Califfato tra multimedialità e comunicazioni mirate: così nasce il brand del terrore

 

Terrore. Esplosioni. Sangue. Morte. Sebbene, nell’immaginario europeo, siano queste le cose che vengono in mente quando si parla di Stato Islamico, purtroppo il Califfato è molto attivo anche sul fronte della comunicazione. Ed è proprio in questo settore che si sta giocando le carte migliori.

Ma come funziona l’apparato comunicativo terrorista? Quali sono le tecniche usate dall’IS per la propaganda? Come è possibile che, da un distaccamento di Al – Qaeda, sia nato un brand del terrore così conosciuto, discusso e seguito, tanto da aver dato vita a una nuova tipologia di combattenti: i “foreign fighters”?

Con una comunicazione istituzionale a livello embrionale e una che invece punta all’emotività, la strategia mediatica dello Stato Islamico si serve di ogni mezzo disponibile per diffondere i propri messaggi, con un uso dei nuovi media che fa invidia alla maggior parte degli Stati occidentali, e con una strategia studiata per raggiungere il target prefissato.

Secondo Monica Maggioni e Paolo Magri, curatori del libro “Twitter e Jihad: la comunicazione dell’Isis” (edito da Epoke) e dal quale prende spunto questo articolo, il Califfato è infatti abile a sfruttare la comunicazione, e soprattutto la multimedialità resa possibile dal web, più di ogni altra organizzazione terroristica precedente.

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Copertina del libro Twitter e jihad: la comunicazione dell’Isis.

Video, riviste, libri, forum, tv online e persino rivisitazioni di popolari giochi di ruolo permettono all’organizzazione criminale di produrre una comunicazione orizzontale che sfrutta quelle che sono definite dinamiche di sciame per fare proselitismo.
I destinatari della propaganda, grazie anche ai sistemi di file sharing e ai social media, diventano a loro volta produttori e divulgatori di contenuti.
E se gli attentati e il terrore, così come i rapimenti e le minacce, sono tecniche che fanno assomigliare gli integralisti islamici ai mafiosi che hanno insanguinato decenni di storia italiana, è proprio l’aver sbancato la frontiera della comunicazione mirata a rendere questa organizzazione speciale e pericolosa.

AQI-ISI-ISIS-IS: un percorso di nominazione per presentarsi come entità statale.
Si tratta di uno degli elementi fondamentali e da non sottovalutare, che spiega molto bene come tattiche e strategie siano studiate nel dettaglio, senza lasciare nulla al caso.
Passando dalla denominazione “Al – Qaeda in Iraq” all’attuale nome “Stato Islamico”, il califfato ha dimostrato di conoscere le tecniche di marketing. Scegliendo per il suo brand un nome che gli permetta di risultare credibile, nello stesso tempo spiega facilmente qual è l’intento: non vuole più essere un gruppo di terroristi, ma un vero e proprio Stato, con tanto di entità territoriale.

È in questa direzione che si muove l’annuncio ufficiale della proclamazione dello Stato islamico. Con un comunicato diffuso online, si cerca di far presa sugli islamici, definendo il neo Stato “il sogno di ogni mussulmano”.  Il resto del discorso, pronunciato dal leader autoproclamatosi califfo, ha lo scopo di creare una netta distinzione tra chi è a favore, e chi è contro, e quindi nemico.
Sfruttando un’abile mossa comunicativa, l’idea è di rafforzare la coesione interna individuando un nemico comune, che, in questo caso, è rappresentato da chiunque non giuri fedeltà ad al-Baghdadi.

Canali diversi per un target preciso
L’uso di diversi media è prerogativa indispensabile per raggiungere chiunque possa rivelarsi utile alla causa. Un esempio è proprio il discorso di proclamazione del sedicente stato islamico.
È il 29 giugno 2014, e il leader dell’Isis annuncia al mondo la nascita di un nuovo Stato nei territori sotto il suo controllo. Il modo in cui lo fa, però, è interessante. Si affida a un trittico: una predicazione diretta, un comunicato scritto che, immesso nel web, si diffonde rapidamente, e un video sapientemente girato.

È proprio quest’ultimo che fa capire quanto sia cambiata l’attenzione riservata alla comunicazione. Dura poco meno di quindici minuti, è girato in un’ottima qualità e, dettaglio importante, sono presenti le sigle di quelle che diventeranno famose come “le agenzie di comunicazione dello Stato islamico”: la casa di produzione “al-Hayat” e il media center “Al-I’tisam Establishment for Media Production”.

Non si ha più a che fare con video statici, dove i leader, ripresi in primo piano, pronunciano discorsi prolissi, ma con messaggi che possono arrivare in pochi minuti nei terminali di milioni di persone, senza alcuna censura da parte dei canali mainstream: sicuramente un notevole miglioramento.

Magazine, video, tv e reportage: la contro narrativa come arma di propaganda.
Tutti noi abbiamo negli occhi le terribili immagini dei video apparsi in internet dove i terroristi compiono spregevoli uccisioni. Del resto, il rituale dell’ostaggio in arancione sotto il controllo dei sequestratori è una scena che si ripete da oltre un decennio, e che prima, sebbene in bianco e nero, abbiamo nostro malgrado vissuto in prima persona anche in Italia. Aldo Moro seduto davanti ad una gigantesca stella a cinque punte è, infatti, una fotografia che chiunque ha visto almeno una volta.

I video girati dai film maker del Califfato però hanno segnato una svolta epocale rispetto a quelli rudimentali di altre organizzazioni, ad esempio quelli di Al – Qaeda di qualche­­­­ anno fa.
Non però di soli video vive la propaganda integralista. Infatti, sono usati diversi strumenti per sviluppare uno storytelling completo e indirizzato a diversi target, a seconda degli scopi prefissati. Proviamo a presentarne alcuni.

  • Magazine. Se la rivista storica del jihadismo è Inspire, che conta tredici numeri (il primo uscito nel 2010) ma che è legata all’orbita di Al – Qaeda, la rivista principe del Califfato è Dabiq. Entrambe si presentano bene, (sono definite patinate), in un buon inglese e con uno sviluppo del tutto simile ai periodici del mondo occidentale. In poco più di un anno Dabiq è uscito una decina di volte, segno che c’è una redazione che lavora alla sua preparazione. All’interno si possono trovare articoli che spaziano dalle istruzioni per fabbricarsi bombe in casa alle liste di bersagli da colpire, senza però tralasciare report sulla vita al fronte e molto altro.
    L’obiettivo è di arrivare a un pubblico vasto ed eterogeneo, soprattutto composto da islamici che vivono in Europa: i foreing fighters, o possibili reclute. Per questo si sceglie l’uso dell’inglese e una grafica attraente. Il contenuto risponde alla linea: “to inform, to inspire, to incite”. Sono facilmente scaricabili in vari formati dal web, dove vengono posizionati in siti di file-sharing.
    Altri periodici precedenti sono Il bimestrale “al-Fursan” che esce tra il 2005 e il 2007 e “Sada al-Rafidayan” (Eco dei due fiumi) che si autodefinisce settimanale di notizie e cronache del jihad e dei mujaheddin.
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Prima pagina del settimo numero della rivista Dabiq. (credits: insidethejihad.com)

  • Brochure e opuscoli vari. Sono pubblicati e distribuiti nel territorio, ma anche nel web, e mostrano cosa e come viene fatto nel territorio dello stato Islamico. Come una specie di giornalini di quartiere, hanno lo scopo di rafforzare l’identità e la coesione interna, mostrando come si possa vivere bene nel mondo della sharia. Presentano anche statistiche economiche e immagini dal fronte.
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Un esempio di brochure dello Stato islamico (credits: dailymail.co.uk)

  • Ebook. Sono libri in formato digitale. Islamic State 2015, ad esempio, racconta molto sul funzionamento del califfato, ed è l’ottavo volume di una collana chiamata “black flags”. In un inglese non sempre perfetto, sono opere scaricabili in qualsiasi formato (pdf, epub, ecc.).
  • Web Tv. Si chiama KhilafahLive, ed è la tv officiale in streaming. La si può trovare online, senza troppa fatica. La lingua usata è l’arabo. Vengono trattati temi per nulla cruenti, come una vera tv pubblica.
  • Video. Come già accennato prima, i video pubblicati e veicolati sono ben fatti. Riprese in HD, buona regia e ottime tecniche narrative permettono di veicolare la violenza con una narratività Hollywoodiana. Sono video, pesanti (alcuni GB) e in inglese, che sono destinati all’estero, e non certo a zone martoriate dalla guerra, dove la linea internet è debole, se non assente.
    È una comunicatività emozionale: si crea paura aumentando il sentimento di odio provato nei confronti dell’Isis dall’Europa e l’Occidente. Utile per assaporare “il rumore dei nemici”, per dirla alla Josè Mourinho.

Gamification: il gioco per abituare all’orrore.
Il mondo dei videogame va a braccetto con giovani e meno giovani ormai da vent’anni. Videogiochi sempre più realistici permettono di vivere delle emozioni uniche, tanto da parlare di realtà virtuale.
Se i principali fruitori di questo mondo sono i giovani, i quali, guarda caso, sono anche quelli maggiormente influenzabili dalle tecniche di propaganda, ecco che nelle menti jihadiste nasce l’idea perversa:

Sono i giovani i principali fruitori di questi giochi. E sono anche i più influenzabili dalla propaganda. È quindi in questo contesto che ai jihadisti nasce l’idea perversa: ricreare le dinamiche del terrorismo all’interno di quei videogame ai quali i ragazzi dedicano tanto tempo. Probabilmente più tempo rispetto al telegiornale, o all’informazione.

Ed e così che nasce lo sfruttamento del gioco come strumento di propaganda. Il concetto è quello di gamefication, ed è, purtroppo, accuratamente usato e presente nel gioco “Grand Theft Auto: Salil al-Sawarim”, rivisitazione del famoso gioco in prima persona GTA. L’obiettivo fa rabbrividire, ma è inutile negare che è un’idea geniale. Genio del male, per l’appunto. Idea che porta a pensare a come possano diventare pericolose certe armi mediatiche in mani sbagliate.

L’incredibile caso dell’ostaggio divenuto reporter dell’ISIS.

Quando, nel 2012, è stato rapito per la seconda volta in Siria, il fotoreporter inglese John Cantlie difficilmente avrebbe potuto immaginare che sarebbe diventato “giornalista” per conto del Califfo. Invece, all’interno del disegno politico-mediatico dello Stato Islamico, è toccato a lui diventare l’anchor-man ufficiale, nonché narratore della nuova realtà jihadista.

Con una sovversione delle regole della comunicazione, Cantlie, nel 2014, appare in un video dal titolo “Lend me your ears”. È vestito con la tuta arancione, e i sottotitoli ricordano la sua condizione: prigioniero britannico. Suo malgrado, è costretto, così come se fosse un vero e proprio inviato dal fronte, a parlare per conto delle milizie di el-Baghdadi. E lo continuerà a fare in molti altri video, nei quali criticherà la politica occidentale e mostrerà al mondo quanto di “buono” stanno facendo nella terra dell’Islam i guerriglieri.

Siamo di fronte ad un altro incredibile strumento di controinformazione: è tutto molto simile a ciò cui l’occidente è abituato, tranne che per un piccolo particolare. Ed è quel piccolo particolare che rende la comunicazione del britannico così forte e, sebbene sadica, così emozionale.

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John Cantlie (credits: panorama.it)

 

 

Comunicazione bottom to bottom grazie ai forum e ai social media

Per finire, è da analizzare il funzionamento della rete jihadista che permette agli utenti di mettersi in contatto tra loro, e di fare proselitismo. Preferendo una comunicazione orizzontale, i comunicatori del Califfo hanno deciso di non avere dei profili o siti ufficiali. Così come il loro leader non può essere sconfitto perché introvabile, così il loro centro mediatico non può essere oscurato, perché non esiste. Con questa idea, si preferisce quindi affidarsi a strumenti del web come forum o social network per far girare i contenuti.
Dopo un primo passaggio “in verticale”, che consiste nell’inserire nel web i contenuti preparati dai Media center dello Stato Islamico, entra in gioco la comunicazione orizzontale. Ogni utente, scaricando il materiale dai siti di file sharing, si occupa di farlo circolare. Si crea così una dinamica di sciame, che permette ai contenuti di muoversi nel web anche qualora qualche utente venga identificato e, di conseguenza bloccato o arrestato.
Questa tecnica permette di far convergere i messaggi in diverse piattaforme. Ciò garantisce il rilancio dei contenuti verso diversi pubblici. Ovviamente queste tecniche non sono nuove nel mondo della comunicazione: l’occidente per primo ha sfruttato a suo vantaggio queste possibilità garantite dai nuovi media.

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Anche in Italia qualcuno ha cercato di creare una rete di foreign fighters. Vicino a Brescia le forze dell’ordine hanno scoperto un attivista che cercava di mettere in piedi un forum molto simile al “sharia4belgium”, piattaforma jihadista attiva in Belgio.

Molto altro ci sarebbe da dire sul mondo della comunicazione jhadista. Per un approfondimento si consiglia di leggere Twitter e jihad: la comunicazione dell’Isis, all’interno del quale sono spiegate molte delle dinamiche accennate in questo articolo.

Per il resto, se la consapevolezza è già un buon punto di partenza, bisogna però prestare attenzione a queste dinamiche per cercare di fermarle.
Come sempre è forse la cultura, insieme all’informazione, l’arma migliore da usare.
Non sono poi così lontani gli anni in cui la Mafia, così come l’Isis oggi, minacciava il patrimonio artistico per minare l’autorevolezza dello Stato. Oggi come allora, quindi, per sconfiggere un nemico tanto pericoloso quanto radicato nel territorio, spiegare e far capire ai cittadini quale sia il lato in cui stare è, e deve essere, l’obiettivo principale. Magari non solo a parole, ma anche nei fatti. Magari dimostrando come le libertà siano un bene, e non un male. Senza muri e armi quindi, ma con solidarietà e cooperazione. Per un futuro dove la comunicazione serva i cittadini, e non il terrore.

 

Massimo Giuriato

 

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