Matteo Achilli, una storia di successo o il successo di una storia?

“Nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso” scriveva Guy Debord nell’interpretare i tratti distintivi della società dello spettacolo. Era il secondo dopoguerra, eppure il filosofo francese aveva già intuito le mutate esigenza di una quotidianità sempre più votata alla valorizzazione dell’immagine e all’effetto scenico.

Balzo in avanti di almeno 50 anni. L’immagine non è più un elemento costitutivo dell’insieme “persona”, ma la cifra totalizzante di questa nuova era del personal branding. Con buona pace di Cartesio e del “cogito ergo sum”, l’avvento dei social network ha prodotto un rimpasto semantico tra pubblico e privato, tra forma e contenuto, e, ancora più grave, tra immagine e pensiero.
Scintilla di queste riflessioni è stata la storia di Matteo Achilli, un giovane imprenditore romano la cui impennata di carriera è culminata con l’uscita del film a lui dedicato: “The Startupper” (6 Aprile).
Flashback. Nei primi mesi del 2011 Matteo era uno studente all’ultimo anno del Liceo San Giuseppe. In quanto tale, superato l’esame di maturità, la scelta di un indirizzo universitario iniziava a rappresentare un’assoluta priorità. Sfogliando le pagine dei ranking d’ateneo, l’epifania: perché non applicare lo stesso approccio selettivo quando si parla di offerte lavorative, curriculum vitae e ricerca di stage? E’ il primo seme di Egomnia.
Nuovo balzo temporale: maggio 2012. Giovanni Iozzia, editore di Panorama Economy, punta su Matteo quale ambasciatore di speranza e freschezza imprenditoriale.
La copertina, però, propone un paragone tra i più scomodi del settore: “The Italian Zuckerberg”. E’ la consacrazione del sogno americano trapiantato in terra italica. A circa un anno da “una buona intuizione” Achilli ha sviluppato una piattaforma il cui algoritmo meritocratico indicizza la ricerca delle aziende verso i candidati più coerenti in relazione ai parametri inseriti.
Il mito di Matteo cresce a dismisura, gonfiato dall’entusiasmo mediatico di un canovaccio alla disperata ricerca di un nuovo eroe. Matteo ha successo semplicemente perché deve avere successo. È un modello aspirazionale la cui storia, intraprendenza ed espressività riassumono l’essenza del trionfo 2.0.
Eppure qualcosa non torna. Per quanto paradossale, a distanza di cinque anni, Egomnia e il suo fondatore sembrano aver preso strade diverse.
Il “Social network del lavoro” stenta infatti a decollare. I tanti, tantissimi iscritti (oltre 500.000) sono da considerarsi in massima parte come tester della prima ora, utenti occasionali che hanno deciso di sperimentare la piattaforma per non lasciare nulla di intentato. Idem dicasi per il fatturato, dove la favola dell’unicorno (“aziende innovative che hanno raggiunto la valutazione di almeno un miliardo di dollari”) non ha alcun fondamento statistico in nessuna voce di bilancio (5.500€ l’utile netto al 31/12/2015).
Matteo invece corre una gara a parte. Medaglia d’oro della Presidenza della Repubblica Italiana; “Top 10 under 30 più influenti al mondo” secondo Business Insider; protagonista di un film, a breve di un libro (Rizzoli); televisione (Matrix, Che tempo che fa), giornali (La Stampa, Il Corsera, Il Sole 24 Ore), convention e riconoscimenti.
Viene quindi da chiedersi, perché?
Da qui, torno alla scintilla.
In quanto appassionato di sport, la storia di Achilli mi ha ricordato immediatamente quella di Carlos Henrique Raposo, il “Kaiser” illusionista, del quale, volutamente, ometterò qualsiasi riferimento onde evitare di rovinarvi  “la leggenda”(Leggi la storia di Carlos Henrique).
Achilli e Raposo, a dispetto dell’epoca, del contesto e del modus operandi, sono entrambi paladini dell’immagine. Sono personaggi a cavallo tra cronaca e astrazione, protagonisti di una società innamorata della forma e dello spettacolo. Il loro successo è un connubio di doti personali e furor di popolo, un brandello di falsità descritto con una precisione tale da cancellare i confini con la realtà.
“Nel mondo realmente rovesciato il vero è un momento del falso”: ma cosa succede quando la linea di demarcazione diviene essa stessa “momento del falso”?
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