Giornalisti stranieri e direttori di testata: il caso Domenica Canchano

 

Nel post precedente abbiamo visto come sia difficile garantire agli stranieri la libertà di manifestazione del pensiero per diversi motivi, da quelli più strettamente linguistici fino ad altri legati al vissuto della persona e alla mancanza di sensibilità di chi deve raccontare gli avvenimenti.

Abbiamo visto come, allo stesso tempo, sia la nostra Costituzione nell’articolo 21 che altri documenti europei e internazionali riconoscano la libertà di esprimersi a tutti gli individui senza differenze di cittadinanza e origini. E come sia difficile anche per “chi ce l’ha fatta” (quindi è regolarmente presente sul territorio e ha un lavoro) non essere oggetto di attacchi verbali razzisti.

Questo perché la libertà di manifestazione del pensiero va bilanciata con altri interessi in gioco, come il diritto di esprimere dissenso o idee contrarie a quelle della maggioranza e il ruolo istituzionale ricoperto da chi pronuncia le frasi a prima vista offensive. Non ci sorprende scoprire che anche la professione giornalistica, che della manifestazione di idee e opinioni è il cuore, si rivela molto difficile per i non cittadini.

Anche per gli italiani non si tratta di una professione facilmente praticabile: le critiche per l’esistenza di un Ordine si sprecano da anni. Chi voglia svolgere questa professione in maniera continuativa dovrà frequentare una scuola riconosciuta dall’Ordine, superando una prova di ammissione: in questo modo si viene preparati per sostenere direttamente l’esame da giornalisti professionisti. Oppure bisognerà passare per un periodo di praticantato presso un editore: l’iscrizione nel registro dei praticanti permetterà poi di sostenere l’esame per ottenere l’ambito titolo di professionista.
Nel caso dei pubblicisti, che possono svolgere la professione in concomitanza con altre, bisognerà dimostrare almeno due anni di attività retribuita. È chiaro che è difficile, per entrambe le figure, accedere alla professione, soprattutto oggi, in un periodo di crisi economica ed editoriale.

Gli stessi problemi riguardano anche i cittadini stranieri regolarmente presenti in Italia o intenzionati a trasferirsi per lavorare come giornalisti, con l’aggravante che spesso i titoli sono stati conseguiti all’estero ed è necessario riconoscerli tramite prove attitudinali e tirocini. Inoltre gli stranieri extracomunitari devono rientrare nelle quote, che stabiliscono il numero massimo di non cittadini autorizzati a entrare nel nostro Paese per motivi di lavoro.

Più grave, però, è il caso del giornalista straniero extracomunitario intenzionato a diventare direttore responsabile di una testata: la legge italiana attualmente non lo permette, comportando una notevole violazione dei diritti della persona.
Il testo incriminato è datato 1948: si tratta della legge sulla stampa, mai modificata nell’articolo 3, nonostante siano ormai trascorsi 70 anni. Il testo prevede: “Ogni giornale o altro periodico deve avere un direttore responsabile. Il direttore responsabile deve essere cittadino italiano e possedere gli altri requisiti per l’iscrizione nelle liste elettorali politiche”.
Eppure, hanno fatto notare diverse associazioni interessate alla questione, il Testo Unico sull’immigrazione garantisce a tutti gli stranieri comunque presenti sul territorio (quindi sia regolari che irregolari, sia fermati al confine che trattenuti in un Centro di identificazione) la totalità dei diritti fondamentali e a quelli regolarmente soggiornanti nel territorio dello Stato i diritti in materia civile attribuiti al cittadino italiano.

Di conseguenza impedire a un professionista di fare carriera o di registrare a proprio nome una testata solo per via della cittadinanza è una violazione dei suoi diritti fondamentali anche perché, come affermato dall’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali), è sempre il Testo Unico a ribadire, in articoli successivi, il dovere di ciascuno di impedire discriminazioni arbitrarie, incluse quelle riguardanti l’esercizio di un’attività economica.

Il numero di stranieri extracomunitari è aumentato negli anni, a causa di guerre, lotte interne, epidemie e carestie. Nel nostro Paese vivono tantissimi stranieri dotati di regolare permesso di soggiorno che decidono di dar vita a giornali rivolti alle comunità d’origine: giornali che spesso sono costretti a rinunciare a un direttore connazionale perché privo di cittadinanza italiana, con tutto quel che ne consegue. Molte di queste pubblicazioni sono in lingua e in certi casi (si pensi al cinese o all’arabo) è difficile trovare una persona competente che non provenga da quelle zone. Senza dimenticare che un giornale etnico o multietnico contiene notizie specifiche di cronaca estera e deve rivolgersi ai lettori con uno stile influenzato dalle abitudini e dalle culture, tutti aspetti impossibili da gestire se non si hanno legami con il mondo che si vuole comunicare.

L’evidente discriminazione è stata superata da alcuni tribunali che hanno comunque permesso a giornalisti stranieri di registrare testate indicando se stessi come direttori responsabili. Ma il caso di Domenica Canchano è sicuramente il più famoso e quello che meglio rappresenta l’ennesima contraddizione del nostro Paese in termini di diritti.

canchano-e-bellu-cartadiroma-org

Domenica Canchano è una giornalista professionista nata in Perù ma che da sempre vive a Genova. Ha collaborato con testate prestigiose come il Secolo XIX e la Repubblica e ha fondato con altri giornalisti stranieri l’ANSI (Associazione Nazionale Stampa Interculturale), gruppo di specializzazione interno alla FNSI (Federazione Nazionale Stampa Italiana).
Dotata di regolare permesso per lungo soggiornanti, nel 2011 decide di registrare presso il tribunale di Genova una testata online: il rifiuto provoca un immediato intervento del presidente nazionale dell’Ordine dei Giornalisti Enzo Iacopino che chiede al Ministero della Giustizia di esprimersi sul caso. Il Ministero risponde con un parere (reso pubblico nel 2014: l’articolo 3 della legge sulla stampa va considerato abrogato nella parte in cui discrimina i cittadini extracomunitari, sia perché altri documenti dispongono diversamente sia perché non si comprende per quale motivo sia fondamentale possedere la cittadinanza italiana o europea per svolgere il ruolo di direttore.

Forte di questo appoggio Canchano ci riprova e chiede al tribunale di Torino di diventare direttrice della testata online Prospettive Altre fondata dalla stessa giornalista insieme all’ANSI e all’ONG Cospe. La doccia fredda non tarda ad arrivare: per il tribunale, Canchano è certamente dotata di tutte le qualifiche necessarie per il compito ma l’assenza di cittadinanza italiana le impedisce di ricoprire un ruolo “politico” e delicato come quello di direttore.

A nulla vale il ricorso immediatamente presentato dalla giornalista: il tribunale ritiene che il parere del Ministero non sia vincolante, anzi, addirittura lo giudica scorretto nei riferimenti ad altri documenti a tutela dei diritti degli stranieri. È vero che gli stranieri regolari hanno i medesimi diritti civili degli italiani ma è anche vero che certe attività possono essere riservate ai soli cittadini: quando la legge ha voluto dare determinate possibilità ai non italiani lo ha fatto espressamente.

La giornalista peruviana però non demorde: l’Associazione Carta di Roma l’appoggia nella battaglia e decide di indicarla come direttrice della testata online cartadiroma.org. Questa volta il tribunale di Roma accoglie la richiesta e Domenica Canchano diventa la prima giornalista extracomunitaria direttrice di testata in Italia: all’epoca dei fatti (2015) la giornalista aveva ancora passaporto peruviano perché solo nel novembre di quell’anno ha ottenuto la cittadinanza italiana.

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Il caso Canchano è la dimostrazione delle contraddizioni del nostro Paese.
Una legge di 70 anni fa non è mai stata modificata se non per permettere ai soli cittadini comunitari di ricoprire il ruolo di direttori di testata, con evidente discriminazione di chi proviene da Paesi non Ue nonostante sia dotato di regolare permesso e competenze necessarie. Non aver aggiornato la norma significa anche non aver voluto prendere atto dei cambiamenti della società e dell’esistenza di media multiculturali rivolti non solo alle comunità straniere in Italia ma anche alla cittadinanza tutta. Inoltre questa legge è stata comunque violata da alcuni giudici che ben prima del caso Canchano hanno riconosciuto dei cittadini stranieri come direttori di testata.

Anche il parere del Ministero della Giustizia non ha fatto altro che complicare la situazione perché è stato ritenuto vincolante da alcuni giudici ma non da altri: il risultato è stato che la medesima persona è stata considerata da tribunali diversi prima incompatibile e poi compatibile con lo stesso ruolo, quello di direttore responsabile di una testata online. Pochi giorni fa la Corte d’appello torinese ha riconosciuto la discriminazione subita dalla giornalista nel 2014 quando le fu impedito di registrarsi come direttrice di Prospettive Altre. Viorica Nechifor, presidente dell’ANSI, ha esultato dichiarando: “Finalmente abbiamo vinto. È stata una battaglia di civiltà e questa è una vittoria molto importante, che entrerà nella storia del riconoscimento dei diritti dei cittadini di origine straniera nel nostro paese”.

Certo, la legge è rimasta com’era ma forse non tutto è perduto: magari anche questa è l’ennesima contraddizione, una legge che, benché dica una cosa, va interpretata all’opposto. Come ho scritto a conclusione della mia tesi, intervenire è doveroso perché a lungo andare si potrebbe scoprire che l’uguaglianza auspicata a parole ma rara e ostacolata nei fatti non fa rima con contraddizione ma solo con illusione.

Elisa Menta

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