A Bruxelles la 7° Conferenza Europea sulla Comunicazione Pubblica

Il 20 e 21 ottobre, a Bruxelles, si è svolta la settima edizione di EuroPCom, l’annuale conferenza europea sulla comunicazione pubblica. Una due giorni di workshop, lectures e laboratori, che ha richiamato oltre seicento professionisti della comunicazione da tutta Europa.Tema centrale di questa edizione: Reflecting [on] Europe.

Il dibattito sulla comunicazione pubblica: domande aperte
Migranti e rifugiati: come comunicare politiche e interventi in questo ambito? Come utilizzare la comunicazione per favorire l’integrazione locale?
Gli open data, la trasparenza e la partecipazione dei cittadini: a che punto sono i diversi paesi europei?
Gli euroscettici: quali responsabilità hanno i comunicatori?
Le campagne di comunicazione: quali nuovi strategie per campagne più efficaci? Perché è importante investire sulla valutazione dei processi comunicativi?
I Millennials: come comunicare con loro? Come favorire il loro “empowerment” e conquistare la loro fiducia?
Una nuovo look per la comunicazione: web, infografiche, video. In una parola: visual storytelling.

Su questi temi si sono confrontati esperti e professionisti della comunicazione pubblica, comunicatori di agenzie e organizzazioni internazionali.
In questo post provo a condividere con voi le riflessioni emerse dai workshop a cui ho partecipato al Parlamento Europeo e al Comitato delle Regioni.

Sessione plenaria di EuroPCom - Bruxelles, Parlamento Europeo  [Credits foto @michelazingone]

Sessione plenaria di EuroPCom – Bruxelles, Parlamento Europeo
[Credits foto @michelazingone]

Le nuove sfide della comunicazione pubblica
“I comunicatori si trovano davanti principalmente due sfide: il post Brexit e l’immigrazione”, afferma in apertura di EuroPCom Sylvie Guillame, Vice Presidente del Parlamento Europeo con delega alla Politica d’informazione, relazioni con la stampa e cittadini.
“Un’altra grande sfida è rappresentata dai giovani, che è sempre più difficile avvicinare alle istituzioni e alla politica. Ne abbiamo radunato 7.500 a Strasburgo e li abbiamo coinvolti in ben 150 attività. Crediamo molto nel progetto delle scuole ambasciatrici. E’ un’occasione importante per entrare in contatto con i giovani. Cerchiamo di agire sin dall’inizio”.
Tra i nodi più critici da risolvere, a suo parere, c’è il difficile rapporto tra media e istituzioni. E’ necessario che i media si concentrino su ciò che funziona bene e non solo sui conflitti.
Inoltre è sempre più urgente lavorare sulla forma e individuare modi adeguati per semplificare concetti complessi senza correre il rischio di banalizzare.

Secondo Luc Van den Brande, membro del Comitato delle Regioni e consulente per l’analisi delle politiche della comunicazione del presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker, il primo dovere della comunicazione pubblica è porre il cittadino al centro.
“Serve una comunicazione coerente. Per lungo tempo le istituzioni europee hanno cercato di vendere l’Europa, ma questo non rispecchia la vera realtà sociale, afferma. –  Si parla molto spesso di bilancio e altri aspetti economici, ma si ignorano le sensazioni dei cittadini. Essi andrebbero coinvolti di più e andando oltre le semplici petizioni. Un coinvolgimento maggiore dei cittadini attraverso la comunicazione equivale a maggiore democrazia. C’è un altro tema delicato ed è quello della comunicazione interna alle istituzioni, che andrebbe potenziata. Si lavora a porte chiuse e a compartimenti stagni. Tutto ciò va superato.”

Il key note speech della sessione plenaria in Parlamento Europeo è stato affidato a Urlrike Guérot, Director of the European Democracy Lab, a Berlino, che con toni un po’ provocatori ha proposto una sua visione molto futuristica dell’Europa. “Una buona idea di solito è una cosa che suona pazzesca all’inizio”, afferma citando Einstein. La sua è quella di fare dell’Europa una repubblica, unica soluzione per superare tutte le divergenze che continuano a dividere i Paesi ed indebolire il concetto di unione.
“Continuiamo a mettere i paesi in competizione tra loro, invece bisogna superare le disparità. La comunicazione deve partire da qui”.

Key note lecture di Urlrike Guérot [Credits foto @michelazingone]

Key note lecture di Urlrike Guérot [Credits foto @michelazingone]

Openining up data is only the beginning
Uno dei workshop più seguiti è stato quello dedicato agli open data, alla trasparenza e alla partecipazione dei cittadini.
“Siamo davvero pronti per utilizzare gli open data?” ha esordito Simona De Luca, Team Manager di Open Coesione alla Presidenza del Consiglio dei Ministri in Italia, che ai presenti ha illustrato il progetto italiano “A scuola  di Open Coesione”. Un progetto che mette insieme lo storytelling, i dati, storie di territorio, storie di progetti e storie di vita.
Senza una cultura di base, infatti, i processi partecipativi possono essere pericolosi.

Open data no without open dialogue” afferma Tanja Lahti, Project Manager della città di Helsinki, che ha condiviso l’esperienza della capitale finlandese. E’ tempo di insistere sugli open data per inseguire una maggiore efficienza delle istituzioni, trasparenza e democrazia. I servizi stessi possono, infatti, essere ripensati e rinnovati dal punto di vista degli utenti.
Design, digitalization, dialogue” sono, a suo avviso, le tre parole chiave imprescindibili quando si parla di uso degli open data.

Connecting with Millennials
C’è una nuova categoria con la quale i comunicatori delle istituzioni pubbliche sono chiamati a confrontarsi. E’ quella dei Millennials, una generazione definita mobile, visual e social.
C’è un bisogno evidente da parte di chi comunica di rispondere alle aspettative ed andare incontro alle esigenze di questa parte crescente e influente di popolazione.

Si tende spesso a pensare a loro in termini negativi, sottolinea Maria Freitas, Policy Advisor presso la Foundation for European Progressive Studies (FEPS). Per esempio, li si definisce non interessati alla politica ma le cause probabilmente vanno ricercate nella politica stessa. Promesse infrante, incapacità di relazionarsi con i più giovani, carriere sempre più distanti dal mondo stesso dei giovani,
In realtà conoscendoli meglio, secondo le stesse ricerche della FEPS, i Millennials hanno una visione chiara ed ottimistica del loro futuro. Tra le priorità che vorrebbero fossero seguite dai politici – afferma la Freitas citando i dati – ci sono la salute, la creazione di nuovi posti di lavoro, l’istruzione e la lotta alla povertà.
Sono consapevoli di vivere in un mondo intercontinentale e si sentono europei.
Il modo migliore per comunicare con loro è rappresentato senz’altro dai social media. Sono i primi a chiedere trasparenza. Il loro problema principale, sottolinea la Freitas, è quello di credere di non essere stati mai ascoltati. Occorre invece dimostrargli che la loro voce può essere incidente.

Allo stesso panel ha partecipato Natalie Rastoin, Presidente del Gruppo Ogilvy, secondo la quale i millennials rappresentano una generazione molto attiva ma non interessata alla politica. La comunicazione va ripensata iniziando da quello che sbagliamo con i millennials.
In che direzione andare? Per prima cosa sperimentare forme di comunicazione peer-to-peer. Occorre informarli per metterli nelle condizioni di partecipare ed impegnarsi. Internet in questo può essere molto utile. Usiamolo per raggiungerli, per informarli, ma non per dialogare. Il dibattito online non funziona.
Anche quando il target è rappresentato dai millennials è necessario mantenere una certa autorevolezza, soprattutto su materie complesse, anche se il canale comunicativo scelto sono i social media.
“Su questi spazi, inoltre, vogliono sentire il contatto con il politico, non con lo staff, ecco perché – afferma la Rastoin, alcuni dovrebbero mettere da parte la paura di comunicare sui social”.

Valutare la comunicazione
Quello della valutazione rappresenta un momento molto importante e cruciale per chi lavora ad un progetto di comunicazione. E’ quanto ha cercato di dimostrare nella sua lecture Jim Macnamara, professore di Comunicazione Pubblica alla University of Technology di Sydney e visiting professor alla londinese LSE.
Valutare significa mettere in campo azioni per comprendere motivazioni del nostro target, il livello di attenzione, l’interesse, la comprensione, le abitudini etc. E’ utile per costruire parametri e conoscere l’impatto di certi messaggi, così come per definire nuovi obiettivi.
A proposito di obiettivi, torna il famoso acronimo SMART, come linea guida di obiettivi che siano specific, measurable, attainable, relevant and timed.

La valutazione implica anche tanto ascolto, che però – sostiene Macnamara – non deve ridursi ad un mero collezionare informazioni, quanto piuttosto ad una pratica utile per un miglioramento continuo dei processi e per il raggiungimento di risultati di maggior impatto.
Serve per distinguere un successo da un insuccesso, con la consapevolezza che anche dagli insuccessi si apprendono informazioni utili per la costruzione di strategie future.

Verso una narrazione comune
Tra le conclusioni emerse al termine di EuroPCom la consapevolezza di dover investire di più sui social media, soprattutto su quelli visual che ben si prestano a raccontare storie. Tra questi si citano Instagram, Snapchat e Periscope. Una conclusione non scontata se si pensa ai limiti e alla diffidenza che l’uso dei social media in alcuni contesti istituzionali ancora riscontra.

Il punto da cui partire sembra chiaro: la comunicazione deve costruire una narrazione comune dell’Europa. Si sente quasi l’esigenza di media europei capaci di parlare all’ampio pubblico di tutta l’Unione.
Inoltre, più “media literacy” e meno “digital rules” che creino restrizioni.
La direzione da seguire è rappresentata da due L, quella di Listen e quella di Local. Ascoltare di più i cittadini. Partire dal livello locale perché è da qui che si coglie la complessità di un Paese, dei Paesi. Comunicare non è “vendere” messaggi, ma è innanzitutto ascoltare. L’Europa forse non ha mai ascoltato le critiche rivolte ad essa, sottolinea qualcuno durante il dibattito.
Usiamo la comunicazione per mostrare ai cittadini i vantaggi dell’Europa mediante esempi pratici, suggeriscono altri.
Comunicare per aiutare i cittadini a farsi delle domande sull’impatto che le politiche europee possono avere nella sua vita quotidiana e sul loro futuro. Comunicare per mettere i cittadini nelle condizioni di capire meglio il senso di questa Unione Europea.
La sfida è alta. La sensazione è quella di chi dopo anni deve rimboccarsi le maniche e ricominciare daccapo.

Michela Zingone

 

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