Da Snapchat a Whatsapp: è “Stories” mania

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Cosa sono le “Stories“?
Si tratta di foto e video che restano online solo 24 ore. Poi spariscono, si cancellano automaticamente.
Le Stories sono immediate, spontanee.
Raccontano del nostro quotidiano e non importa che siano perfette, devono essere vere.
Ma perché sono state introdotte su tutti i social?

La funzione Storie è stata introdotta per la prima volta da Snapchat, un social network particolarmente popolare tra i più giovani.
Snapchat consente di inviare agli utenti della propria rete foto e video visualizzabili solo per 24 ore.
Gli “Snap“, appunto.
L’app è stata fondata nel 2011 e nel 2016 ha raggiunto il record di 10 miliardi di video registrati e visualizzati. Nei prossimi giorni approderà a Wall Street.

Nel 2016 anche Instagram ha aggiunto le la funzione “Instagram Stories“.
Instagram è nato nel 2010 e permette agli utenti di scattare foto, applicare filtri, e condividerle su numerosi altri servizi social.
All’inizio il social limitava gli utenti a pubblicare le foto nel formato quadrato, stile Polaroid a sviluppo istantaneo.
Successivamente, un aggiornamento dell’applicazione ha introdotto la possibilità di mettere un formato a piacimento (landscape e portrait), fino a un certo limite di altezza e larghezza.
Le Instagram Stories sono invece state introdotte nella versione 9.0 dell’app.
A novembre 2016, con la versione 9.7, vengono introdotte tre nuove funzioni per Stories: la prima permette di creare video Boomerang direttamente dalla fotocamera di Instagram Stories, la seconda permette di menzionare le persone nella propria Storia, mentre la terza permette di aggiungere link alla propria Storia.
Dopo cinque mesi dal loro lancio, le Stories di Instagram hanno raggiunto 150 milioni di utenti medi giornalieri, la stessa cifra dichiarata da Snapchat.

A distanza di qualche mese, anche il social network per eccellenza, Facebook, ha introdotto le Stories.
Facebook è nato nel 2004, è disponibile in oltre 100 lingue e a luglio 2016 contava circa 1,7 miliardi di utenti attivi mensilmente, classificandosi come primo servizio di rete sociale per numero di utenti attivi.
Il funzionamento del social è semplice: gli utenti creano profili personali e possono inserire fotografie, pubblicare stati, scambiare messaggi privati, creare e prendere parte a “Gruppi” a “Pagine” legate a cose o persone di loro gradimento.
Da poche settimane, anche su Facebook si possono pubblicare sequenze di fotografie e video che scompaiono dopo 24 ore, senza che queste compaiano nel proprio profilo, a meno che non si decida di mostrarle anche lì.

Ma la “Stories Mania” non è finita qui: dallo scorso 22 febbraio 2017 l’applicazione di messaggistica online più usata, Whatsapp, ha introdotto la nuova funzione “Stato” nella propria applicazione.
L’app è stata creata nel 2009 e a febbraio 2016 è stato annunciato il raggiungimento di 1 miliardo di utenti.
Oltre allo scambio di messaggi testuali è possibile inviare immagini, video, audio, documenti, la propria posizione geografica e fare chiamate e videochiamate.
L’unico limite è avere una connessione a Internet.

Dopo Instagram, Snapchat e Facebook dunque anche Whatsapp si aggiorna introducendo questo nuovo modo di condividere il proprio Stato.
Lo Stato si può aggiornare più volte al giorno e si tratta di una sequenza di foto, video, testo e GIF.
Come funziona per gli altri social, anche gli Stati di Whatsapp si cancellano dopo 24 ore dalla creazione.

Ma perché tutti i principali social network puntano ad avere lo stesso formato e non mantengono distinte le proprie funzioni?
Perché uniformarsi?

Innanzitutto, è una questione di “concorrenza“.
I social, per trattenere un numero di utenti attivi così elevato, necessita costantemente l’introduzione di novità. E soprattutto di novità che rispondano alle esigenze di nuovi spazi di sponsorizzazione e promozione di brand e aziende.

In secondo luogo, è un modo efficace per conquistare i giovanissimi. Infatti, il primo a introdurre questa nuova tipologia è stata proprio l’app Snapchat, i cui utenti non superano i 35 anni.
Il motivo è semplice: la breve durata del post garantisce una forma di comunicazione veloce senza il timore che resti nella memoria dei propri contatti.

Infine, ma non meno importante, è anche una questione di privacy.
Nel 2008 eravamo abituati a postare su Facebook ogni nostro singolo pensiero, e forse, anche con l’introduzione dei “Ricordi” possono riemergere post del passato che non sempre siamo contenti riemergano.
Le Stories, destinate a sparire nell’arco di 24 ore, ci consentono di eliminare le tracce della nostra vita lasciate sui social network.

Ma una domanda sorge spontanea: in un futuro prossimo, elimineremo la possibilità di costruirci i ricordi online?

Ilaria Guidi

 

 

 

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