L’esercito bancario assediato da startup fintech e colossi social

L’intero comparto bancario, non solo italiano, non solo europeo, ma mondiale, è “vittima” delle mire sui propri core business (conti deposito, finanziamenti, pagamenti e risparmio/investimenti) da parte di sempre più numerose e agguerrite start-up fintech e colossi multinazionali quali social networks come Facebook e piattaforme e-commerce come Amazon.

Facebook e Amazon, il cui fulcro di servizi sono ben lontani dall’assomigliare all’attività bancaria, sono però imprese che fin dal principio non hanno mai smesso di cercare l’innovazione (o start-up innovative da acquisire) che potesse ampliare il proprio business, hanno una riconoscibilità del marchio indiscutibile, un bacino di utenti impressionante e un tempismo impeccabile, visto che nel campo delle attività finanziarie generalmente si percepisce un dente sempre più avvelenato nei confronti degli istituti bancari (secondo uno studio di Viacom sulla generazione Millennials, il 71% degli intervistati preferirebbe andare dal dentista piuttosto che nella propria banca).
In un precedente post ho introdotto il tema della fiducia, intesa come la forza invisibile necessaria allo svolgimento delle attività quotidiane e ciò che permette a idee innovative di uscire dall’ignoto (come i Bitcoin), lo stesso tema si estende alla fiducia nelle istituzioni, in questo caso bancarie, continuamente minata da scandali (es. dopo la crisi finanziaria del 2008 un solo banchiere è stato arrestato), pratiche fraudolenti (per cui gli istituti pagano miliardi in multe ogni anno) e una “opaca” policy sulla trasparenza (da intendersi come la chiarezza e la comprensibilità delle norme che regolano i rapporti tra banca e cliente).

In aggiunta a questo il sistema bancario risulta imprigionato in una fitta rete di inefficienze e stretti margini di manovra, in cui gli unici veri tentativi “disruptive” (di rottura) sono stati l’introduzione dell’ATM (sportello di prelievo automatico) negli anni ’60 e a distanza di 30 anni l’avvento dell’online banking negli anni ’90. Da allora gli utenti-clienti stanno ancora aspettando una vera innovazione, ma se nel secolo scorso il mondo viaggiava ad una certa velocità, in questo secolo la velocità è stata “turbocharged” (ha messo il turbo), e così l’istituzione banca non può più permettersi di galleggiare nel mare finanziario pensando di rimanere ferma, mentre in realtà le correnti marine la stanno trascinando sempre più a largo, con il crescente rischio di affondare o di essere attaccata da parte di squali voraci.

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Credit: Banknxt.com

Tra i pesce-cani più grossi ci sono Facebook e Amazon.
Dopo due anni di attesa Facebook ha da poco ottenuto in Irlanda una licenza per l’emissione di moneta elettronica e servizi di pagamenti, e secondo alcune indiscrezioni avrebbe avviato colloqui per l’acquisizione di fintech specializzate in trasferimento di denaro; in questo modo potrebbe esportare in Europa il sistema di pagamenti tra utenti di Facebook messenger già attivo negli USA.
Per inviare soldi a un amico è sufficiente aprire l’app, selezionare l’icona con il simbolo del denaro, la cifra e scegliere la carta che è associata all’invio, un servizio ad oggi completamente gratuito; per garantirlo il social network ha stretto alcune partnership strategiche, come quella con PayPal.
Secondo TechCrunch, Facebook potrebbe lanciarsi nel settore dei trasferimenti all’estero (rimesse), un business con numeri incredibili: nel 2015, i lavoratori stranieri hanno inviato nei loro Paesi una cifra come 583 miliardi di dollari. Il mercato oggi è dominato da due aziende, Western Union e Money Gram, con fee che vanno dall’8% fino al 29%, ma Facebook potrebbe sbaragliare la concorrenza e controllare il mercato, offrendo delle fee più basse rispetto ai competitor e una migliore user experience attraverso le sue app per mobile, contando che sono 600 milioni gli utenti che accedono ai servizi dell’azienda via smartphone.
Un altro scenario possibile vede Facebook diventare un’opportunità per le tante persone che non usano banche, ma potenzialmente potrebbero comprare online. Secondo McKinsey, sono 2,5 miliardi gli “unbanked” nel mondo. In queste economie il cash è la forma di pagamento più usata, ma l’introduzione della moneta elettronica attraverso il social network potrebbe presto cambiare le attuali consuetudini.

Dal canto suo Amazon ha da poco presentato una carta di credito, in partnership con Jp Morgan, riservata ai suoi clienti “prime” con sconti sui prodotti acquistati sul sito di e-commerce ed altre agevolazioni. Ma il suo interesse in campo finanziario non si esaurisce qui, infatti come riporta Bankingtech, sito specializzato in banking technology, rumors parlano della possibilità che Amazon stia prendendo in considerazione l’acquisizione di Capital One, banca statunitense con un ampio bacino di clienti possessori di carta di credito, perché permetterebbe alla propria base utenti di aumentare i propri acquisti e quindi il giro di affari per Amazon.

Questi importanti players dispongono di informazioni sugli utenti più accurate, numerose e tempestive, quindi il passo dall’utilizzo dei dati a scopo di marketing al loro sfruttamento a scopo di profilazione finanziaria appare breve; questo permetterebbe lo sfruttamento di numerose informazioni soft sulle persone, da affiancare a quelle meramente finanziarie, cambiando i parametri dell’effettivo merito creditizio di ciascuno.
Indubbiamente questo strumento in mano alle web companies rappresenta un’arma a doppio taglio, in quanto le questioni della profilazione degli utenti, l’utilizzo di dati personali per il targeted advertising e le privacy policies poco trasparenti, possono allontanare o perlomeno disturbare certi utenti.

Credit Accenture.com slide-4-bis

Credit: Accenture.com

Nonostante ciò una ricerca di Accenture mostra come sia grande l’interesse verso la possibilità di affidarsi a colossi del web per servizi bancari: circa un terzo dei quasi 33 mila intervistati sarebbe interessato a spostare il proprio conto bancario su Facebook, Google o Amazon qualora ve ne fosse la possibilità, e tra i più giovani il dato sale al 51%. Sebbene al momento la strada è ancora lunga prima che questa compagnie si strutturino come vere e proprie banche, hanno già tutte le carte in regola per configurarsi come intermediari in specifiche attività quali i servizi di pagamento, di investimento e di finanziamento.

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Credit: Ignitesourcing.com

Infatti un fenomeno in crescita esponenziale è quello dei finanziamenti peer to peer, ovvero prestiti effettuati direttamente tra creditore e debitore attraverso apposite piattaforme on line come Lending Club o Funding Circle che mettono in contatto le due parti; il rischio di insolvenza rimane a carico del solo creditore, ma distribuendo la somma “investita” tra numerosi finanziamenti si riduce drasticamente il pericolo di perdite, tramite un processo che avviene in modo automatizzato; nel 2015 questi circuiti gestivano prestiti pari a 26 miliardi, in costante crescita.

Le due aziende prima citate sono start-up fintech, termine che associa le parole finanza e tecnologia per indicare l’insieme delle innovazioni riguardanti il settore finanziario (per approfondire il tema start-up si può far riferimento ad un precedente post). Le innovazioni di cui si occupano oltre ai finanziamenti peer to peer, includono mobile banking, digital wallets, robo-advisor, sistemi di pagamento digitali e il regtech (contrazione di regulation and technology, si intende l’insieme degli strumenti tecnologici per aiutare le imprese a essere in regola con le normative vigenti, velocizzando le attività di controllo, come l’identificazione dei clienti e le procedure anti riciclaggio e frodi).

Molti istituti di credito si sono già attivati per cercare di governare e non farsi travolgere dal cambiamento, come Jp Morgan, Barclays e Goldman Sachs che investono e finanziano startup fintech, o comunque sforzandosi di procedere con l’innovazione tecnologica nel proprio reparto di ricerca e sviluppo.
Nel panorama italiano, ci sono le iniziative di Unicredit, che ogni anno promuove un percorso di accelerazione per startup, l’Unicredit Start Lab ed Intesa SanPaolo con il suo programma di coaching, lo Startup Initiative.

Questi rappresentano segni che dalla competition si può passare alla co-petition, una collaborazione sempre più serrata tra banche e start-up.
La disruption nel settore finanziario può nascere da una collaborazione, ma come ogni forma di compromesso non sarà esente da traumi, che ricadranno inevitabilmente sugli addetti ai lavori, i bancari, che probabilmente saranno figure molto diverse da come le conosciamo, dotate di competenze di nuovo tipo, spesso da trovare fuori dall’ambito bancario, come linguaggi di programmazione, creative design, product development e coding.

Alice Querzoli

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