Comunicare l’immigrazione: intervista a Giovanni Rossi dell’Associazione Carta di Roma

Dal 2008 esiste un codice deontologico, la Carta di Roma, per comunicare al meglio l’immigrazione. Ma viene rispettato? Ce ne parla Giovanni Rossi, ex Presidente della Federazione Nazionale della Stampa Italiana (FNSI) e membro dell’Associazione Carta di Roma, intervenuto a Ravenna in un convegno sul racconto dell’immigrazione.

L’Associazione è nata nel 2011 su volontà del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti e della FNSI e svolge una serie di attività per promuovere l’attuazione della Carta.

Elisa: Dottor Rossi, quando ci si è resi conto che era necessario realizzare un codice deontologico (la Carta di Roma) per i giornalisti sulla comunicazione dell’immigrazione?

Giovanni Rossi: Non esiste una data precisa o un fattore scatenante che ha portato alla Carta di Roma. Il Codice ha visto la luce nel 2008 ma già negli anni precedenti era cresciuto tra i giornalisti un disagio riguardo il modo in cui il tema immigrazione era trattato: superficialità, razzismo, a volte inconsapevole e a volte voluto attraverso l’uso di termini dispregiativi, nessuna conoscenza del tema e di come affrontarlo attentamente. Bisogna ricordarsi che quando parliamo di immigrazione non stiamo parlando di cose ma di persone e sono necessarie attenzione e delicatezza.
Possiamo dire che dal 2000 al 2008 c’è stato un crescendo di richieste per la definizione di una Carta che fornisse delle indicazioni di lavoro. La Carta di Roma non deve essere una serie di vincoli ma uno strumento per lavorare al meglio.
I titoli “sparati” e l’attenzione eccessiva per la nazionalità nel caso di fatti di cronaca con stranieri protagonisti non sono una novità per l’Italia: negli anni ‘50-‘60 succedeva lo stesso ma coi meridionali, dei quali si indicava la provenienza napoletana o siciliana e così via. Per questo è necessario aumentare il livello del linguaggio utilizzato.
Un fattore scatenante che ha portato all’immediata nascita della Carta dunque non esiste, si tratta piuttosto di una serie di eventi che hanno provocato grandi spostamenti di persone. Il primo grande “evento”, la nave Vlora arrivata a Bari nel 1991 e carica di albanesi in fuga dal loro Paese, è stato il primo segnale. Tutti questi fatti, prima letti solo in chiave politica, legati alle cadute dei regimi o al crollo del comunismo, sono stati poi riletti e compresi in un’altra ottica e si è avuta la necessità di dare una risposta.

E – Stiamo vivendo un periodo “caldo” dal punto di vista migratorio: le violazioni della Carta stanno aumentando o nulla è cambiato rispetto agli anni passati?

R – Si sono visti dei miglioramenti nel linguaggio: sono scomparse espressioni come “extracomunitario” e “vu cumprà” mentre, purtroppo, continua a resistere il termine “clandestino”. Anche i giornali schierati contro l’immigrazione sono sempre più attenti, c’è vergogna oggi a utilizzare certe parole.
Si registrano ancora errori ed enfatizzazioni ma qualcosa si sta muovendo: i titoli magari continuano a essere ‘sparati’ per attirare l’attenzione del lettore ma nei pezzi il linguaggio utilizzato risulta spesso appropriato.
Stanno aumentando inoltre i rapporti tra le redazioni e le associazioni che si occupano di immigrazione: anche questo è un passo avanti.
Ma dato che le violazioni continuano a esistere, l’Associazione Carta di Roma interviene chiedendo un incontro con chi ha sbagliato, per far capire come l’argomento andrebbe invece trattato: se la violazione è molto grave parte una denuncia all’Ordine dei Giornalisti che, attraverso il Consiglio di Disciplina, irroga una sanzione per violazione delle Carte deontologiche, che può andare da un richiamo fino alla radiazione.

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Giovanni Rossi (photo by Elisa Menta)

E – La Carta, anche attraverso il Glossario e le linee guida, parla chiaro: lo straniero va rispettato come persona, riferendosi a lui nel modo più opportuno. Perché molti giornalisti continuano però a utilizzare termini inappropriati, pur sapendo di violare le regole? Si tratta di mancanza di sensibilità o di scarsa conoscenza?

R – Non voglio denigrare la mia categoria ma molti colleghi, specie giovani precari e collaboratori, non hanno una formazione professionale adeguata e non conoscono bene le regole deontologiche: per questo motivo è stata introdotta recentemente, novità assoluta per la nostra categoria, la formazione professionale obbligatoria.
In secondo luogo è cambiato anche il modo di lavorare: dove esistono ancora le redazioni c’è una corsa alla produzione in stile catena di montaggio, bisogna prestare attenzione anche a compiti non giornalistici, come la grafica o l’impaginazione. Il giornalista è quindi stressato e, dovendo lavorare velocemente, perde di vista l’attenzione e la precisione. Si tratta di una critica rivolta più che altro agli editori, perché sono loro i primi responsabili.
Molti giornalisti scrivono fuori dalle redazioni, privi di strumenti, sottopagati, obbligati a fare molte cose e senza tempo per verificare e riflettere: le violazioni in questo caso non sono intenzionali.
Infine le convinzioni ideologiche e politiche: il giornalista è libero, può essere di qualsiasi schieramento politico, ma deve raccontare correttamente i fatti, senza piegarli alle sue convinzioni. Alcuni pensano che la propria opinione faccia parte della notizia ma non è così!

E – La Carta invita a riflettere sull’uso delle parole: riferirsi a una persona come “rifugiato” è diverso che dire “migrante irregolare”. Si potrebbe obiettare che sono le gesta concrete a risolvere le cose, soprattutto in un periodo come quello attuale. Lei crede che il linguaggio possa cambiare la visione del fenomeno migratorio?

R – Il linguaggio è uno strumento per formare determinati atteggiamenti: se una popolazione è bombardata da titoli, articoli e programmi allarmistici di natura infondata, questi provocheranno una paura a sua volta infondata.
Se si dice “Siamo invasi” ma non è vero, si generano allarmismi. Se si raccontano le cose come stanno, supportandole con dati reali e precisi, le persone si fanno convinzioni corrette su quello che accade.
Si veda l’esempio della criminalità: si dice sempre che gli stranieri delinquono di più degli italiani ma leggendo i dati si scopre che non è vero! Molto spesso dietro a gesta criminali ci sono organizzazioni italiane che sfruttano gli stranieri, come la mafia.
Bisogna rappresentare la realtà per quel che è e il linguaggio è utile per creare un popolo consapevole, evitando gli allarmismi inutili ma senza sottovalutazioni: la realtà non va nascosta e se il pericolo c’è non per questo non va comunicato. Il giornalista deve dunque cercare di raccontare la realtà mettendo la persona in grado di comprenderla con la propria testa, senza essere condizionata.

Credit photo: UNHCR

Credit photo: UNHCR

E – L’immigrazione viene rappresentata solitamente in chiave negativa, raramente si mostrano esempi positivi e quando lo si fa non si rinuncia a toni quasi di eccezionalità. È la logica della cattiva notizia che fa ascolto?

R – È così: la notizia cattiva fa notizia. Si ritiene che la notizia positiva non vada conosciuta a meno che non si tratti di un fatto eclatante. Il fatto negativo è eccezionale e va raccontato ma non è sempre vero: si veda il caso della Germania inizialmente aperta all’accoglienza. C’era un aspetto positivo in questa politica: sarebbero arrivati molti lavoratori disposti a fare quello che i tedeschi non fanno più. Ma non mancano anche aspetti negativi: alcuni imprenditori hanno visto negli stranieri dei lavoratori da pagare meno.
Di ogni fatto va dunque raccontato tutto: il lato positivo e quello negativo, senza nascondere nulla. La stessa Carta di Roma lo afferma: non bisogna enfatizzare e vanno usati dati reali.
Andrebbe raccontato, ad esempio, che in certe città il centro si è animato grazie agli stranieri e alle loro attività commerciali, come Bologna. Certo, anche in questo caso si possono rilevare degli aspetti negativi, ma va riconosciuto che certe aree, altrimenti deserte, oggi sono vive grazie a loro. Altri aspetti positivi, specie sul piano economico, non mancano: ad esempio molti lavoratori stranieri pagano i contributi all’INPS utili per pagare, a loro volta, le pensioni dei nostri pensionati, dato che ci sono pochi giovani lavoratori.
Certamente sono notizie che danno fastidio a chi ha certe posizioni e vuole vincere facile facendo leva sulle paure delle persone!

E – Italia al confronto con gli altri Paesi Europei: com’è la situazione? Negli altri Stati si tende a rappresentare meglio l’immigrazione?

R – In certi Paesi abituati da più tempo al fenomeno migratorio, come quelli del Nord Europa, teoricamente va meglio. Dall’altro lato però l’Italia ha meno controlli. Infatti dal Nord molti stranieri ridiscendono verso Sud, non nei loro Paesi d’origine ma in Italia, proprio perché ci sono meno controlli mentre gli altri Stati sono più rigidi.
Al Nord in passato c’era più disponibilità e integrazione che da noi, ma l’aumento dei flussi e la preoccupazione dell’opinione pubblica hanno portato a un restringimento delle politiche.
Tutta l’Europa ha ormai dei problemi, anche più dell’Italia: si veda l’Ungheria con i suoi atteggiamenti xenofobi che originano non dai partiti d’opposizione ma dal Governo stesso!

E – La Carta si preoccupa anche dell’immigrazione raccontata dai diretti interessati, prevedendo tutele per chi compare in servizi giornalistici. Si può dire che gli stranieri hanno, nel nostro Paese, un reale diritto di parola?

R – Teoricamente lo straniero non va discriminato nella sua manifestazione del pensiero ma di fatto lo è: è difficile, quando succede qualcosa, che i giornalisti ascoltino gli stranieri o almeno le loro associazioni o organizzazioni di rappresentanza (come le comunità islamiche o le associazioni rappresentative specialmente dei cittadini dell’Est).
Quando il giornalista lascia la parola allo straniero deve prestare attenzione: un conto è intervistare i cittadini dell’Est Europa o di Paesi tendenzialmente democratici, altra cosa persone che provengono da Paesi dove hanno lasciato la famiglia o dove subiscono persecuzioni, come l’Eritrea. L’intervista è possibile ma bisogna garantire l’anonimato, altrimenti lo straniero rischia rappresaglie su di sé e la famiglia: pur non volendo il giornalista può provocare grossi guai.

E – E se il giornalista fosse uno straniero? È semplice per uno straniero svolgere la professione in Italia?

R – Lo straniero in Italia non può essere direttore di un giornale, lo impone la legge sulla stampa del 1948 che richiede la cittadinanza italiana. La Carta di Roma ha combattuto una battaglia per questo: oggi una giornalista straniera è direttrice del sito dell’Associazione Carta di Roma. Il tribunale aveva prima respinto la richiesta ma poi l’ha accettata con una nuova interpretazione della vecchia legge del 1948. I giornalisti stranieri che lavorano qui hanno però un problema in più: il settore dell’editoria è in piena crisi, è difficile essere pagati, e quasi sempre si lavora come collaboratori. Gli stessi italiani faticano, figurarsi gli stranieri: a meno che non si tratti di firme importanti, il semplice professionista fatica a inserirsi.
Per questo all’interno della Federazione Nazionale della Stampa è nata l’Associazione Stampa Interculturale che si occupa dei giornalisti stranieri, per consentire loro di muoversi sullo stesso piano degli italiani, con gli stessi diritti e le stesse opportunità, benché minime.

E – Per concludere: quali sono i prossimi passi che muoverà l’Associazione?

R – L’Associazione Carta di Roma continuerà sulla sua strada: monitorerà la situazione, favorirà le relazioni con le redazioni e i giornalisti, segnalando errori e violazioni e dando spiegazioni su come svolgere la professione.
Continuerà con incontri di formazione nelle diverse città italiane, intensificherà i rapporti con le associazioni dedicate all’immigrazione, allargherà il fronte di chi si occupa di queste tematiche, favorendo le relazioni tra i giornalisti e le associazioni per un flusso reciproco di informazioni così da aiutare tutti a fare al meglio il proprio lavoro.

Elisa Menta

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