Il Deep Web: un gigantesco mondo sommerso

Ormai la tecnologia, che è diventata parte integrante di tutti tramite smartphone e computer, ci permette di raggiungere persone che si trovano anche dall’altra parte del globo terrestre. Ma dove avvengono principalmente tutte le azioni che noi svolgiamo con i nostri mezzi tecnologici?

Sulla rete, ovviamente, che tramite i vari browser, come Firefox o Chrome, ci consente di accedere a tutti i siti web che ci interessano.
Il fatto più assurdo, che in pochi sanno, è che andando su internet possiamo solamente vedere meno dell’1% di tutti i siti esistenti. Secondo alcune stime, infatti, con i browser che utilizziamo normalmente, possiamo visitare più o meno 2 miliardi di siti internet quando in verità l’intera rete ne conta 550 miliardi.
Per poter accedere alla completa moltitudine di siti, chiamata deep web, si utilizza un browser dal nome “TOR”, creato da Paul Syverson e Micheal Reed a metà degli anni 90 per proteggere le comunicazioni dei servizi segreti statunitensi. La prima versione, fruibile da tutti, fu poi lanciata il 20 settembre 2002.

Per entrare nel deep web, quindi, basta utilizzare questo applicativo che ci permette di navigare in internet in maniera del tutto anonima.
Come ben sapete, le nostre connessioni sono tutte rintracciabili tramite il nostro indirizzo IP.
Questo programma invece dà la possibilità di connettersi a diversi IP in giro per il mondo, così che la posizione della connessione sia impossibile da rintracciare. Addentrandosi in questo universo quindi si possono scoprire cose che non avremmo mai pensato. Difatti la rete internet è divisa in 5 livelli di profondità:

  • il web comune
  • il bergie web che è l’ultimo livello accessibile senza particolari conoscenze dove vi si possono trovare i siti nascosti da Google
  • il deep web, accessibile tramite Tor
  • il charter web dove si possono trovare trafficanti di armi e di droga, hacker, jihadisti ed estremisti
  • il marianas web, dal contenuto sconosciuto a molti e dove si dice che si celino leggende metropolitane, come per esempio il fatto che vengano custoditi segreti militari, sugli alieni, su atlantis, sull’attacco alle torri gemelle e cosi via.

deep web 2
L’utente comune pertanto utilizza principalmente solo i primi due livelli di una rete che in verità ha dimensioni inimmaginabili.
Chiaramente addentrandosi all’interno del deep web bisogna fare molta attenzione. Infatti non si deve in maniera più assoluta lasciare alcun tipo di contatto (e-mail, account Facebook, numero di carta o altro) poiché nel giro di poco tempo l’identità potrebbe essere hackerata. Tutti i soggetti che fanno parte di questo mondo utilizzano dati personali fasulli che non sono minimamente riconducibili alla persona. All’interno vengono svolte moltissime attività, da quelle più discutibili ed illegali ad altre molto più innocue, come la semplice navigazione.
Il charter ed il marianas web invece, tramite competenze tecnologiche non troppo avanzate, sono utilizzati per infrangere la legge vendendo droga, assoldando un killer o cercando un hacker. Ebbene sì, la cosa più assurda è che ognuno di noi può svolgere queste azioni, poi resta il fatto che per arrivare a certi livelli di “illegalità” bisogna utilizzare determinate parole chiave conosciute solo agli utenti del giro.

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Ma come si può pagare per ottenere determinate prestazioni o anche semplicemente per ottenere dei documenti falsi nel deep web?
La moneta utilizzata è il bitcoin, ovvero del denaro che non è rintracciabile, in uno scambio dove non esistono intermediari e non si pagano costi di transazione.
Può essere considerata quindi una cryptovaluta, generata tramite la potenza di calcolo del computer e che, digitalmente parlando, si trova all’interno del PC come “portafoglio digitale”.
Questa valuta è stata ideata nel 2009 da un gruppo di persone chiamato “Satoshi Nakamoto” che sfrutta la tecnologica P2P (simile a Torrent) ed utilizza un database distribuito tra i nodi, ovvero tutti i computer degli utenti, per tenere traccia di tutte le transazioni.
L’autenticità dei pagamenti, quindi, viene garantita dalla crittografia a chiave pubblica: ovvero nessuno può spendere bitcoin di cui ne sia il proprietario ed essi non possono essere spesi più di una volta.
Questa moneta è considerata legale anche in Italia, poiché viene identificata vera e propria unità di conto. Consegue il fatto che eventuali profitti derivati dalla vendita o dallo scambio di bitcoin con soldi reali debbano essere dichiarati al fisco come qualsiasi altra entrata.
È importante sapere che il numero di bitcoin è limitato fino ad un massimo di 21 milioni ed ogni quattro anni la quantità di monete creata viene dimezzata. Perciò procedendo con questo ritmo entro il 2030 saranno generati almeno altri 20 milioni di bitcoin e questo porterà ad un aumento del loro valore reale.

Tutte queste accortezze e queste informazioni devono essere utilizzate per una navigazione sicura e per capire come il mondo “oscuro” di internet possa nascondere aspetti a cui non avremmo mai potuto pensare.

Marco Fabiani

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