oggetti d’estetica. Un’idea assume lo stesso significato di un monile quando – per esempio – condivido un post del mio politico preferito su Facebook perché voglio far sapere ai miei contatti quale idea ho deciso di sposare, quale prodotto ho scelto tra i vari offerti dal catalogo, per dare al mondo l’immagine di me che voglio che riceva.

I media tradizionali, dalla TV alla carta stampata, non hanno smesso di ospitare opinioni politiche — anzi. Continuano a sopravvivere mantenendo i consumatori più affezionati che preferiscono ancora un’informazione più approfondita – più lenta – con la tipica teatralità del talk-show e con una certa serialità quasi da telenovela.

Differente è il caso dei nuovi media, questi ancora sconosciuti per diversi attori politici italiani (Silvione ha “esplorato il social network” per la prima volta nel 2010).

Sono le arene post-moderne della politica e funzionano un po’ diversamente rispetto ai primi mezzi di comunicazione, ma hanno tutti l’immenso vantaggio di essere istantanei e disintermedianti — nel senso che sono i tramiti diretti fra l’organizzazione politica (il partito come gruppo o nella persona del leader) e il cittadino/sostenitore.

I tweet sono più rapidi dei lanci d’agenzia; le informazioni che possiamo assimilare quasi istantaneamente da una foto su Instagram sono moltissime; le possibilità di interazione offerte da Facebook continuano ad evolversi ed evolvere il modo in cui i cittadini possono interagire con i governanti.

I politici ‘post-moderni’, chi più chi meno, ma più che altro il loro staff, sanno bene che per rendere diffusa un’idea politica oggigiorno devono necessariamente essere presenti sul web.

Per avere un’idea più chiara, date le premesse: sul web e sui social network in particolare le informazioni arrivano prima; i giornali stampati e la TV offrono approfondimenti sulle tematiche più calde dell’agenda e ospitano opinionisti (o firme nel caso dei giornali) che si ripresentano a rotazione di puntata in puntata (o di rubrica in rubrica, o negli editoriali), garantendo una forma di serialità che spinge il consumatore televisivo (o periodico) a voler seguire tutti gli appuntamenti (es. “Voglio proprio sentire cosa ne dice Salvini questa sera” riguardo un argomento che seguiamo con particolare interesse).

La TV e i giornali sono insomma all’inseguimento, tant’è che non è infrequente vedere programmi televisivi che fondano le proprie trasmissioni sullo scandaglio delle informazioni sui social.

Propaganda Live è un esempio. Il programma di Diego Bianchi cambia nome ed emittente televisiva, trasferendosi da Rai 3 a La7 in una versione tutta nuova per nome e durata del programma, mantenendo la propria linea editoriale (con le dovute differenze derivanti dal passaggio da una rete pubblica ad una privata). Tra qualche stacco musicale e la sporadica presentazione di musicisti emergenti e non, i fumetti di Makkox e le avventure urbane degli inviati, il programma segue tutta l’agenda settimanale per come è stata commentata su Twitter da cittadini e politici. Ne scaturisce una meta-narrazione del rapporto interattivo tra popolo e palazzo, in cui il programma televisivo si pone quale mediatore (a posteriori) oltre che narratore.

Il futuro sviluppo dei media è incerto, come è incerta l’evoluzione dei nuovi mezzi di comunicazione.
“Il mezzo è il messaggio”, citando l’abusata tesi di McLuhan. La nostra comunicazione sul web sembra adeguarsi alle regole ferree che ci vengono imposte da chi domina questo ecosistema, i.e. i social media e i grossi motori di ricerca (Google, Bing ecc.), ma l’obiettivo dell’attività politica resta lo stesso: raggiungere il proprio pubblico e ampliarne il volume, cercando di diffondere e far adottare la propria visione della realtà.

Un’attività non troppo distante da quella di una qualsiasi multinazionale.

Enrico De Mujà

 

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