Comunicare ai tempi del referendum

 

Le agenzie di comunicazione da anni gestiscono le campagne politiche dei partiti e dei loro singoli candidati. Dietro un ottimo politico, dalla Thatcher in poi, c’è spesso, se non sempre, una strategia comunicativa forte e indirizzata a un’unica “cosa”: prendere più voti degli avversari convincendo i votanti, una volta nell’urna, a barrare il nome “giusto”.
Ma che succede se, invece di invitare gli elettori al voto “giusto”, si vuol convincerli, in un modo o nell’altro, a non esercitare il diritto di voto, magari ricordando loro quanto si stia meglio in spiaggia piuttosto che in un seggio elettorale?


Forse è meglio fare un passo indietro, e spiegare sommariamente come si arriva a questo punto, il quale è uno step che la democrazia si trova ciclicamente ad affrontare.

Una volta c’era il re. L’uomo in corona decideva tutto. Poi, ad un certo punto, un parlamento entrò in gioco. Le scelte non erano più in mano ad uno ma a pochi, pochi eletti. In seguito arrivò la dittatura. Uno decideva pure per il re, ormai divenuto solo una formalità. Dopo arrivò la Repubblica, la democrazia. Il potere al popolo, che lo esercitava con la partecipazione, con le elezioni. Si scelse di affidarsi a un parlamento che, un po’ come Dio, sarebbe dovuto essere “a immagine e somiglianza” del popolo. Da pochi elettori che partecipavano alla vita politica, si passò, con il suffragio universale, e con entusiasmo ed esultanza, alla partecipazione di molti. Sembrava un successo di tutti, la partecipazione.

Ma poi arrivarono i Referendum. Ed arrivò il quorum. E con questo arrivarono le prime frasi quali “non andate a votare, andate al mare!”. La partecipazione era sacrificata. Votare è bene, ma, a volte, non votare è meglio.

Nel contempo, però, atterrò nel “pianeta politica” il marketing. Partiti orientati ai bisogni del potenziale votante iniziarono a impostare campagne elettorali mirate, studiate. È in questo periodo che iniziano a giocare i comunicatori. Alle agenzie di comunicazione è affidato il compito di creare un campo di battaglia adatto, nel quale il politico possa scagliarsi contro il nemico per raggiungere la vittoria.
L’obiettivo è semplice: prendere più voti degli altri. La tecnica per arrivarci anche: creare le basi affinché la gente vada a votare, e voti per te.

Ma questo è quanto accade per le elezioni politiche, dove l’elettore sceglie chi saranno i suoi rappresentanti. E che succede, invece, se alla votazione è affidato il compito di pronunciarsi su una legge emanata da chi, in precedenza, abbiamo scelto come rappresentante? Ovviamente mi riferisco al referendum.

referendum-trivelle-2016

Photo Credits: ravennaedintorni.it

Cos’è un referendum. Per Referendum si intende “un appello al corpo elettorale perché si pronunci con una decisione su singole questioni” e rappresenta una tecnica di democrazia diretta nella quale i cittadini con diritto di voto prendono parte alla decisione. Nella giurisdizione italiana esiste il referendum abrogativo (art. 75), costituzionale (art. 138), il quale è affermativo, e quindi serve a confermare una legge, territoriale (art.132) e regionale (art. 123). Esiste anche il referendum consultivo, poco usato (1946 e 1989). In Italia, dove fu utilizzata la prima volta per scegliere la forma istituzionale (monarchia e repubblica), la consultazione popolare è stata inserita nella costituzione fin dagli arbori, nel 1948, ma fu disciplinata solo successivamente, nel 1970.

Un po’ di storia. Dopo quello del 1948, in Italia ci sono stati settanta referendum (di cui 66 abrogativi e 2 costituzionali), mentre il settantunesimo è in programma per aprile 2016 ed ha come oggetto l’abrogazione della norma che consente di protrarre le concessioni per l’estrazione di idrocarburi entro le dodici miglia nautiche dalla costa sino all’esaurimento della vita utile dei rispettivi giacimenti. Il primo abrogativo è datato 1974. In quell’occasione si votava per abrogare la legge sul divorzio. Con un’affluenza dell’87%, il fronte del no ottenne il 57% dei voti e la legge rimase in vigore.

Se nello stesso decennio altri due referendum superarono il numero minimo di votanti, è invece negli anni ’90 che si iniziò a confrontarsi con il problema del quorum.
Per quorum si intende il raggiungimento di una soglia di votanti minima, senza la quale il referendum è da considerarsi nullo. Lo si raggiunge se partecipa alla votazione la maggioranza più uno degli aventi diritto.

In questi anni (anni 90) il partito radicale promuove moltissimi quesiti. Sui trentadue proposti, poco più del 30% non raggiunse il quorum. Il problema però si manifestò in tutta la sua interezza negli anni 2000, durante i quali non fu mai raggiunto (16 quesiti dal 2000 al 2010). Solamente nel 2011 un referendum tornò ad avere la partecipazione minima necessaria (58% di votanti).

Il quorum è quindi la caratteristica principale del quesito referendario, ed è quella che fa sì che le mosse comunicative siano diverse rispetto a quelle usate per vincere la partita durante le elezioni in cui si scelgono i rappresentanti.
Il problema del referendum è che spesso uno dei due fronti è talmente in maggioranza che l’unica arma a disposizione dell’altro è l’astensione.

Prendendo come esempio le due fazioni contrapposte per il referendum sulle trivelle del 2016 si può capire meglio. Controllando i dati di Facebook che si riferiscono ai #notriv (a favore dell’abrogazione della legge) si può, infatti, notare come siano nettamente in maggioranza. A oggi (4-4-2016) i no triv godono di circa 30.000 like, mentre i “non voto” (sotto il nome di “ottimisti e razionali”) si fermano a soli 2.176 “mi piace”.

ottimisti e razionali fb

Un’immagine presente nella pagina facebook ufficiale degli “ottimisti e razionali”, che sono a favore dell’astensione.

 

È dunque evidente che in un’elezione politica questi ultimi avrebbero vita dura, se non impossibile. Ma, grazie al quorum, non solo hanno speranza, ma addirittura possibilità di vittoria.

Si scatena perciò una dura lotta senza alcuna esclusione di colpi, nella quale chi gestisce la campagna di mobilitazione al voto deve usare tutte le armi a disposizione per invitare i cittadini a recarsi alle urne. Così succede che le agenzie che curano la strategia sono costrette a mosse anche rischiose pur di aumentare il dibattito.

facebook. no triv

Dalla pagina Fb ufficiale dei #notriv. un esempio di comunicazione del fronte no trivelle

 

Questo però non è sempre positivo. Infatti, la disperata ricerca di modi per diminuire l’astensione può portare a mosse sconsiderate. Un esempio è appunto quanto successo nel marzo 2016, quando il popolo del web si è scagliato contro lo slogan anti trivelle che recitava: “Trivella tua sorella”. Sebbene le intenzioni dell’agenzia di comunicazione curante fossero nobili (volevano associare lo stupro dei mari con lo stupro di qualche fantomatica sorella di “non si sa chi”), l’effetto è stato devastante. Invece di parlare dei mari e dei problemi legati alle trivelle, si è, infatti, scatenata una polemica contro le frasi sessiste, spostando il dibattito verso altri problemi, problemi che nulla centrano con il referendum.

Così, se la scelta di svariare tra l’uso della paura (disastri ambientali causati dalle trivelle) e dell’affetto verso il proprio ambiente (i nostri mari) sembra efficace e positiva, l’errore “sessista” rischia di rovinare molto di quanto fatto.
Oltre alle campagne “volontarie”, esistono poi quelle obbligatorie di informazione.

All’interno del “ diritto d’informazione” infatti, c’è il diritto a essere informati. È grazie a questo che le reti informative, prime tra tutte la RAI, sono obbligate a pubblicizzare il referendum, anche nel caso in cui tutte le forze politiche fossero pro astensione.

Però, come sempre, non funziona tutto a meraviglia. Ed è anche per questo che esiste l’AGCOM. L’ente di controllo sull’informazione, infatti, vigila costantemente per verificare che siano destinati sufficienti minuti per informare i cittadini sui referendum.
Se qualcuno fosse interessato, può trovare nel sito di AGCOM i dati concernenti il minutaggio riservato al referendum.

A noi comunicatori ed esperti del settore invece basta sapere che spesso, se non sempre, l’ente garante ammonisce il servizio pubblico radiotelevisivo per l’inadeguatezza dell’offerta. Se nel 2011 infatti a pochi giorni dal voto con un comunicato ricordava che non si era fatto il possibile per informare i cittadini sul referendum, anche questa volta sembrano ripetersi le stesse circostanze.

A meno di un mese dal quesito referendario, infatti, l’AGCOM ha ricordato come i minuti messi a disposizione per l’informazione siano pochi, tant’è che molte testate giornalistiche hanno ripreso la notizia, forse dimenticandosi di quanto potrebbero fare loro stesse se realmente motivate.

Massimo Giuriato

 

In seguito sono scaricabili alcuni esempi di comunicati emanati dall’AGCOM in merito alle comunicazioni referendari:

raideveinformare

Dati monitoraggio 25-03-2016

Rai2agcom

Comunicato stampa 10-06-2011

 

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