Cosa significa lavorare all’ estero e cosa serve per farlo? Brigitta ci racconta la sua esperienza tra Budapest ed Amsterdam

La nostra redazione ha intervistato per voi tre ragazzi, due italiane e uno spagnolo, che lavorano all’ estero da ormai diversi anni, per mostrarvi cosa significhi provare a fare un’esperienza del genere e dare informazioni utili a tutti coloro che vogliano prendere in considerazione questa possibilità dopo la laurea. La prima che vi presentiamo è Brigitta, ex-studentessa all’Università di Bologna di 29 anni.

Luigi: Da quanti anni lavori all’ estero? Cosa ti ha spinto a partire?
Brigitta:  Lavoro all’estero da cinque anni ormai, prima a Budapest per quasi tre anni e ora ad Amsterdam da due. Dopo la laurea, ho iniziato a cercare lavoro e non avendo esperienze lavorative precedenti, in Italia mi venivano offerti solo stage non remunerati o con un rimborso spese minimo, in molti casi senza scopo di assunzione. L’offerta irrinunciabile che ho ricevuto per lavorare a Budapest prevedeva contratto a tempo indeterminato, salario che mi permetteva di mantenermi da sola senza dover pesare sulla famiglia, buoni pasto, corsi di lingua gratuiti (qualunque lingua!), rimborso dei voli per l’Italia, vari training legati al mio profilo professionale, oltre ad un’esperienza lavorativa in una multinazionale in crescita che mi avrebbe permesso, se lo avessi voluto, di tornare in Italia con un vantaggio competitivo non indifferente.

L: Come sei riuscita a trovare questi lavori? Cosa pensi abbia spinto le imprese a scegliere te? Quali competenze hanno fatto la differenza?
B: Il lavoro a Budapest, l’ho trovato grazie ad un’amica che stava per trasferirsi nella stessa azienda. Ho inviato il curriculum e mi hanno chiamato per svolgere un test logico-matematico e 3 colloqui. A parte l’ottimo percorso di studi, avevo gia’ avuto un’esperienza all’estero (in Danimarca) grazie al programma Erasmus che mi ha permesso di imparare l’inglese e piu’ in generale mi ha aperto la mente. Le competenze principali che mi hanno permesso di essere assunta, a parte la conoscenza dell’inglese, sono la proattivita’, la motivazione e non ultime l’umiltà, la voglia di lavorare e mettersi in gioco.

L: Più in generale, secondo la tua esperienza, quali sono le competenze più ricercate dalle aziende all’estero, qual è la tendenza del mercato lavorativo, su cosa conviene specializzarsi? Quali sono le competenze più richieste in un ambiente lavorativo all’ estero?
B: Non ricercano nulla di diverso rispetto all’Italia; esperienze precendenti all’estero, conoscenza della lingua, percorso di studi e qualunque attività ed esperienza che possa differenziarti dagli altri sono un vantaggio sia fuori che dentro il bel paese.

L: Pensi che il dipendente italiano goda della stessa considerazione dei dipendenti all’ estero? A che punto della tua carriera saresti se fossi rimasta in Italia? Cosa pensi dell’Olanda e perché pensi ci sia tutta questa differenza tra il loro mercato lavorativo e il nostro?
B: Penso che non avrei mai cambiato lavoro e sarei stata schiava della paura di poterlo perdere, se avessi lavorato in Italia.  All’estero c’è la tendenza a cambiare lavoro piu’ di frequente grazie ad un mercato del lavoro che ha un’ampia offerta, questo permette al dipendente di avere un potere contrattuale maggiore rispetto a quello che si ha in Italia e quindi una maggiore possibilita’ di parlare apertamente con il proprio datore di lavoro.  In Olanda, dove vivo e lavoro da due anni, sono le aziende che ti contattano tramite LinkedIn o Monster.starbucks_headquarters_seattle

L: Che consiglio daresti  a chi vuole provare a fare un’ esperienza lavorativa all’ estero?
B: Lavorare all’estero è un’esperienza bellissima, da fare anche solo per un anno. Ci sono diversi modi per poter trovare lavoro all’estero: tramite Aiesec, Erasmus placement o mandando direttamente il curriculum alle aziende. L’unica cosa che non deve mancare sono motivazione e determinazione.

L: Riusciresti ad elencare quali sono i lati positivi e quali quelli negativi della tua esperienza?
B: Tra i vantaggi spiccano sicuramente il salario, il work-life balance,  il rispetto verso gli altri e l’educazione. L’ ambiente lavorativo è molto incentrato su cooperazione e collaborazione, le gerarchie si appiattiscono ed e’ possibile conversare “alla pari” con tutti indipendentemente dal titolo. Da non dimenticare, i Friday drinks! Non nascondo tuttavia alcune difficoltà legate alla differenza di cultura e alla nostalgia di casa, familiari ed amici.

L: Qual è la tua occupazione ora? Hai intenzione di tornare in Italia in futuro?
B: Lavoro come analista per Starbucks da qualche mese, prima ho lavorato per Crocs e Tata Consultancy Service. In Italia ci tornerei volentieri se ricevessi un’offerta lavorativa competitiva rispetto alla posizione attuale in termini non solo di salario, ma anche work-life balance.

L: Grazie Brigitta per la tua disponibilità.
B: Grazie a te e in bocca al lupo a tutti i neolaureati dell’ Alma Mater che dovranno buttarsi sul mercato del lavoro.

Luigi Cazzola

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