Immagini e parole per descrivere la malattia. Una proposta metodologica di Mariaviola De Donno nella sua tesi di laurea magistrale

L’arte del raccontare ha sempre affascinato tutti, sia chi narra, sia chi ascolta. Ma quando i protagonisti sono i racconti di chi ce l’ha fatta, di chi crede ancora di più in sé stesso, di chi vede la vita in modo nuovo, tutto prende una piega ancor più straordinaria.

Laura Mariaviola

Mariaviola De Donno

Mariaviola De Donno, proclamata dottoressa magistrale in Scienze della Comunicazione Pubblica e Sociale il 15 marzo 2016, ha discusso la sua tesi in Comunicazione e marketing sociale intitolata “Lo storytelling in ambito sociale: come le associazioni possono comunicare la malattia attraverso le storie”.
Da sempre interessata all’ambito sociale, ha ideato una proposta metodologica che possa essere utile a tutte le associazioni, indipendentemente dal tipo di malattia che esse supportano, dalla loro diffusione e importanza sul territorio. Al centro della proposta vi è il Visual Storytelling, cioè l’arte del narrare per mezzo delle immagini, tecnica comunicativa ancora poco utilizzata dalle associazioni, le quali preferiscono affidare la comunicazione a contenuti testuali. La collaborazione con la Professoressa Pina Lalli, in qualità di relatrice, e la Dottoressa Claudia Capelli, in qualità di correlatrice, ha permesso alla nostra neo-dottoressa di sviluppare questa tesi sperimentale . Una ricerca molto particolare in cui è stata data la parola agli Onconauti , ovvero coloro che dopo una esperienza diretta con la malattia hanno iniziato il viaggio verso la certezza della guarigione e il recupero della salute.

La base di partenza della sua tesi è stata la partecipazione al laboratorio “Storytelling e informazione Sociale Televisiva” tenuto presso la laurea magistrale Scienze della Comunicazione pubblica e sociale dalla Dottoressa Claudia Capelli nell’anno accademico 2014/15. Per arrivare alla proposta metodologica di Mariaviola, ripercorriamo con lei l’esperienza fatta sul campo, piena di spunti di riflessione non solo scientifici ma anche personali.  

Danila: Cosa ti ha spinto a scegliere di approfondire questa tematica? Quanto ha influito la partecipazione al laboratorio?

Mariaviola: l’ambito sociale mi ha sempre affascinato, molto di più dell’ambito commerciale. Ammetto che prima del laboratorio non avevo le idee molto chiare su cosa fosse esattamente lo Storytelling e in che modo potesse essere applicato al sociale. Infatti questo termine viene soprattutto  associato al mondo commerciale o al mondo politico. Molte aziende, infatti, costruiscono delle vere e proprie storie intorno ai propri prodotti.  Grazie alla partecipazione a questo laboratorio ho capito come questa potente tecnica comunicativa possa essere messa al servizio delle persone per raccontare le proprie esperienze.

D: Qual è stato l’obiettivo di questo laboratorio?

M: il laboratorio è nato in collaborazione con l’Associazione Onconauti, la quale offre un sostegno sia fisico che psicologico a tutte le persone che hanno affrontato il difficile percorso della malattia, e l’emittente televisiva Di.Tv.  Durante il primo incontro l’associazione ha esplicitato i quattro obiettivi da raggiungere: promuovere la salute; promuovere i progetti di riabilitazione alla base del lavoro dell’associazione, la quale ricopre una posizione unica all’interno del panorama bolognese per il tipo di supporto che offre; fund raising, cioè cercare nuovi fondi per riuscire a potenziare le proprie attività; smitizzare il cancro. Quest’ultimo è stato l’obiettivo più importante e anche più difficile da raggiungere. Le storie personali degli Onconauti e le esperienze degli esperti dovevano essere un occasione per riuscire a parlare del cancro non come il “male inguaribile”, ma come una malattia di cui si può parlare a voce alta perché è possibile guarire e lo si può fare recuperando una qualità di vita più che buona.  Il laboratorio aveva dunque l’obiettivo di trovare un modo, che fosse insieme originale e d’impatto, per raccontare l’associazione attraverso le storie degli stessi soci e l’emittente televisiva Di.Tv era appunto il mezzo per veicolare queste storie.

onconauti

Logo dell’Associazione Onconauti

D: Come avete collaborato con questa associazione?

M: per riuscire a raggiungere gli obiettivi prefissati  abbiamo volutamente utilizzato la tecnica dello storytelling, in quanto attraverso il racconto puro e la condivisione di esperienze è possibile raggiungere traguardi importanti sia per la persona che ha affrontato la malattia sia per chi l’ha supportata in questa difficile esperienza. Per lavorare al meglio  ci siamo fin da subito organizzati in tre diversi gruppi: ideazione e conduzione interviste, ideazione del format televisivo, stesura del piano di comunicazione. “La Bussola degli Onconauti” è il nome che abbiamo scelto per la nostra trasmissione. In totale abbiamo realizzato nove puntate, in ognuna in studio erano presenti quattro ospiti, tre di noi più un rappresentante dell’associazione esperto del tema trattato.  Il nostro obiettivo era quello di creare un interazione all’interno del programma che permettesse nei primi minuti di spiegare le motivazioni che ci avevano portato alla scelta di quel determinato tema, e successivamente alle interviste, attraverso le parole dell’esperto, di approfondire, a volte anche con dati scientifici, quanto era stato appena mandato in onda.  

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Negli studi di Di.Tv, durante le riprese de “La Bussola degli Onconauti”

D: Com’è stato essere a stretto contatto con queste persone? Cosa ti ha colpito maggiormente?

M: la cosa che mi ha maggiormente colpito è stata la forza e il coraggio con il quale queste persone hanno raccontato questa loro difficile esperienza. Nei racconti non notavi la sofferenza o la paura della malattia, ma riuscivi a percepire la forza di una nuova vita, la scoperta di nuovi valori e obiettivi da raggiungere. I racconti degli Onconauti, anche se diversi nel modi di approcciarsi inizialmente alla malattia, erano accomunati da una serie di temi ricorrenti, intorno ai quali abbiamo poi incentrato ogni puntata. Il tema che mi ha colpito maggiormente è stato quello del tempo. Inizialmente è visto come un nemico da combattere, si ha paura dello scorrere delle ore e si inizia una vera e propria lotta contro questo. Poi arriva il momento in cui ci si dimentica di avere una malattia ed il tempo acquisisce così una nuova dimensione, perché è proprio lui a restituire la propria vita tra le mani. In una delle interviste degli Onconauti è stato coniato un nuovo termine “cambia-mente”.  Ogni percorso di malattia porta con sé un cambiamento profondo, ma quello che si vuole sottolineare non è il cambiamento dal punto di vista fisico, ma un cambiamento del modo di pensare, di vedere le cose.

CAMBIAMENTE

D: Non solo storie, ma anche immagini. Il Visual Storytelling come può essere utile?

M:  La mia proposta metodologica si basa sui contenuti visivi, integrando i new media, social network e web in generale, e mainstream media, la televisione,  dal punto di vista dello Storytelling basato su video e immagini. Per riuscire a ideare  la mia proposta ho condotto un’analisi  di scenario, nella quale  ho preso in esame associazioni, ospedali e campagne sociale ed ho analizzato in che modo ed attraverso quali canali questa potente tecnica comunicativa viene utilizzata e veicolata. Dai risultati è emerso come la maggior parte delle associazioni preferisca affidare la comunicazione a contenuti testuali. Alla luce di questo ho voluto che la mia proposta si concentrasse sugli elementi visivi. La mente umana processa le immagini più velocemente rispetto a qualsiasi altro contenuto. Queste, a differenza della lingua, sono universali, immediate, dirette: non hanno bisogno di traduzione. La visione di un video stimola sia il senso della vista che quello dell’udito e questo permette una totale immersione in quello che viene riprodotto. Ascoltando e guardando riusciamo a dare un volto alle esperienze e questo ci aiuta ad assorbirle meglio.

D: Cosa ti ha lasciato questa esperienza?

M: scrivere la tesi ha occupato tutto l’ultimo anno della magistrale. E’ stata un’esperienza unica, sia dal punto di vista umano, perché l’incontro con queste persone mi ha fatto guardare la vita in maniera diversa, percependone tante sfumature. Ma anche da un punto di vista professionale, di fatti ringrazio la Professoressa Lalli e la Dottoressa Capelli per l’opportunità che mi hanno dato e per ciò che mi hanno insegnato.  Ora spero che la mia esperienza nel sociale possa continuare.

L’intervista fatta alla nostra neo-dottoressa è ricca di suggerimenti e incentivi. Vogliamo ovviamente offrire a tutti la possibilità di scoprire ed esaminare una tesi che è piena di concetti teorici che possono essere utili, ma soprattutto speriamo di avervi dato degli spunti per riflettere sulla vita, sulle cose importanti che sono attorno a noi, e perché no, avvicinarsi ad un mondo diverso ma che ha bisogno di attenzione.

 
Danila Bronico

Per approfondire:

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