#Bambini e social: il fenomeno dello sharenting

Il cyberspazio- in particolar modo il pianeta abitato dai social network- si sta trasformando sempre più in un palcoscenico sul quale mettiamo in atto le nostre personali rappresentazioni del quotidiano in ognuna delle sfaccettature possibili. In questo articolo andremo a discutere il fenomeno dello “sharenting”, cercando di identificare possibili conseguenze e rischi.

Al giorno d’oggi è del tutto semplice imbattersi in foto di bambini postate sui social: le reazioni sono molteplici e vanno dal rifiuto totale, al distacco, all’empatia.
Fattori come la diffusione della connettività, l’integrazione fra la rete e lo smartphone e la diffusione capillare dei media sociali -oltre a decretare la comparsa di un nuovo soggetto sulla scena sociale che Prensky in un saggio del 2001 chiama nativi digitali– hanno comportato la completa fusione tra sfera pubblica e privata di ciascun internauta.
Il nostro obiettivo vuole essere quello di discutere attorno al fenomeno e stimolare i lettori alla riflessione ed al confronto. Ciò detto, ad ognuno resta il libero arbitrio.

Dal 2014 e cioè dal momento in cui tale termine venne coniato dal quotidiano americano Wall Street Journal, si parla di sharenting. Ma di cosa si tratta? Tale neologismo nasce dalla fusione dei termini inglesi share (condividere) e parenting (essere genitori) e sta ad indicare l’abitudine dei genitori alla condivisione di contenuti riguardanti i propri figli sulle varie piattaforme social.
Risulta difficile indagare a fondo per comprenderne le ragioni che spingono sempre più spesso gli adulti a perpetuare questo comportamento: se da un lato è evidente che il limite tra la semplice condivisione delle emozioni legate alla sfera più intima e personale e lo sharenting si stia facendo sempre più labile, dall’altro anche il confine tra vita privata e pubblica si rende sempre più sfumato e quei contenuti che un tempo erano confinati nell’offline oggi sono fruibili da una vasta platea. Che piaccia o no, i social pervadono le nostre vite e lo fanno così prepotentemente da trascinare noi tutti nel flusso comunicativo che trova espressione diretta nella rete, quasi a voler confermare la tesi sostenuta da Giddens secondo il quale gli esseri umani appaiono come drogati culturali, spinti ad agire secondo lo stimolo di valori culturali interiorizzati che regolano la loro attività.

 

M.Zuckemberg

Il fenomeno dello sharenting: il caso Mark Zuckerberg

Ma vediamo più da vicino come lo sharenting si concretizza. Mark Zuckerberg in occasione della nascita della figlia Max- avvenuta lo scorso 1 dicembre- ha condiviso con i suoi 60.932.820 follower (dato in costante aumento) una foto del quadretto di famiglia al completo con al seguito una lettera; in fondo si tratta soltanto di un padre con una nota visibilità che auspica un futuro florido per il nascituro e fin qui nulla da obiettare.

 

 

 

 

 

 

La figlia di Zuckerberg è recentemente apparsa sul profilo Facebook del padre prima mentre è intenta a “fare il primo bagnetto” e poi nelle vesti di un noto personaggio della saga “Star Wars”.

max saga starwars

Credits photo: profilo Facebook M. Zuckerberg

Ma proviamo per un momento ad andare oltre la gradevolezza delle immagini, oltre i concetti di giusto e sbagliato culturalmente definiti, oltre la naturale e spontanea gioia di un genitore; si ha come l’impressione che ciò facendo si stia veicolando un modo del tutto inedito di vivere le relazioni, la propria vita e quella di un soggetto terzo- non in grado di rivendicare i propri diritti sulla privacy.

Non sono soltanto i soliti volti noti ad aderire a quella che ormai viene definita “moda da sharenting”. Di recente infatti si era diffusa su Facebook una catena che chiedeva alle mamme di mettere in condivisione con amiche, conoscenti e parenti vicini e lontani, le foto dei propri figli per manifestare la propria gioia di essere madri. La prassi prevedeva che ciascuna venisse nominata da altre mamme e che in virtù di questa nomination, venissero pubblicate delle foto in cui questa gioia fosse resa manifesta. La mole di immagini ritraenti bambini felici, bambini con cani, bambini in spiaggia, in montagna, bambini con i nonni, bambini sulle giostre, bagnetti dei bambini, bambini in sala parto, i primi dentini dei bambini ecc ecc… sono andate a finire direttamente nelle cartelle di pedofili, maniaci e cyber criminali di ogni tipo senza che in nessuna di queste mamme si insinuasse il dubbio, lecito e forse naturale derivante dall’interrogativo: ma dove andranno a finire le foto di mio figlio?
La Polizia Postale ha così pubblicato un post sulla sua pagina “Una vita da social” attraverso cui ha messo in atto un tentativo seppur maldestro- con l’obiettivo di informare le mamme sui rischi che si corrono.

una vita da social

Credits photo: profilo Facebook Polizia Postale

Il punto è che non esiste un decalogo delle foto da non postare: immagini che ai più appaiono innocenti e prive di qualsiasi malizia, agli occhi di un soggetto deviato assumono tutt’altro significato. Il messaggio ha diviso l’opinione pubblica in favorevoli e contrari, lasciando spazio qua e là a commenti infelici sull’operato dell’autorità: c’è chi rimprovera alla polizia di dedicare tempo e risorse a faccende dalla dubbia utilità sociale e di trascurarne altre più rilevanti, c’è poi chi difende le proprie buone intenzioni e chi invece ritiene che pubblicare foto e contenuti riguardanti i minori sia inopportuno, pericoloso e privo di senso.

A coloro i quali invece sostengono di aver condiviso le foto dei propri bambini con totale innocenza e certi dell’affidabilità della propria rete di contatti, la Polizia Postale ha risposto che “impostare la privacy sui propri profili in modo che le immagini siano visibili ad una ristretta cerchia accuratamente selezionata, non basta- è soltanto il primo passo”.
Questa nobile operazione si è poi trasformata in altro, fungendo da generatore di corrente ed andando ad alimentare le polemiche: alcune settimane dopo, la Polizia Postale pubblica una foto che ritrae dei bambini in divisa scatenando i commenti di quelle stesse mamme e papà che pochi giorni prima si erano sentiti attaccati. Agli occhi virtuali di alcuni, il tentativo messo in atto è quindi miseramente fallito.

Così mentre nel nostro paese si fatica a comprendere un’azione di questo tipo, i nostri cugini francesi hanno attuato una legge che obbliga i genitori alla responsabilità nei confronti dell’immagine dei minori e che prevede come atto sanzionatorio un anno di detenzione o il pagamento di una multa di 35.000 euro.
L’organismo australiano che ha il compito di monitorare la sicurezza dei minori online- Australia’s new Children’s eSafety- avvisa che circa la metà del materiale rinvenuto nei siti pedopornografici proviene direttamente dai profili di mamme e papà e dimostra inoltre quanto sia facile trafugare queste immagini evidentemente troppo poco protette dalla privacy.
L’idea di base è che una volta condivisa una foto ritraente il proprio bambino, riuscire a tracciare il percorso che questa intraprenderà è del tutto impossibile.

Proviamo a riepilogare i principali rischi che si corrono:
-furto dell’identità online
-furto delle immagini che vengono vendute sul mercato nero, di solito attraverso la       tecnica dell’email
-creazione di una “reputazione digitale” ad opera dei genitori di cui il minore una volta cresciuto potrebbe non andarne fiero
-la tecnica della geolocalizzazione permette a chiunque di reperire facilmente informazioni sugli ambienti frequentati dai minori
Condividere con amici e conoscenti la gioia dell’essere genitore sia che essa derivi dalla nascita, dai primi passi o da altre conquiste del proprio pargolo è un bisogno lecito e naturale e come tutti necessita di un soddisfacimento. In un contesto sociale in cui le relazioni si sono trasformate in connessioni, per evitare di imbattersi in sgradevoli inconvenienti sarebbe opportuno valutare continuamente con chi si condivide il contenuto, non postare foto di bambini nudi, fare in modo che la foto che ritrae il bambino non fornisca informazioni troppo dettagliate sui luoghi ed infine richiedere sempre il consenso dei genitori quando le foto ritraggono anche altri minori.

Questo per quanto riguarda gli utenti; ma vediamo ad esempio come Facebook ha affrontato la questione.
Per aprire un profilo occorre avere 13 anni (in Spagna e in Corea occorre averne uno in più) ma questo resta valido soltanto in linea teorica perchè camuffare la propria età se non addirittura la propria identità non richiede grandi abilità – senza sottovalutare che ciò rappresenta una vera e propria violazione della legge. Ma mentre Zuckerberg è impegnato nella ricerca dell’escamotage che permetta agli under13 di aprire un proprio profilo -sebbene ciò richieda il consenso esplicito e la supervisione dei genitori- l’UE ha proposto negli ultimi mesi del 2015 un provvedimento che prevede di innalzare a 16 anni l’età degli aventi diritto alla propria identità online. Decisione questa che ha suscitato non pochi rumors nel settore: ciò facendo il problema riguarderebbe non solo Facebook ma anche Twitter, programmi di messaggistica come Whatsapp, caselle email ecc ecc..

Tuttavia per arginare le polemiche si è pensato di rimandare a ciascun paese membro la libertà di decidere la soglia minima d’età, fermo restando che tale soglia debba ricadere in un range che va dai 13 ai 16 anni.
Sempre nel 2015 Dan Barak product manager di Facebook- ha lanciato Scrapbook, uno strumento integrato nel social network che consente di creare un vero e proprio album di famiglia tramite l’utilizzo di tag, per la gestione delle foto dei figli lasciando agli stessi genitori la possibilità di limitarne la visibilità. Scrapbook è al momento disponibile negli USA, ma in futuro potrebbe essere esteso anche al resto del mondo.
Zuckerberg per contrastare la tendenza che vede Facebook da un lato popolarsi sempre più da utenti non giovanissimi e dall’altro perdere attrattività nei riguardi dei più giovani che migrano verso nuove piattaforme, sta cercando di superare tutti gli ostacoli che ne impediscono una piena fruibilità.

In un saggio degli anni 60 Umberto Eco divideva i critici dei media (riferendosi in quegli anni alla televisione) in apocalittici ed integrati. Tale polarizzazione seppur in riferimento alla rete ed ai media digitali, resta valida tra gli intellettuali che discutono oggi attorno al tema dell’impatto che hanno avuto le moderne tecnologie.
Siamo passati da “cattiva maestra televisione” a “cattivi maestri social network“. Ciò nonostante, il punto non è scagliarsi contro un “contenitore” perchè di questo si tratta e neppure stabilire chi vinca e chi perda nella perenne lotta tra conservatori e progressisti, quanto invece prendere coscienza del fatto che i media digitali hanno cambiato radicalmente (e continueranno a farlo) il nostro modo di vivere in società e di rapportarci gli uni con gli altri. L’esito di questi mutamenti è da imputare sia alle innovazioni tecnologiche sia alle scelte che in maniera più o meno consapevole effettuiamo vivendo in società.

Francesca Conte

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