Stranieri e manifestazione del pensiero: difficoltà e contraddizioni

“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”: così recita l’articolo 21 della nostra Costituzione. Ma è veramente tutto così semplice?

Veramente chiunque, donna o uomo, giovane o anziano, italiano o straniero, può dire ciò che vuole a chi vuole senza problemi ed essere ascoltato? Quando il soggetto è straniero se ne parla con il giusto rispetto? Me lo sono chiesta con insistenza più di un anno fa, quando tv, giornali e radio non facevano altro che parlare di immigrati, barconi, colonne umane in cammino nell’Est Europa, naufragi e invasioni. Era estate, mi trovavo nel Nord Italia, al confine con due Paesi, l’Austria e la Slovenia, che di lì a poco sarebbero diventati protagonisti (oltre che nemici) anche della nostra storia: perché, inutile negarlo, nessuno voleva accogliere persone in fuga, tanto meno quelle che riuscivano a sfuggire ai controlli italiani.

Ascoltavo e leggevo interviste e reportage, vedevo immagini drammatiche e altre sapientemente costruite, assistevo alla costruzione di un centro di identificazione proprio al confine austriaco, pronto a mettersi in moto: però, in tutta questa confusione, non sentivo le voci più importanti, quelle dei protagonisti.
Pensiamoci: quando succede qualcosa, che sia un incidente, un assassinio, un fatto politico, la prima cosa che i giornalisti fanno è andare sul posto e intervistare i personaggi principali, quindi le vittime, i testimoni, a volte anche i presunti colpevoli. Nell’immigrazione è tutto diverso: mai sentivo parlare chi era appena arrivato in Europa, viveva nei centri di accoglienza o aveva ottenuto lo status di rifugiato.

E, lasciando per un attimo da parte la questione immigrazione, quante volte avevo sentito parlare cittadini stranieri in tutto e per tutto parte della nostra comunità, dotati di permesso di soggiorno, con un lavoro regolare e i figli a scuola?
E anche nella comunicazione più “leggera”, se così possiamo definirla, le cose non sembravano andare meglio: le serie tv, i programmi e i film presentavano raramente personaggi stranieri di spessore pari a quelli occidentali o raccontavano storie “normali” di non cittadini.

Le norme, però, parlano chiaro: sono diversi i testi europei e internazionali, dalla CEDU alla Carta di Nizza, passando per la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, che riconoscono a tutti, senza distinzioni di razza, nazionalità e cittadinanza, la libertà di manifestare il proprio pensiero nel senso sia di informare che di essere informati che di attivarsi per informarsi autonomamente. E la nostra Costituzione non è da meno: l’articolo 21, seppur stringato, non lascia spazio a fraintendimenti.

I Padri Costituenti, a dire il vero, discussero non poco sul contenuto di questa libertà: l’Italia usciva da un periodo molto buio della sua storia, in cui il diritto di parola (e i diritti in generale) erano stati calpestati. Era stato proposto di modificare il testo che oggi conosciamo riconoscendo la libera manifestazione del pensiero ai soli cittadini (anche se in realtà la vera intenzione era impedire agli stranieri di impiantare stazioni media in Italia), idea poi naufragata. Nonostante questo, oggi è ancora molto difficile garantire a tutti le stesse possibilità di esprimersi: purtroppo stranieri e manifestazione del pensiero sono legati in una contraddizione inestricabile.

Nella mia tesi ho cercato di comprenderne le ragioni e di trovare il filo capace di sciogliere la matassa ma è stato molto difficile: la libertà di manifestazione del pensiero è per sua natura molto delicata perché deve essere bilanciata con altri interessi in gioco. Difficilmente, quando bisogna raccontare un fatto migratorio, si ascoltano le testimonianze dei protagonisti o di chi con questi lavora, dai volontari alle associazioni passando per medici e soccorritori. Solitamente si preferisce dar spazio alle comunicazioni ufficiali di forze dell’ordine e politici, informati sul fatto ma più freddi e distaccati nei toni.

Questo perché intervistare uno straniero può essere molto difficile: prima di tutto c’è l’ostacolo della lingua, poi altri problemi legati al vissuto della persona e alle sue conoscenze. La maggior parte di chi arriva in Europa non è abituata a contesti comunicativi complessi come il nostro, non immagina che il proprio nome o la propria immagine possa in pochi minuti fare il giro del mondo ed essere diffusa a terzi non noti. Ci sono stati diversi casi di stranieri, soprattutto giovani eritrei in fuga dal regime, intervistati senza alcuna forma di tutela per l’immagine, il nome e il vissuto personale: le loro famiglie, rimaste in patria, hanno per questo subìto una serie di ritorsioni.

In occasione del tragico naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013, alcuni quotidiani italiani diffusero i nomi e le foto dei sopravvissuti per informare le famiglie delle condizioni dei loro cari: anche in quel caso la libertà di informazione avrebbe potuto avere risvolti negativi, perché si trattava nella grande maggioranza dei casi di persone in fuga, perseguitate politicamente o con famigliari rimasti in patria, perseguitabili o arrestabili.

I codici deontologici dei giornalisti invitano, quando si vuole far parlare uno straniero o se ne vuole parlare, a ricorrere a mediatori linguistici e culturali, a rendere irriconoscibili i soggetti modificando il nome o oscurando il volto, a informare gli intervistati dell’utilizzo che verrà fatto delle informazioni raccolte, ad ascoltare per primi i diretti interessati o chi con questi collabora. Si tratta di comportamenti naturali ma spesso non praticati.

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Cartello con norme di comportamento comparso l’estate scorsa nei luoghi pubblici. Tra le lingue utilizzate anche l’arabo. Presenta diverse regole di attualità come il burkini, le molestie sessuali e le discriminazioni. [Photo Credits: Elisa Menta]

Un altro problema è quello dell’hate speech: spesso gli stranieri sono oggetto di discorsi razzisti o violenti, sia di personaggi politici e famosi sia di normali cittadini. Roberta Meloni, capogruppo di Fratelli d’Italia, intervistata dal sito Stranieri in Italia, ha affermato come si dovesse evitare “di importare in Italia un problema che oggi non abbiamo: basta immigrazione e soprattutto basta immigrazione da paesi musulmani. La (piccola) quota di immigrati che reputiamo necessaria prendiamola da quei popoli che hanno dimostrato di non essere violenti.
Premiamo allora chi ha dimostrato di integrarsi con maggiore facilità. Per gli altri, porte chiuse finché non avranno risolto i problemi di integralismo e violenza interni alla loro cultura”.
Una simile esternazione risulta naturalmente discriminatoria, nei confronti di un’intera religione (quella musulmana, dimenticando l’esistenza di italiani o, comunque, occidentali, di questo credo), e dei non cittadini in generale, considerati accettabili solo se capaci di integrarsi e provenienti da popolazioni che si presumono non violente. Eppure l’invito giunto dall’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazione Razziale) a moderare i toni evitando generalizzazioni e stereotipi è stato considerato dalla Meloni una “censura, un bavaglio di Stato”, e sia Mattarella che Renzi sono intervenuti in difesa della deputata (criticando invece l’atteggiamento dell’UNAR) perché le sue esternazioni, strettamente legate al ruolo politico ricoperto, erano protette da immunità parlamentare.

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Lo stesso non si è potuto dire per le offese contro i Rom (definiti per quattro volte feccia della società) proferite da Gianluca Bonanno durante la trasmissione Piazzapulita: anche in quel caso il politico aveva usato a sua discolpa l’immunità da europarlamentare ma i giudici ritennero di trovarsi di fronte a espressioni semplicemente razziste e che nulla avevano a che vedere con il ruolo ricoperto.

Dunque non sempre espressioni a prima vista razziste possono essere fatte rientrare nell’alveo dell’hate speech: tutto dipende da chi pronuncia le affermazioni, dal ruolo ricoperto, dalle intenzioni e dal contesto. Allo stesso tempo non si garantisce libertà di replica o di parola a chi è protagonista della maggior parte delle notizie di questi ultimi periodi, rendendo molto difficile “l’integrazione” di persone che si vorrebbero come tali. Solitamente si tende a considerare positivamente chi ha un lavoro e un permesso regolare perché rappresenta chi “ce l’ha fatta”: in realtà le contraddizioni del caso non mancano nemmeno in questa occasione.

Cecile Kyenge, ad esempio, origini congolesi, laurea in Medicina, europarlamentare ed ex ministra dell’Integrazione, è stata più volte oggetto di attacchi razzisti da parte di compagni politici (e non solo). Le sue foto ritoccate dal deputato della Lega Fabio Rainieri per farla assomigliare a una scimmia hanno fatto il giro della rete suscitando lo sdegno generale: dimostrazione che anche essere tra chi “ce l’ha fatta” poco importa.

Quindi la libertà di manifestazione del pensiero è inconciliabile con il fattore immigrazione? Difficile dirlo: la situazione non è delle più rosee ma ciò che manca è certamente la volontà di prenderne atto e di risolverla passo a passo. I tempi saranno lunghi: basti pensare che per i giornalisti stranieri l’Italia non è uno dei Paesi migliori dove lavorare, considerate le difficoltà nello svolgimento della professione e nella possibilità di ricoprire il ruolo di direttori responsabili.
Ma questa è tutta un’altra (triste) storia e verrà trattata nel prossimo post.

Elisa Menta

 

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