La carne sintetica: cibo “Frankenstein”?

I cosiddetti cibi “Frankenstein” fanno paura.
Un’indagine condotta da IPR Marketing per conto d
i Coldiretti ha infatti rilevato che circa il 97% degli italiani sarebbe contrario sia alla produzione che alla commercializzazione della carne in-vitro, più comunemente nota come carne sintetica o sinto-carne, in qualsiasi forma essa avvenga.

La creazione del primo hamburger di manzo sintetico – nel 2013 – si deve allo scienziato britannico Mark Post e alla sua équipe dell’università di Maastricht.
La scoperta all’epoca aveva sollevato
critiche contrastanti.

Da una parte i detrattori, contrari in linea di principio e spaventati dall’idea che qualcosa di “non naturale” arrivasse sulle tavole olandesi; dall’altra gli entusiasti, forti del fatto che una scoperta simile avrebbe senz’altro risolto spinose questioni etiche e/o relative alla sostenibilità alimentare.

Liquidata abbastanza in fretta la faccenda, tuttavia, il problema della synth meat è da poco ritornato agli onori della cronaca, mettendo l’opinione pubblica mondiale sul “chi vive”. La carne in-vitro, a quanto pare, è un prodotto che non si può ignorare tanto facilmente.
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Lo scienziato britannico Mark Post, inventore della carne in-vitro

Risale a dieci giorni fa il comunicato stampa di un’azienda americana impegnata nella creazione di carne sintetica. La Memphis Meats, all’interno della conferenza indetta dal suo press office, ha annunciato al mondo di aver prodotto i primi pezzi di anatra e pollo in-vitro.
Come?

Proprio seguendo le ricerche del professor Post e della sua squadra.
I tecnici della MM hanno prelevato
cellule staminali da animali in salute, sistemandole in colture (impalcature, anzi) fino a raggiungere la quantità necessaria di filamenti muscolari utile a produrre un filetto.

Nessuno di questi alimenti ha finora raggiunto il mercato, ma negli USA sono già moltissime le start-up che tentano di arrivare alla produzione di carne sintetica – o “pollame pulito“, come la stessa Memphis Meats lo ha definito. Altre compagnie – quali la Perfect Day, ad esempio – si stanno invece specializzando nella creazione in-vitro di latte e altri derivati caseari.

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Il primo filetto di pollo sintetico, creato nei laboratori della Memphis Meats (Stati Uniti)

Il campo delle biotecnologie agro-alimentari è forse uno dei settori che, pur diverso da paese a paese, si cerca di regolamentare ogni giorno di più. Negli Stati Uniti, dopo le dichiarazioni della Memphis Meat, la Foods and Drugs Administration (FDA) – l’ente federale che si occupa della sicurezza alimentare e dell’antisofisticazione – sta già lavorando a stretto contatto con la National Academy of Sciences, Engineering and Medicine per stilare un rapporto (da terminare entro fine anno) sui possibili esiti legali, sociali e biologici della produzione di carne sintetica su vasta scala.

Gli scienziati, dal canto loro, sembrano quasi tutti entusiasti. Per il mondo accademico la carne in-vitro porterebbe notevoli vantaggi alla popolazione generale – sia umana che animale.

In primo luogo, la composizione della carne. Progettata da zero, la synth meat verrebbe attentamente composta bilanciandone nutrienti, sapore, percentuale di acidi grassi saturi e polinsaturi.

Ci sono poi i piani di sicurezza produttiva.
Negli Stati Uniti, per esempio, grazie al controllo qualità del protocollo “
Good Manufacturing Practice” sarebbe possibile ridurre i rischi che la carne venga a contatto con agenti patogeni quali diossine, ormoni, arsenico e pesticidi – elementi che in un impianto di macellazione convenzionale americano avrebbero un’elevata possibilità di contaminare il cibo.

Infine, i tempi di produzione (poche settimane per la carne in vitro, diversi mesi per la carne tradizionale) e la conseguente maggiore sostenibilità ambientale degli allevamenti, trasferiti di fatto entro i laboratori scientifici, condurrebbero a un aumento delle scorte di carne e dell’allargamento dei mercati interni di consumo del prodotto, specialmente in quei paesi che contano sull’importazione di carne estera.
L’allevamento intensivo come lo conosciamo oggi, in ultimo, scomparirebbe.

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Pascolo per bovini in Brasile, circondato dalla foresta vergine amazzonica (Credits: Mongabay.com – 2009)

A prescindere dai vantaggi, tuttavia, il dibattito sulla carne sintetica resta aperto a confutazioni, influenze e nuove ricerche. Numerosi sarebbero i pregi di un’industria competitiva all’interno di questo campo, ma altrettante sono le ombre sul futuro del settore primario.

Intere filiere produttive, in particolare quelle degli allevatori convenzionali, rischierebbero di convivere con uno scomodo rivale o persino sparire.

Una rivoluzione di tale portata, per di più, potrebbe non estendersi a quei paesi che non possono sostenerla a livello tecnico-scientifico, generando così l’ennesima catena di sudditanza fra Nord e Sud del Mondo.

Antonio Amodio

Fonti:

Repubblica
Mirror
AdKronos
BioTecharticles.com

 

 

 

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