Evan Spiegel, il trionfo dell’istante

Quanto può valere un istante? O meglio, quanto può valere l’idea di dar valore a un istante?
Se nel 2013 l’avesse chiesto a Evan Spiegel, ventitreenne fondatore di Snapchat, la risposta sarebbe suonata quantomeno irriverente: “Sicuramente più di 3 miliardi di dollari”.
E invece, l’unica nota “irriverente” della questione è ormai sotto gli occhi di tutti: aveva ragione lui.

A distanza di 3 anni, “una buona idea nata nel garage paterno” si è trasformata in un’azienda la cui capitalizzazione di mercato ha raggiunto la soglia record di 33 miliardi di dollari. Il 2 marzo, il debutto in borsa di Snap Inc. ha infatti visto crescere il prezzo per singola azione da 17 a 24,48 dollari (+44%). In un giorno Evan Spiegel (il più giovane billionaire inserito nella lista di Forbes) e il suo socio Bobby Murphy si sono goduti un rispettivo incremento patrimoniale di circa 3 miliardi di dollari.

Eccome se aveva ragione lui.

Dinnanzi a uno scenario quantomai idilliaco, è però necessario fare qualche valutazione nel medio-lungo periodo. Alcuni numeri hanno infatti indotto a dubitare della durevolezza di un servizio connaturato all’estemporaneità di una moda passeggera (o no?). Il campanello d’allarme è squillato con la prima contrazione (per quanto minima) sul totale degli iscritti. Niente di grave, si tratta di un semplice incidente di percorso le cui tempistiche vanno però inquadrate in un disegno più ampio.

Torniamo al 2013. Mark Zuckerberg, ovviamente spiazzato dal rifiuto di Spiegel, torna in ufficio con la consapevolezza di dover accettare (e per questo monitorare) l’ingresso di un nuovo player nel mercato dei Social Network. Nel biennio 2013-2015, il successo del modello Snapchat sembra indicare l’unica strada percorribile, la consacrazione dell’istante. Detto fatto: nell’agosto 2016, Instagram lancia le “Instastories”, mentre nel febbraio 2017 replicano Facebook e What’s app.

La scelta di Zuckerberg è forte e perentoria. Il grande capo è sceso in campo per ristabilire l’ordine cosmico. Un’operazione di tal fatta offre una duplice chiave di lettura, ponderata o “capricciosa”. Nel primo caso, anche Mark Zuckerberg ha dovuto arrendersi all’evidenza del prodotto più graffiante del momento. La scelta di riproporlo in ogni sua canale è pertanto un palese attestato di stima. La seconda opzione è invece più intrigante, ma non per questo da sottovalutare. La strategia di bombardare i propri utenti con l’invasività dei video ha iniziato a produrre un diffuso senso di soffocamento con annessa disaffezione al format. Verrebbe quindi da pensare a un massificato fenomeno di psicologia inversa tacitamente finalizzato al decadimento del trend.

Previsioni da fanta-social network? Forse, ma solo nel prossimo semestre sarà possibile capire se Mark Zuckerberg dovrà ufficialmente aprire il proprio giardino ad un nuovo vicino di casa.

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