Cigno o uccellino? Il destino di Twitter

Twitter sta morendo.

Fra social media, telegiornali e blog, questo ritornello accompagna Internet dagli inizi del 2016. Per l’esattezza, dal 29 gennaio dell’anno scorso – data di pubblicazione sul New Yorker di un articolo di Joshua Topolsky, dal titolo “The end of Twitter“. L’articolo di Topolsky è tuttavia figlio delle riflessioni di Adrienne LaFrance e Robinson Meyer (cronisti dell’Atlantic e autori del pezzo “A eulogy for Twitter“) che già nel 2014 discutevano della sorte poco felice che attendeva Twitter alla fine del tunnel.

Le accuse dei tre giornalisti sono vicendevolmente simili e, benché partano da basi differenti, arrivano a condannare tutte gli stessi problemi: rispetto alle origini, Twitter sembra diverso. E – aggiunge Topolsky – è diventato così confuso fra bufale, stalking e interfacce strambe, che i suoi plus si stanno riducendo praticamente a zero, rendendo il social dell’uccellino poco differenziato dall’offerta delle compagnie concorrenti (Facebook in primis).

Il mercato e i detrattori quindi si chiedono: a che serve Twitter, ormai?

Ed è qui che entra in gioco l’attuale CEO e co-fondatore di Twitter, Jack Dorsey, che ha invitato gli utenti a non ascoltare le voci che danno per morto il suo social network.
Smettetela di dire che Twitter è finito” – ha dichiarato Dorsey – “È una storia falsa”.
Ed è falsa per diversi motivi; non soltanto perché la realtà di Twitter è ben diversa da come la dipingono i delusi, ma soprattutto perché sono proprio le critiche a basarsi su dati mal interpretati. Innanzitutto, è bene sottolineare che Twitter non è morto, e neppure in declino.

Sta arrancando, è vero, ma arranca a causa di aspettative mal riposte.
Ed essendo vero questo, è possibile suppore che la situazione – nel caso i disperati tentativi di soddisfare quelle aspettative impossibili continuino – non possa che peggiorare. Inseguendo tale bisogno di approvazione, cioè, è facile che i plus del network si snaturino fino al punto di non ritorno.

Le aspettative ingannevoli sono state generate in primo luogo dal metro di paragone utilizzato per classificare Twitter – la crescita del numero di utenti – un sistema che dalla diffusione pubblica del mezzo è stato più un tormento che un metodo statistico efficace.

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Numero di utenti mensilmente attivi su Twitter – dal primo quadrimestre 2010 al quarto quadrimestre 2016, in milioni (fonte: Statista)

Il numero di utenti mensilmente attivi di Twitter, nel 2013, era di circa 240 milioni – e secondo AllthingsD cresceva di 4.5 milioni al mese – cifre deludenti, se si pensa all’adagio dell’epoca per cui Twitter sarebbe stato il nuovo Facebook: rapido, ubiquo e orizzontale.
Più tardi, anziché aumentare, il tasso di crescita ha prima rallentato, per poi bloccarsi.
Lo scorso settembre Twitter contava su 307 milioni di utenti, solo 5 milioni in più che all’inizio dell’anno, e il suo stesso valore netto negli Stati Uniti era (ed è) in stallo.

Ma come già descritto da Will Oremus di Slate.com, Twitter non è Facebook.

Non stiamo parlando di un social network vero e proprio, infatti, ma di un forum di informazione pubblica, scambio di idee e conversazione. E tale impianto lo rende significativo per un’utenza altamente segmentata, profondamente diversa dal panorama di soggetti che agiscono su Facebook. Twitter ospita non solo celebrità, ma anche attivisti, grandi marchi e giornali, e la sua immediatezza è ancora un plus difficile da imitare.

L’eterogeneità dell’utenza è stata la differenza fondamentale su cui Dick Costolo ha cercato di concentrarsi durante le riunioni del CdA di Twitter, ma gli investitori non avevano mai condiviso fino in fondo le sue ragioni. Nonostante il flusso di capitale presso Twitter fosse aumentato da 140 milioni di dollari nel 2013 a 500 milioni lo scorso luglio, Costolo aveva dovuto rassegnare le dimissioni nel 2015, e questo perché gli stakeholders percepivano il basso tasso di crescita degli utenti come un serio e pericoloso limite alle potenzialità del mezzo. Al suo posto, il celebre Jack Dorsey è poi subentrato come permanent CEO.

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Jack Dorsey, co-founder e permanent CEO di Twitter dal 2015.

L’era Dorsey ha sicuramente avuto i meriti di risollevare temporaneamente le sorti di Twitter, ma solo attraverso un avvicinamento a Facebook, diretto e scomodo concorrente. Lo dimostrano la recente time-line che strizza l’occhio ai casual readers (utenti sporadici), l’introduzione del like button (il cuoricino) e il lungo lavoro dietro all’implementazione di articoli e approfondimenti che superino i celebri 140 caratteri del tweet-limit.

Questi cambiamenti, tuttavia, finora hanno incontrato un passo altalenante e risultati inconsistenti dal punto di vista dell’allargamento della user-base. Per raggiungere un obiettivo simile, il social dell’uccellino dovrebbe rivedere la propria core-structure, e di certo una trasformazione più radicale potrebbe alienare gli utenti di lunga data.

È naturale per gli investitori di Twitter inseguire il treno della crescita, e forse Dorsey troverà un modo per raggiungere gli obiettivi della compagnia.
Tuttavia, il problema è che i media – non solo quelli di taglio economico, ma anche il New Yorker e l’Atlantic – continuano ad adottare un paradigma da Wall Street nei confronti di Twitter, ed è un vero peccato. Twitter dovrebbe essere giudicato in base alla sua performance, non al suo andamento in borsa.

L’ossessione della crescita utenti a tutti i costi non fa che generare uno scorretto rapporto causa-effetto e, soprattutto, profezie che si auto-realizzano (alimentate tanto dai preconcetti degli stakeholders che dei mezzi d’informazione). Idealizzato a torto come un fallimento perché “non è come Facebook“, Twitter potrebbe diventarlo proprio cercando di assomigliargli.

Antonio Amodio

Fonti:

New Yorker: http://www.newyorker.com/tech/elements/the-end-of-twitter (The end of Twitter, Joshua Topolsky. 29 gennaio 2016)

Atlantic: https://www.theatlantic.com/technology/archive/2014/04/a-eulogy-for-twitter/361339/ (A Eulogy for Twitter, Adrianne LaFrance & Robinson Meyer. 30 aprile 2014)

Slate.com: http://www.slate.com/articles/technology/technology/2016/02/the_new_yorker_declares_the_end_of_twitter_that_s_a_false_narrative.html (Will Oremus)

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