L’Isis e il reclutamento dei giovani occidentali: le implicazioni delle differenze di genere nella scelta del contenuto dei messaggi

Spesso sui media occidentali si parla di quanto l’attività comunicativa dello Stato Islamico sia efficace, di come essi abbiano saputo sfruttare i vantaggi offerti dell’attuale ecosistema comunicativo e di come siano stati capaci di integrare nuovi e vecchi media all’interno di una strategia comunicativa transmediale, basata sulla diffusione coordinata di contenuti su differenti piattaforme.
L’attenzione mediatica, delle istituzioni e del mondo accademico si è focalizzata in particolare modo sul materiale prodotto e diffuso per attirare i giovani occidentali, sia perché l’Isis è l’organizzazione terroristica che più di tutti è riuscita a richiamare nuove reclute, sia perché questo fenomeno ci riguarda da vicino.

In questo ambito però, un aspetto troppo spesso trascurato è che i messaggi di reclutamento indirizzati ai “nativi digitali occidentali” non si rivolgono solo alla componente maschile, quindi ai foreign fighters, ma anche alle giovani donne, le cosiddette muhajirah.

Infatti, anche se l’Isis è un’organizzazione in cui domina la figura maschile alla donna è comunque riconosciuto un ruolo di strategica importanza; il suo compito è quello di portare avanti la propaganda diretta alle altre donne e di adempiere ai doveri di “buona madre e buone moglie”, così da contribuire alla realizzazione del progetto del Califfato.

A livello di contenuti, i messaggi diretti ai foreign fighters si strutturano intorno ad un immaginario fatto di armi e combattimenti, recuperano temi dottrinali, promettono una vita prospera e inclusione sociale. Quelli indirizzati alle muhajirah invece ruotano intorno alla promessa di un matrimonio felice, prospettano una vita personale appagante e la possibilità di entrare a far parte di un gruppo di donne che condividono gli stessi valori.

Pertanto per attirare le donne l’Isis utilizza immagini di tramonti, paesaggi e foto di coppie felici, mentre per raggiungere i foreign fighters diffonde immagini di armi riprese da videogames, video di combattimenti in diretta dal campo di battaglia e slogan come: “le vere battaglie hanno bisogno di veri uomini!”.

Il fatto che la scelta dei contenuti da diffondere tenga conto delle differenze di genere dimostra che gli organi di propaganda dello Stato Islamico sanno bene che il successo di un messaggio si basa sul suo framing: se un’ideologia ha seguito ed appeal è perché si allinea con i valori e le credenze del target a cui è diretta.

La propaganda che gioca sul desiderio delle giovani donne di avere un matrimonio felice e una vita personale appagante ha luogo in un vero e proprio sito di incontri online, Jihad Matchmaker, dove ha inizio il cosiddetto “percorso della sposa jihadista”. Prima si formano le coppie, poi vengono fornite tutte le informazioni necessarie per raggiungere la Siria e se necessario anche il contatto di un agente che rappresenta gli interessi della ragazza al posto dei genitori, in modo da rendere il matrimonio legittimo.

Il tema amoroso si ritrova anche nei blog-diari, in cui attraverso la voce rassicurante e riconoscibile di donne occidentali ora trasferite in Siria, si offre l’opportunità di vedere da vicino come è la vita di una muhajirah. La pagina Facebook “Diary of a muhajirah” alterna post che elencano i vantaggi e benefici che si hanno nel vivere nello Stato Islamico ad altri in cui si parla di come si svolge la quotidianità in Siria, ponendo l’enfasi sulla soddisfazione che si prova nel servire sia i singoli combattenti che l’emergente Califfato inteso come Stato.

Esistono infine gruppi chiusi come al-Zawra, che sia su Facebook che su Twitter diffonde numerosi video per insegnare alle donne che “sono più interessate a una cintura esplosiva ad un abito bianco o ad un castello” come diventare una perfetta muhajirah; si possono trovare corsi di cucina, di economia domestica, di pronto soccorso e anche una “guida pratica e veloce” per allenarsi alla jihad in maniera autonoma.

Per attirare i foreign fighters invece l’Isis ha diffuso nel 2014 un teaser con scene riprese dal celebre videogioco Grand theft Auto e con un invito chiaro ed esplicito all’inizio del video: “Vieni a fare sul campo di battaglia quello che faresti nel videogioco!”. Il Califfato ha sfruttato il grande successo di questo videogioco e modificandone scenari e abiti ha creato una sua personale versione capace di avvicinare sin dalla tenera età quanti più possibili combattenti. Se nella versione originale infatti il giocatore deve impersonare un criminale nella versione modificata si deve comportare come un perfetto jihadista.

I cortometraggi intitolati “Al-Gharuba, I prescelti degli altri paesi” invece sono una serie di video realizzati dal campo di battaglia e dedicati ai foreign fighters di tutto il mondo. Nella primo video della serie il canadese convertito Abu Muslim rivolge veri e propri appelli ai giovani ragazzi per esortarli a partire:

“Abbiamo bisogno di ingegneri, abbiamo bisogno di medici… abbiamo bisogno di tutto; si sa, c’è lavoro per tutti. Ognuno può dare qualcosa allo Stato Islamico… Questa terra è benedetta… Per cui venite e unitevi a noi prima che le porte vengano chiuse, poiché al momento la ricompensa è una miniera d’oro”

“Anteponete Allah alla vostra famiglia, anteponetelo a voi stessi e a tutto. Date la precedenza ad Allah. Allah vi ricompenserà”.

La scena clou del video, quella che mostra il momento della morte del protagonista, oltre ad essere molto coinvolgente ci rivela che dietro questi cortometraggi c’è un preciso piano di produzione. Infatti il mujaheddin che diventa eroe cinematografico viene ripreso in tutte le fasi della sua avventura siriana fino al momento della morte, come se la regia avesse già deciso che lui sarebbe stato destinato a morire per motivi propagandistici.

I mujatweets infine presentano una vision alternativa dello Stato Islamico e sfruttano il desiderio dei giovani musulmani occidentali di sentirsi integrati e di avere una vita agiata. Tutto in questi brevi video è studiato nel dettaglio: i protagonisti sono sia locali che occidentali trasferiti in Siria per trasmettere l’idea che realtà diverse possono convivere all’interno del Califfato, le riprese sono fatte con telecamera amatoriale per far immedesimare lo spettatore e i retroscena vengono riproposti per trasmettere normalità. Si mostrano inoltre i primi piani per creare empatia con il pubblico e scene del mercato di Raqqa o di bambini che mangiano il gelato per trasmettere l’idea di abbondanza e ricchezza.

In conclusione, la realizzazione di messaggi pensati specificamente per le giovani donne dimostra che l’attenzione rivolta a loro dallo Stato Islamico è tutt’altro che marginale e che il loro coinvolgimento all’interno del progetto del Califfato è un fenomeno che non può essere trascurato, a maggior ragione adesso che, secondo recenti ricerche, risulta essere sempre più in crescita.

Benedetta Cutini
[Articolo estratto dalla tesina presentata per l’esame di Sociologia della Comunicazione Multimediale]

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...