Quale futuro per la tv? Intervista ad Anna Bisogno

Quando mi sono trasferito a Bologna, mi sono ritrovato a parlare con ragazzi miei coetanei di serie tv, di Netflix, di streaming. Non che non ne avessi mai sentito parlare, anzi. Ma mi ha fatto sorridere il fatto che, dalle mie parti, di solito dibattiti su queste storie li facevo con mia nonna, che mi telefonava appositamente per discutere dell’omicidio di qualche adolescente e per fornirmi i ragionamenti e le prove per cui, secondo lei, l’assassino era (per certo!) lo zio, il padre o quel che era. Proprio così, mia nonna giocava a sua insaputa a un Cluedo nella vita reale.
Per quanto possa far sorridere, appunto, la vena investigativa di mia nonna, fa riflettere 024_.jpgcome uno spettatore possa essere così ammorbato e drogato da programmi che fanno intrattenimento noir. E fa anche riflettere la radicale differenza del mondo dei miei coetanei e quello di mia nonna: si tratta di di declinazioni diverse di un simile sentire comune o si due approcci contenutistici completamente diversi?
Per rispondere a queste domande, ho pensato di scomodare una grande esperta del settore: Anna Bisogno, docente di Storia e linguaggi della Radio e della Televisione presso l’Università degli Studi Roma Tre.

 

Professoressa Bisogno, è possibile concepire un modello di tv alternativo a quello attuale?

Il ruolo della televisione tradizionale è entrato in crisi anche per la sua incapacità di rinnovarsi. Ciò non significa che per risalire la china, la tv italiana debba ripartire da zero ma dovrà recuperare linguaggi e formati già collettivamente condivisi sul piano sociale e culturale, così da renderli disponibili in formule e fruizioni diverse. Avvitata su se stessa, la tv generalista mostra oggi difficoltà a individuare le novità, con ripercussioni su tutti i generi e sugli ascolti, ago della bilancia all’interno di un contesto diversamente competitivo.

L’informazione ha bisogno di più contenuti, di abbandonare la polarizzazione tra divulgazione scientifica e informazione politica, e di consolidare il ruolo di approfondimento e contestualizzazione della notizia, laddove essa può essere reperita con maggiore immediatezza e puntualità su altri media (una volta appreso il fatto, per esempio, su internet, lo spettatore chiede alla tv di analizzarlo). L’intrattenimento avrà invece bisogno di maggiore varietà (intesa come diversità, con nuovi stili e formule comunicative, un maggiore spazio a letteratura, teatro, arte), mentre la fiction di più coraggio, che si tradurrà in contenuti decisi, stili visivi più attuali, ritmi veloci e trame complesse.

 

Se la tv è invadente, come l’ha definita in un suo saggio, perché le persone davanti allo schermo si lasciano invadere? I telespettatori sono consapevolmente invasi o sono passivamente vittime di questo sistema?

Non è giusto invadere le vite con il pretesto del dolore. Quella a cui assistiamo è una crescente serializzazione del dolore e delle sue storie che vengono dissezionate, discusse attraverso le quali si ricercano continue connessioni, nuove contestualizzazioni, esclusive, empatie. Purtroppo l’argine è stato scavallato, la linea superata quando i generi hanno iniziato a contaminarsi. L’infotainment deriva da questo processo di rottura e dall’infotainment derivano le storie del dolorismo e del dolorrore nelle quali l’informazione ha la sua parte di (ir)responsabilità esattamente come l’intrattenimento.

 

I telespettatori siamo talmente abituati ad immedesimarsi nelle storie delle persone, che il melodramma è il leitmotiv di ogni tipo di format. Lo stesso vale anche per le nuove piattaforme di contenuti streaming, Netflix per esempio?

Sì e, considerata l’importanza e la pervasività dei mezzi di comunicazione nella società contemporanea, e il fatto che i media non sono solo semplici protesi, ma piuttosto ambienti in cui siamo immersi, il mutamento in corso è totalmente culturale. Riguarda cioè la «cultura» nel senso più ampio e antropologico della parola: “un intero modo di vita”, come l’ha definita Raymond Williams, un patrimonio di conoscenze, di nuove convenzioni sociali e di inedite espressioni di civiltà.

 

Secondo alcuni studiosi, la tv è destinata a morire. È d’accordo?

Non è così. La televisione si trova a dover esplorare nuovi territori, nel competere con gli altri mezzi di comunicazione, assumendo conformazioni diverse, che la porteranno a sperimentare e a perfezionare nuove tecnologie, allontanandosi progressivamente, per certi aspetti, dalla sua funzione principale in mutati paesaggi culturali e tecnologici. Ritengo sia più giusto dire, utilizzando una delle parole ricorrenti e dominanti nell’attuale discorso pubblico nazionale e internazionale, che la televisione è in crisi, cioè in un momento di ridefinizione e nuove scelte. Destabilizzate dalle crisi del mondo moderno e dal ciclone Internet, le industrie culturali tradizionali necessitano di un decisivo riposizionamento al quale non può sottrarsi un settore portante come quello della televisione.

Dunque, la tv non è morta ma “solo” emigrata in un oceano di schermi, terminali, reti, portatili. Stiamo andando, cioè, verso una società senza televisione, che non scompare come tecnologia, ma in quanto medium e strumenti di focalizzazione delle società moderne. Insomma, la televisione viene guardata altrove. Ad esempio, un programma come “Scherzi a parte” può risultare noioso e ripetitivo in tv, mentre fruito su youtube può risultare più divertente e, addirittura, più originale. Questa è, in estrema sintesi, la post televisione.

 

Il telespettatore passivo sembra si stia trasformando in attivo ed esigente, con la volontà di scegliere da sé cosa vedere, da cosa darsi «invadere». Secondo Lei questa libertà è una «schiavitù» di sartriana memoria o una libertà nietzschiana di scegliere di per sé i contenuti di cui si vuole usufruire? Oppure ancora, è una libertà vera o fittizia? 

Accade che quanto più si riduce la capacità del medium di organizzare e cadenzare il tempo libero del pubblico, tanto più esso diventa infedele e capriccioso. Si tratta di un movimento trasversale fondato sull’individualismo attivo e sulla partecipazione, sull’autonomia e sull’indipendenza di giudizio, sulla mobilitazione e sull’impegno civile che sfugge a qualsiasi riferimento ideologico, rifiuta ogni inquadramento nei partiti tradizionali e anzi pretende di orientarli e magari condizionarli dall’esterno. Non è soltanto una caratteristica generazionale, anagrafica quanto, piuttosto, una dimensione esistenziale, un atteggiamento mentale, una disposizione verso la società. Una condizione, insomma, d’identità e di cittadinanza mediatica. La vera grande rivoluzione mediatica è qui. Broadcaster e produttori devono abituarsi a un’audience che vive al di fuori delle vecchie logiche di programmazione.

Televisione non come oggetto, ma come pacchetto di contenuti fruibili dovunque, nel salotto di casa con mia nonna o in streaming con i miei amici.

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