Hate speech online: quali i limiti per la libertà d’espressione?

Hanno dato diritto di parola a legioni di imbecilli. Così Umberto Eco, qualche anno fa, aveva commentato i Social Network.

Per quanto spesso contestata, questa definizione è azzeccatissima. Sì, perché se prima ogni pensiero, ogni opinione, dalla più intellettuale e dotta alla più squallida e offensiva, veniva proferita a voce, allietando o disgustando solo un gruppo ristretto di persone che ascoltavano, da un paio di anni a questa parte chiunque si arroga il diritto di scrivere anche di argomenti di cui non sa nulla.

Per carità, i social network sono un ottimo strumento di condivisione e di informazione, che può generare anche posti di lavoro.

hate-speechMa nel momento in cui chiunque, armato di tastiera ma di certo non di coraggio, ha la possibilità di esprimere quello che viene considerato un pensiero o un’opinione, ma che in realtà spesso si tratta di parole mirate a ferire, a istigare all’odio e alla discriminazione, il diritto di libero pensiero si incrina. Se infatti la nostra Costituzione ci impone una liberà di pensiero, di parola, di espressione, non dobbiamo mai dimenticare che ogni nostro pensiero, ogni nostra parole, ogni nostra espressione è sempre rivolta a qualcuno. O contro qualcuno.

A tutti noi è capitato, aprendo la bacheca di Facebook, di trovare post di pseudo-intellettuali del cyberspazio che esprimono la propria idea riguardo gli argomenti più disparati (Rom, immigrati, politica…). Alcuni post contengono dei termini duri, squallidi e cattivi che sottolineano una propria fantomatica superiorità rispetto ad altri. Per fortuna, questi tipi di post sono segnalabili al gestore del social network o alle autorità, in quanto potrebbero essere penalmente perseguibili per istigazione all’odio (razziale, sessuale, di genere, di religione).

Ma ci sono altri post che si trovano in una via di mezzo tra la libertà d’espressione e il reato. Quei post che effettivamente riflettono un pensiero ma che non istigano direttamente. Sono forse i post peggiori, poiché non fanno altre che arare il terreno della paura dell’altro, seminando dell’odio gratuito da cui germoglieranno ogni genere di discriminazione e reato che, purtroppo, riempiono le pagine di cronaca.

Come evitare tutto ciò? Come mantenere la libertà di pensiero e di espressione ma, nello stesso tempo, impedire un discorso di odio?

La risposta della comunità europea

Una strategia esiste, disegnata ad hoc dall’Unione Europea. Per contrastare questo tipo di post online, l’hate speech, è stato istituito nel 2016 un tavolo di lavoro con i maggiori rappresentanti dell’information technology come Facebook, Twitter, YouTube, Microsoft ecc. L’obiettivo del tavolo è stato quello di affrontare il delicato tema della diffusione dell’hate speech nella forma dell’incitamento all’odio razziale, religioso, politico, sessuale e di discriminazioni e abusi a cui sono esposti i frequentatori del cyberspazio. Il tavolo ha prodotto il primo Codice Europeo contro l’hate speech.

Uno degli obiettivi principali del Codice è quello della gestione delle segnalazioni di contenuti non idonei ai gestori del social network: il Codice obbliga i gestori a controllare la segnalazione di contenuti inappropriati entro le 24 ore successive ed eventualmente procedere alla rimozione del contenuto.

Inoltre, per tutelare i cybernauti, le società che gestiscono i social hanno manifestato la volontà di rafforzare la promozione di forme narrative alternative e di programmi educativi volti a sradicare il fenomeno dei discorsi d’odio dalla società, attraverso l’educazione e la formazione dei navigatori. Mica male!

A sei mesi dall’entrata in vigore del Codice, la Commissione europea ha stilato un primo bilancio sul suo effettivo funzionamento. A dicembre 2016 le segnalazioni erano state circa 600, ma solo il 30% di esse era stato rimosso e nessuna delle aziende che avevano partecipato al tavolo sembrava aver raggiunto l’obiettivo di valutare la segnalazione entro le 24 ore. Perché? Le motivazioni possono essere molteplici.

Innanzitutto la fumosa definizione di hate speech, poco chiara e poco compresa non solo dagli utenti, ma anche dei gestori stessi dei social network. A ciò si aggiunge il fatto che il Codice non è vincolante per le aziende che hanno preso parte al tavolo dei lavori, cioè alle aziende che lo hanno stilato. Il testo del codice, delegando ai social network la responsabilità di censurare il discorso d’odio, chiarisce indubbiamente che non saranno più le autorità di polizia, ma delle aziende private, a prendere l’iniziativa in merito a questo fenomeno. Sono le aziende, dunque, in base ai loro termini di servizio, a decidere cosa è lecito e cosa non lo è. E in barba le legislature statali e comunitaria.

Il Codice Europeo contro l’hate speech quindi risulta formalmente un ottimo strumento, ma lo stesso non si può dire della sua applicazione pratica.

La risposta dal mondo dell’informatica

Esiste, però, un’altra prospettiva di intervento che proviene invece dal mondo informatico. La società Jigsaw, incubatore tecnologico interno al gigantesco contenitore di Alphabet (azienda di sviluppo di tecnologie per la sicurezza sul web) ha lanciato a febbraio la piattaforma Perspective, che mette gli algoritmi di machine learning utilizzati da Google al servizio della moderazione dei commenti sui siti di informazione e sui forum.

La tecnologia supera i tradizionali mezzi normativi. Sì, perché Perspective è un motore pensato per scandagliare i commenti degli utenti sui siti in modo da individuare quelli considerati pericolosi al fine di rimuoverli. Ai commenti verrà assegnato un punteggio da 1 a 100 non sulla base di un vocabolario ma sulla base di un immenso database contenente commenti simili già segnalati e già considerati dannosi, in modo che essi possano essere associati e dunque rimossi: più il commento sotto analisi è riconducibile per similitudine, struttura, lessico e schema a uno in precedenza contrassegnato come dannoso, più alto sarà il suo punteggio finale e dunque la possibilità che venga rimosso.
Lo strumento è ancora in fase di sperimentazione ma sembra che l’idea sia quella di renderlo disponibile in futuro su ogni piattaforma e per ogni utente.

Speriamo che, almeno in questo modo, la legione di imbecilli possa pensarci due volte prima di armarsi di tastiera e sfoderare la propria mancanza di coraggio.

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