La battaglia culturale contro le bufale parte da Facebook

«Non scriviamo le notizie che leggete e condividete, ma riconosciamo che siamo molto di più di un distributore di contenuti. Siamo una nuova piattaforma per il dibattito pubblico.»

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Facebook ammette di essere andato ben oltre l’essere un semplice social network e di giocare un ruolo di primo piano nella diffusione dell’informazione e, come abbiamo potuto osservare specialmente negli ultimi mesi, anche della disinformazione. Infatti, dopo che Zuckerberg è stato accusato di aver favorito la diffusione di notizie false per influenzare l’andamento delle elezioni americane, si è trovato costretto a dover prendere provvedimenti per debellare il fenomeno delle fake news, ovvero delle bufale che si diffondono sul web e in particolare sui social network.

A scagliarsi contro i social e le bufale sono soprattutto i politici di tutto il mondo, dalla Clinton alla Merkel, fino al recente appello della Presidente della Camera Laura Boldrini per il diritto a una corretta informazione lanciato con la campagna #BastaBufale, da pochi giorni online.

“Lo scopo dell’appello- ha spiegato Walter Quattrociocchi, direttore del laboratorio di Computational Science dell’IMT di Lucca e coordinatore di uno studio che ha analizzato le dinamiche della disinformazione sul web – è rivolgersi al mondo dell’istruzione e a quello dell’informazione per riconoscere la giusta priorità al problema delle fake news. Per creare una migliore ecologia dell’informazione occorre lavorare sulla consapevolezza e sul senso critico, perciò l’intento è di passare attraverso le scuole facendoci aiutare anche dalle istituzioni, auspicando che i social media stessi possano avere un ruolo in questa campagna”.

Lo studio da lui condotto, che ha applicato la fisica e l’informatica per analizzare i flussi di notizie sui social, ha portato alla luce qualcosa di preoccupante: il processo di assimilazione di un’informazione è legato alla tendenza delle persone di non perturbare il loro sistema di credenze ma di rafforzarlo. Insita in noi esiste dunque una “tendenza alla credulità”, in altre parole, crediamo a ciò che vogliamo credere.

Vanno aggiunti poi l’analfabetismo funzionale, l’ipersemplificazione dei contenuti e la sfiducia nelle istituzioni come forze che influenzano il comportamento delle persone e le opinioni che esprimono in rete. In Italia, per esempio, non è da sottovalutare che, secondo un’indagine Ocse, il 47% degli italiani è funzionalmente analfabeta, ovvero non idonei a “comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere con testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità” e che interpretano il mondo esclusivamente attraverso le loro esperienze dirette.

Tornando a Facebook, qual è la sua strategia per combattere le fake news? Gli utenti hanno ora la possibilità di segnalare le notizie ritenute non attendibili, queste verranno poi esaminate da agenzie di “fact-checking” che si accerteranno della loro veridicità. Le notizie ritenute false verranno contrassegnate e appariranno più in basso sulla Newsfeed mentre alle pagine che le pubblicano verranno tolti i ricavi pubblicitari e non saranno più sponsorizzabili.

I nuovi “filtri” anti-bufale saranno inizialmente testati in Germania per evitare che gli utenti tedeschi incappino in notizie false che potrebbero influenzare le elezioni che si terranno alla fine dell’anno. Se il sistema funziona verrà poi esteso ad altri Paesi.

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Ma se davvero si vuole uscire dalle dinamiche che portano alla diffusione di bufale, notizie non verificate, imprecisioni e manipolazioni si deve cercare una soluzione a lungo termine. Ed è proprio qui che viene spontaneo chiedersi: è compito di Facebook proteggerci da quello che leggiamo? Naturalmente no. Non esiste un antidoto tecnologico, è necessario, invece, attuare soluzioni percorribili sul lungo periodo puntando sull’istruzione, la cultura e il senso critico.

Cristina Marucci

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