Lavorare nell’era digitale: una panoramiche sulle professioni Digital&Marketing

Accanto alle figure di social media strategist, Digital PR, web analyst e community manager descritte nel post di ieri, oggi vi presentiamo altre figure professionali del mondo digitale, che con trasversalità e flessibilità, coinvolgono competenze digitali e di marketing.

Web Analyst.
E’ la figura che si occupa dei dati di performance riguardanti un progetto o una campagna digitale.
Valuta l’efficacia delle singole azioni che compongono la campagna di advertising; usa strumenti come Google Analytics e gli Analystics delle varie piattaforme social (Facebook Insights, Twitter Analytics, Google Page Speed).
Solo per fare un esempio, utilizzando i dati ricavati da Google Analytics si potrà scoprire da quali aree geografiche provengono i propri utenti, quali fasce orarie prediligono, quali sono le pagine più visitate, quale dispositivo o quale browser viene maggiormente utilizzato, queste sono solo una minima parte delle informazioni che si possono ottenere. Esempi di concetti di uso quotidiano per un web analyst sono engagement rate, fanbase, followerbase, service level, bounce rate, reach organica, Key Performance Indicator. Confronta tra loro le diverse tipologie di dati: per esempio visualizzazioni di pagine da parte degli utenti e azioni che essi compiono, confronto temporale tra le performance, confronto tra zone geografiche, tra fasce di utenti, tra diversi dispositivi (computer, mobile), tra competitors, al fine di elaborare report e grafici.

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Digital Advertiser. E’ la figura che decide dove e come spendere il budget pubblicitario dell’azienda, allo scopo di massimizzare l’audience raggiunta per il proprio cliente. Mentre in passato il ruolo era quello di acquistare spazi pubblicitari, oggi è quello di acquistare traffico. Decide i canali su cui investire e quanto investire in ciascuno di essi: la scelta è tra paid media (canali a pagamento, per esempio banner sui siti), owned media (spazi di proprietà del brand, per esempio magazine digitali o il sito) ed earned media (spazi ottenuti per via del passaparola spontaneo o buzz, per esempio video virali). Controlla giornalmente l’andamento delle campagne attraverso la lettura della reportistica delle singole piattaforme (Facebook, LinkedIn ecc.) e quella di Google Analystics.

User Experience Designer. E’ la figura che progetta i touchpoint di un prodotto o di un servizio digitale affinché l’esperienza che l’utente/consumatore ne fa sia il più possibile soddisfacente. L’UX designer è una figura trasversale, che si muove tra ambiti disciplinari anche molto diversi tra loro come l’architettura dell’informazione, i linguaggi di programmazione, il design, l’antropologia, la psicologia, le scienze cognitive. In sintesi è responsabile del design visuale e dell’interazione fra utente e sistema attraverso tutto il ciclo di vita del sistema, dalla definizione e raccolta di requisiti alla produzione dei documenti finali di design. Allo User Experience Designer compete lo sviluppo di uno “stile” visuale e interattivo che possa allo stesso tempo caratterizzare l’applicazione Web (dotandola di caratteri distintivi) e garantire il raggiungimento efficace (portarlo nel punto giusto) ed efficiente (fargli fare il giusto numero di click) degli obiettivi dell’utente.

L’ UX Designer interviene così:

  • Capisce dai feedback il fastidio degli utenti e perché > (Intercetta)
  • Inquadra bene tutti i problemi, anche quelli a monte> (Definisce)
  • Inventa e architetta delle correzioni, poi le prova > (Prototipa/testa)
  • Se i test vengono superati, applica le modifiche e monitora > (Risolve)

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Un esempio illuminante, che mostra quanto l’attività di un UX Designer possa fare la differenza in termini sia di esperienza sia economici per un business, è il caso del “300 million Button”, il “bottone” che nel giro di un anno ha portato per un grande sito di e-commerce ad un aumento del fatturato di 300 milioni di dollari. I creatori del sito di e-commerce (si parla niente meno di Amazon) avevano previsto inizialmente una “rapida” registrazione, fornendo l’indirizzo email ed una password, per poter effettuare l’acquisto, ritenendo che questo meccanismo avrebbe incoraggiato anche ad acquisti più frequenti. L’effetto che si ottenne fu esattamente l’opposto: il tasso di abbandono del “carrello” acquisti era molto alto perché apparentemente molti users trovavano fastidioso essere costretti a registrarsi; inoltre, spesso coloro che si erano già registrati, dimenticando la password o la email di primo accesso, procedevano alla creazione di un nuovo account. Questo era un grosso problema per l’attività di e-commerce. Attraverso il “Continue button” gli utenti portano a compimento facilmente il loro shopping, e solo dopo il processo di acquisto vengono informati della possibilità di registrarsi.

E-Reputation Manager. E’ una figura collocabile nelle aziende, nelle istituzioni e al servizio di personaggi pubblici, soggetti che hanno bisogno di professionisti capaci di analizzare i dati online, interpretarli, utilizzarli per progettare una mappa della reputazione digitale e per gestire i momenti di crisi. La reputazione, ad oggi definita con pieno diritto “social currency”, è un fattore che tocca diversi punti dell’organizzazione aziendale, e sono individuabili specifiche specializzazioni per diverse aree: lo specialista nel supporto alla reputazione del brand, lo specialista della reputazione corporate o ancora dei prodotti, dei servizi, fino a quella dei profili executive e al risk management.

L’E-reputation Manager agisce per monitorare le conversazioni in rete, analizzarle e interpretarle, infine agire per influenzarle; si occupa di monitorare ed estrarre dall’universo online le conversazioni rilevanti sulla base di una lista di parole chiave, le analizza per individuare i trend, gli influencer (soggetti coinvolti nella conversazione che detengono un potere di presenza sul web più importante di altri) e le crisi (conversazioni critiche sul prodotto o sul brand, fondate o no) e interpreta i dati per offrire spunti strategici all’azienda.

I primi a preoccuparsi della propria e-reputation sono stati le aziende, i professionisti ed i personaggi pubblici; oggi, però, l’identità digitale è diventata una realtà che di fatto non può essere più ignorata neppure dalle persone “comuni”. Basti solo pensare al fatto che è ormai prassi corrente cercare, prima di reclutare una persona, cosa sia scritto on line a suo proposito. Un’identità digitale inadeguata significa essere penalizzati, a dispetto del proprio curriculum. Questo esempio delinea un quadro in cui i nuovi canali internet non hanno semplicemente modificato il modo di comunicare ma stanno sempre più modificando la relazione sociale tra gli individui. Pertanto è molto importante che l’azienda o la persona monitorino costantemente la qualità di queste informazioni, per far sì che il proprio profilo digitale sia quanto più possibile coerente e completo rispetto alla propria identità fuori dal web.

Per chi ha altre curiosità in merito alle professioni digitali, ulteriori approfondimenti che forniscono dettagli più specifici delle attività, nonché delle competenze caratteristiche delle diverse professioni, sono consultabili sul sito di IWA Italy, la sezione italiana dell’associazione internazionale di professionisti del Web, la quale nel 2006 ha elaborato un documento che elenca e definisce i profili professionali del Web.

Alice Querzoli

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