Incontro con la Flavia Laviosa del Wellesley College. Il femminicidio e le rappresentazioni della violenza contro le donne nei mezzi di comunicazione di massa

Nell’ambito del corso di sociologia della comunicazione multimediale, tenuto dalla professoressa Saveria Capecchi, è stata ospite la professoressa Flavia Laviosa: docente di cultura italiana, cinema e media studies presso il Wellesley College in Massachusetts, negli Stati Uniti d’America.

La professoressa Laviosa, che durante questa sua permanenza in Italia ha ricevuto un riconoscimento dal Presidente della Repubblica Mattarella per la rivista di cui è direttrice, “Journal of Italian: cinema & media studies”, ha tenuto due incontri per gli studenti della nostra laurea magistrale, che hanno avuto come tema centrale le donne e le diverse forme di violenza che esse sono costrette a subire.

Durante il primo incontro, ha spiegato come è nato il suo interesse per questo ambito di ricerca, sorto da pratiche e rituali come quelle dei delitti d’onore che fino a non molti anni fa, anche nel mondo occidentale e sviluppato regolavano e determinavano i nostri sistemi di vita. L’incontro, dal titolo: “Femminicidio: Rappresentazioni della violenza contro le donne nella televisione e nei cinema italiani”, si è aperto con una riflessione sull’origine del termine femminicidio. Questo termine, coniato dalla criminologa statunitense Diana Russel, sta a indicare l’omicidio di donne commesso da uomini, giustificato dal fatto che esse siano donne. Successivamente, il termine è stato riutilizzato per riferirsi all’uccisione di donne e ragazze perpetrata dal 1993 a Ciudad Juarez, nella regione settentrionale del Messico.

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Credits photo: Redazione CompassUnibo

In Italia il termine femminicidio apparve per la prima volta nel 2009 sul dizionario della lingua italiana Devoto- Oli, che lo definiva come una forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne a causa di sovrastrutture ideologiche di matrice patriarcali, allo scopo di annientarne l’identità, l’assoggettamento fisico e psicologico che può portare anche alla morte delle donne stesse. Dal 2013 anche l’Accademia della Crusca ha spiegato l’uso del termine femminicidio in contrapposizione a quello di omicidio. Spesso si discute sull’etimologia del termine perché ci si chiede come il termine sia stato traslato all’uso per singoli episodi di omicidio, rispetto al termine originale che faceva riferimento a massacri o uccisioni di massa.

In Italia, la questione del femminicidio è balzata agli onori delle cronache e all’attenzione degli studiosi da relativamente poco tempo. Dal 1999 le Nazioni Unite hanno istituito una giornata internazionale per abolire la violenza contro le donne, il 25 Novembre, e via via sono nate anche molte istituzioni di assistenza come il “telefono rosa”. E’ stato istituito un numero di emergenza nazionale(1522) e costituita una rete di 132 centri antiviolenza che operano a supporto delle vittime.

Dal 2005 sono state lanciate campagne di informazione e si tengono sempre più iniziative per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla violenza contro le donne percosse, violentate, assalite e assassinate. Nel corso del tempo tanto è stato fatto per cercare di arginare questo fenomeno. Ad esempio, nel 2009 è stata approvata la legge 1440 contro lo stalking che è diventato un reato punibile dal codice penale da 6 mesi a 5 anni. Nonostante tutto ciò, il numero dei femminicidi, secondo i dati Istat, non ha subito grosse diminuzioni. A questo proposito, la Laviosa ha preso in prestito le parole della semiologa Patrizia Violi, che sostiene che la situazione sul femminicidio in Italia non è in uno stato di emergenza, piuttosto siamo tristemente in una condizione che è diventata normalità.

Cerchiamo di capire da cosa sorgono e quali sono le motivazioni che spingono un uomo a compiere un atto di violenza contro le donne: innanzitutto è all’interno dello stesso rapporto di coppia che appare come un “amore romantico”, che si nasconde anche un rapporto di potere. In questo contesto la violenza viene usata dall’uomo per ristabilire il proprio potere che si esercita in forme di dominio e possesso nei confronti della donna e man mano che la libertà aumenta il fenomeno assume dimensioni sempre più consistenti e gravi perché l’asimmetria tra le parti diventa maggiore. In realtà, come sostiene la giurista Tamara Pitch, la violenza rappresenta piuttosto un segno di frustrazione e impotenza ed è espressione della perdita di identità maschile nella sfera pubblica e privata che si verifica, purtroppo, a tutti i livelli socio-economici.

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Credits photo: Francesca Conte

I moventi che spingono ad un gesto di violenza sono gelosia e possesso nel 32,5% dei casi, liti e conflitti per un altro 20,6% e sono commessi in maniera spesso efferata, con armi da taglio o con le stesse mani del carnefice.

In questa condizione uno dei problemi più grossi è che i media e gli studiosi parlano solo di numeri o ci forniscono notizie che analizzano solo l’ultimo atto di questo fenomeno, la morte di donne, che rappresenta solo il tragico epilogo di uno stato permanente di violenza. Per aumentare l’attenzione attorno al problema sono nate trasmissioni e film che si propongono di raccontare cosa si nasconde dietro a questi fenomeni.

Uno dei programmi tv, che ormai dal 2007, affronta il problema sociale della violenza contro le donne in tutte le sue forme, è “Amore Criminale”. La docu-fiction di Rai 3 racconta in ogni puntata casi di femminicidio che si sono verificati in Italia. La trasmissione utilizza due elementi per la narrazione: il reportage giornalistico, attraverso interviste ai protagonisti che forniscono testimonianze dirette e la ricostruzione simulata degli avvenimenti. Grazie ai due elementi utilizzati emergono tratti psicologici e profili socio-culturali delle vittime e dei loro carnefici che spesso sono commentati da esperti che forniscono la loro consulenza legale e psicologica. “Amore Criminale” è ormai giunto alla nona edizione. Continua a cambiare la sua forma, ma mantiene i suoi contenuti grazie anche al sostegno della rete dei centri antiviolenza italiani e delle forze dell’ordine. Inoltre  continua ad essere sempre efficace perché documenta in maniera impeccabile questi casi, non sfruttando la spettacolarizzazione della violenza.

Oltre ad “Amore Criminale”, la Rai ha cercato di rispondere all’esigenza di informazione e documentazione su questo tema con una rassegna di film tv intitolata “Mai per Amore”, realizzata da tre grandi registi italiani (Liliana Cavani, Marco Pontecorvo e Margarethe Von Trotta) che raccontano quattro storie che parlano di donne, di violenza, di stalking e di prostituzione.

Anche la cantautrice Gianna Nannini, ha prestato il suo contributo al tema scrivendo una canzone intitolata “Mai per Amore” che racconta in musica il problema del femminicidio perché anche la musica ci può aiutare a riflettere.

 

E’ importante che i media pongano la loro attenzione attorno a problemi sociali come il femminicidio per contrastare i costi sociali, ma soprattutto i costi umani che questi fenomeni comportano.

Al termine dell’incontro abbiamo posto a Flavia Laviosa la stessa domanda posta alla sociologia Chiara Saraceno, ossia cosa ne pensa dello spazio offerto dai mezzi di comunicazione di massa a coloro che hanno commesso atti di violenza contro le donne. La Professoressa Laviosa ci ha risposto affermando che se chi conduce queste interviste lo fa con una preparazione e documentazione adeguata sul tema, e non permette al carnefice di raccontare la propria storia spettacolarizzandola, può essere molto utile avere un punto di vista diverso su questi episodi, per avere anche una conoscenza psicologica che ci permetta di affrontare e capire meglio il fenomeno.

 

Simona Patanè

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