Un po’ dada, un po’ punk: tutta la post-modernità del Vaporwave

Cosa sia il Vaporwave è uno dei tanti misteri di Internet.

Per cominciare, tale neologismo è il risultato della commistione fra i termini vaporware e wave. Il primo vocabolo – un prestito dal lessico dell’IT – descrive quei prodotti tecnologici di cui è stata fissata la data di lancio, ma che alla fine vengono cestinati. Il secondo, invece, deriva dalla terminologia marxiana e indica “una perpetua ripetizione di ideali non concreti o la cui applicazione si riveli priva di senso“.

Il Vaporwave – attualmente inteso – è un genere musicale originatosi agli inizi del 2010 su alcuni thread di tumblr e Reddit, e la sua stessa genesi costituisce una significativa eccezione. Nato e sviluppatosi lungo le sinapsi del World Wide Web, infatti, il Vaporwave è il primo genere musicale ad essere totalmente globalizzato. Esso non possiede – per natura – un’origine geografica definita.

Prima di esprimersi attraverso la musica, tuttavia, il fenomeno Vaporwave si era affermato come realtà estetica, più correttamente come Internet meme, laddove per meme definiamo un qualsiasi elemento culturale o sistema di comportamento che venga trasmesso da un individuo a un altro mediante imitazione/riproduzione in serie.

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Alfabeto Kanji, digital art, palme e Coca-Cola: tutto il kitsch del Vaporwave

Il canone Vaporwave – attraverso l’utilizzo di simboli un tempo popolari presso le sub-culture degli anni ’80 e ’90 – costituirebbe un meme in quanto re-inserisce nei flussi del web, fondendoli assieme, oggetti eterogenei come la glitch art, la ritrattistica scultorea greco-romana, i paesaggi tropicali e persino interi sistemi di scrittura quali l’Hiragana e il Katakana giapponesi. Da tale sintesi è così emerso qualcosa di nuovo e spiccatamente autoreferenziale.

Ad ogni modo, tornando alle caratteristiche musicali del Vaporwave, ciò che questa corrente ha riesumato assieme a simboli e feticci vecchi di quarant’anni è stata anche l’immensa quantità di canzoni e melodie campionate dai cataloghi eighties di smooth jazz, funk e new age. Da questa giungla di suoni è stato “rubato” e riutilizzato di tutto, jingle per ascensori inclusi.

E’ infatti proprio nello sfruttamento del materiale protetto da copyright che il Vaporwave, di per sé nato come fermento ironico e parodistico, mostra un potenziale comunicativo che non ha nulla da invidiare alle avanguardie del XX secolo, i movimenti Dada e Punk in primis.

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“Floral Shoppe” di Macintosh Plus, uno degli album simbolo della musica Vaporwave

Qual è la causa della sua presa sul pubblico? Le risposte sono molteplici.

Innanzitutto, le pratiche di decontestualizzazione, già in passato e in ambiti differenti, avevano prodotto opere quali “L.H.O.O.Q.” di Marcel Duchamp (meglio nota come la “Gioconda con i baffi”) e i ritratti in serie di Warhol (simboli della Pop Art). Esse – che fondavano la forza del loro impatto sulla ridefinizione degli spazi tradizionalmente destinati all’arte, i musei – erano riuscite a provocare un’eclatante evoluzione sia nel pensiero comunicativo che estetico.

Così anche il Vaporwave – come i suoi illustri antenati – ha fatto della decontestualizzazione e della parodia un veicolo per diffondere un messaggio, per quanto tale messaggio sia stato fine a se stesso e il suo impulso originario non rappresenti che un gioco di stile.

A questo proposito, le parole di Grafton Tanner (educatore musicale americano) appaiono chiarificatrici. Nel suo saggio dello scorso anno, “Babbling Corpse“, Tanner sostiene che “Il Vaporwave è uno stile artistico che cerca di ricollocare il nostro rapporto con i media elettronici costringendoci a riconoscere l’alienazione nei confronti di una tecnologia ubiqua“. Lo stesso autore, in un altro passo del testo, ripete che “Il Vaporwave è la musica dei non-tempi e dei non-luoghi, perchè è scettica riguardo a ciò che la cultura dei consumi ha fatto al Tempo e allo Spazio“.

Pertanto, artisti quali Internet Club (autore dell’album Vanishing Vision) e Macintosh Plus (compositore dell’iconico Floral Shoppe), che si muovono fra campionature, effetti nostalgici e tempi rallentati, concorrono a edificare una sub-cultura (quando non contro-cultura) che osteggia il capitalismo e lo pone di fronte ai suoi residui mediatici – appositamente ri-pensati per combatterlo.
Dagli spot dei cereali Count Chocula alle pubblicità della Pepsi, ogni prodotto del corporate advertising diventa esso stesso un’arma per depotenziare il Capitale.

Per certi versi, inoltre, il Vaporwave è affine alla pratica dell’anonimato, in voga presso molti gruppi hacktivisti (gli Anonymous, non a caso). Attraverso l’utilizzo di particolari software come Adobe Spark, infatti, tutti possono produrre collage melodico-visivi in stile vaporwave, mascherarsi dietro alias nipponeggianti e partecipare alla “lotta” contro il consumismo contemporaneo.

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Piramidi, Sprite e Windows ’95 con uno spruzzo di glitch art: una classica meme Vaporwave

Ma qual è stata la reazione dell’industria occidentale nei confronti del Vaporwave?

In primo luogo, è bene specificare che le pratiche Vaporwave – per quanto sembrino una sorta di glorificazione di musiche rubate e ri-distribuite via web – vengono tollerate da diverse legislazioni, sia nazionali che internazionali, in accordo al diritto di citazione.

In Italia, ad esempio, l’art. 70, Legge 22 aprile 1941 n. 633 dispone che “il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti d’opera, per scopi di critica, di discussione ed anche di insegnamento, sono liberi nei limiti giustificati da tali finalità e purché non costituiscono concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera.

Con le successive aggiunte alla legge 633, poi, ci si è avvicinati a quello che il diritto americano definisce fair use del materiale protetto da copyright, garantito sulla base di quattro elementi.

1) Le finalità d’uso (natura non commerciale, finalità educative e senza fini di lucro)
2) Natura dell’opera tutelata
3) Ampiezza ed importanza della parte utilizzata in rapporto all’intera opera tutelata
4) Effetto anche potenzialmente concorrenziale dell’utilizzazione

Ad ogni modo, ciò che ha reso famoso e potente il Vaporwave – dal suo mood ironico e dissacrante fino all’estetizzazione del non-sense – a volte è stato paradossalmente utile proprio a quelle aziende che nel frattempo miravano a re-inventare il loro visual marketing. E ciò è accaduto perché, di regola, un meme è sempre utilizzabile da chiunque ne condivida la cultura d’origine.

Il miglior esempio di “contro-Vaporwave” che potremmo citare è forse quello di Tassoni.
Fra il 2015 e il 2016, infatti, Tassoni aveva indetto sulla propria pagina Facebook diversi contest per invitare gli utenti a condividere il loro consumo di Cedrata Tassoni. Moltissimi degli user-generated contents giunti sul profilo dell’azienda erano stati elaborati grazie ai filtri dell’estetica Vaporwave. A quel punto, Tassoni ha pensato di alimentare lo spirito Vaporwave dell’iniziativa, di fatto generando la celebre Tassoniwave (divenuta anche un hashtag su Twitter).

Quando la preparazione incontra l’opportunità, si dice, ecco che nasce la fortuna.

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“Feel vapor”: Tassoni e il suo visual-marketing Vaporwave

Antonio Amodio

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