Overseas a Montréal: pourquoi pas?

 

Erano i primi giorni di Novembre del 2014 quando stavo impazzendo di fronte al computer per completare l’application per il progetto Overseas. Una meta scelta per un motivo semplice. C’ erano dieci posti disponibili e, data la mia precedente esperienza Erasmus a Nizza e la mia confidenza con il francese (Montréal è in Canada, ma in Québec si parla francese), ho pensato di avere discrete possibilità di essere scelto. Volevo partire.

Quando uscì la graduatoria vidi che, nonostante fossi idoneo, mi posizionai quindicesimo e che quindi avrei dovuto aspettare un’altra occasione per farlo. Poi agli inizi di luglio una sorpresa. Cinque persone che si erano posizionate prima di me, non so perché e non ho fatto domande a riguardo, hanno rifiutato la borsa e sono stato ripescato. La deadline per completare l’application era il 31 di luglio e, dopo una chiacchierata coi miei genitori, decisi di completare tutti gli step necessari per partire che, come chi ha avuto a che fare con questo tipo di burocrazia sa, non sono poche.

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In men che non si dica è arrivato il momento di partire: 11 gennaio 2016. L’ arrivo è devastante. La temperatura media dei mesi invernali è meno 20 gradi, con picchi di meno 30. Nonostante questo l’impatto con la città e con i canadesi è buono. Montréal è bella e tutto funziona alla perfezione. Una metropoli conosciuta soprattutto per la sua multiculturalità. Un popolo che avrebbe molto da insegnare per quanto riguarda il senso civile e la gentilezza verso il prossimo. Roba che starnutisci per strada e lo sconosciuto ti dice “Salute”. Se passi col rosso, ti guardano sconcertati. Se chiedi una mano, te ne danno due.

La prima domanda che mi veniva fatta dal 99% delle persone era: “Come va col freddo?”. La risposta era sempre la stessa: “Male”. Ma a 5 mesi di distanza dal mio arrivo posso dire con certezza che è l’unica nota stonata di un paese che mi ha colpito sin dal primo istante per la sua volontà di fare le cose per il bene di tutti, e non di pochi. L’ Università funziona a meraviglia, il campus è gigantesco. Gli studenti possono disporre di tutta una serie di servizi più che all’altezza delle loro esigenze, tra cui una piscina e una pista d’ atletica al coperto e ad ingresso gratuito, solo per citarne alcuni. Il personale è cordialissimo e disposto ad aiutarti come meglio può con le pratiche burocratiche, che, si sa, mettono a dura prova la pazienza di chiunque. Le lezioni sono interessanti e l’interazione docente/studente è considerata da tutti come parte integrante del processo formativo. La città è un po’ più cara di Bologna ma con il cambio favorevole euro/dollaro canadese, e facendo attenzione, si riesce a far fronte anche a questo.

 

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Avendo saltato la settimana di accoglienza (errore mio, non saltatela MAI. È lì che si fanno le prime conoscenze) nel primo mese la vita sociale non decolla. È normale incontrare questo tipo di problemi. Ma non bisogna mollare. Conosco altre persone che, come me, hanno incontrato qualche difficoltà ma tutti quelli che son rimasti sul pezzo son tornati a casa con un sorriso nuovo. Basta una scintilla e tutto può cambiare. Ed è proprio quello che è successo. Una conoscenza casuale fuori da un locale, un gruppo di studenti stranieri come te e incomincia il vero viaggio. Inizi a uscire di più, a conoscere meglio la città e a immergerti completamente in questa nuova realtà. E ovviamente ti piace. Inizi a non far caso a quel freddo che fino a qualche giorno prima ti teneva chiuso dentro casa. Inizi a sprizzare energie da tutti i pori e a voler fare cose nuove in continuazione. Nel giro di 3 mesi andrai a visitare Boston, Toronto, Chicago, le cascate del Niagara e, ciliegina sulla torta, Cuba (da là il volo costa si e no 300 euro). E nel mentre non smetti di conoscere gente, di mischiarti con loro, di imparare e di insegnare. Un confronto continuo con delle culture diverse che cambiano il tuo modo di vedere le cose e, a volte, anche di farle.

Ma purtroppo un Overseas non è per sempre. E a fine maggio è ora di tornare. E, nonostante tutto, resta questa la parte più difficile. Lasci una città che sta fiorendo, in tutti i sensi, con l’arrivo della primavera (si, a livello di stagione non sono capitato nel momento migliore ma purtroppo non avevo altra scelta). Ma soprattutto lasci degli amici che sono diventati come una famiglia. Mangiavi con loro, uscivi con loro, dormivi con loro. Là avevi solo loro, ma era già più che sufficiente. Ed è qui che ti arricchisci, è qui che cresci. Spesso ho sentito gente rifiutare borse per posti meno affascinanti, come se fosse quella la cosa più importante. La città in cui si andrà a vivere. E indubbiamente anche questo è un fattore che va considerato. Ma ciò che conta veramente è l’esperienza, la crescita e il confronto continuo non solo con la cultura del paese che ti ospita ma anche con le persone che ti circondano.

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E vivendo in un’epoca in cui abbiamo diverse opportunità per fare un’ esperienza del genere perché non approfittarne? Certamente sono decisioni importanti e vanno considerati diversi fattori.  Ma dopo due diverse periodi trascorsi all’estero in due realtà completamente diverse tra loro a chiunque mi chieda un consiglio a riguardo risponderò sempre di non pensarci troppo. Di mettere da parte i timori e partire. È molto più facile pentirsi di non averlo fatto rispetto al contrario.

Luigi Cazzola

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