Parole, parole, parole: la lotta al razzismo e alla discriminazione si combatte anche così

In occasione della Giornata Mondiale contro il Razzismo, istituita dalle Nazioni Unite nel 1966 e celebrata il 21 marzo, l’UNAR, l’Ufficio Internazionale Antidiscriminazioni Razziali, organizza la Settimana d’Azione contro il Razzismo, arrivata alla XII edizione: dal 14 al 21 marzo sono state organizzate in tutta Italia una serie di iniziative per favorire il dialogo tra culture, evitare le discriminazioni e combattere i luoghi comuni imperanti nelle nostre società anche a causa del delicato periodo che stiamo vivendo.

A Ravenna è stato ad esempio organizzato un incontro intitolato “Diritti fondamentali, discriminazioni, tutele”, che ha visto partecipare diversi esperti del settore, rappresentanti di associazioni locali e alcuni componenti di Avvocato di Strada Onlus, un’associazione di volontariato nata nel 2000 che si dedica alle persone senza dimora, a prescindere dalla nazionalità, per tutelare i loro diritti fondamentali.
L’associazione conta attualmente 41 sportelli sparsi in tutta Italia, ha difeso nel solo 2015 ben 3000 persone e vede in prima linea quasi 1000 avvocati, senza contare i praticanti, gli studenti di Giurisprudenza e i normali cittadini: tutti loro lavorano come volontari, gratuitamente, e parallelamente si occupano anche di pubblicazioni sul tema e sensibilizzazioni nelle scuole e non solo.

I diversi interventi hanno toccato vari punti “caldi” della questione immigrazione, dal diritto al lavoro per gli stranieri presenti in Italia, sia regolari che privi di permesso di soggiorno, passando per il luogo comune dell’immigrato che invece il lavoro lo “ruba” agli italiani o, peggio ancora, proprio non lo cerca per vivere sulle nostre spalle grazie a contributi statali.
Ma si è cercato di presentare anche casi concreti, che funzionano, come i progetti di inserimento di alcuni ragazzi pakistani, arrivati a Ravenna lo scorso inverno, aiutati da associazioni della città non solo con un tetto per ripararsi ma anche cercando di favorirne l’inserimento con dei corsi di arte, aiutandoli, attraverso le immagini, a imparare le basi della lingua italiana e della nostra cultura.

Altri interventi, come quello del dottor Federico Olivieri, ricercatore del “Centro interdisciplinare scienze per la pace” dell’Università di Pisa, si sono invece soffermati sulle nuove forme del razzismo, arrivando a definirle “democratiche”, perché ormai comuni, date per scontate, quasi non più riconosciute.
In questi casi il legame con il mondo della comunicazione e dei media è molto stretta: sono spesso gli stessi programmi tv, gli stessi articoli di giornale, gli stessi interventi dei politici a trasmettere un’immagine sbagliata dello straniero e del fenomeno migratorio.

(Photo by Elisa Menta)

(Photo by Elisa Menta)

I casi di “razzalizzazione”, cioè discriminazioni e luoghi comuni basati su categorie come quelle di etnia, religione e razza, sono all’ordine del giorno. La razza, basata su meri tratti somatici, fisici ed esteriori, finisce con l’etichettare la persona, intrappolandola in uno stereotipo in grado di marchiarlo come diverso, spesso in senso negativo.
Quello che succede quando noi e, verrebbe da dire come studiosi di comunicazione, i media, parliamo di “rumeni”, “albanesi”, “tunisini” e via dicendo, non è altro che negare il vissuto e la soggettività di persone nascondendole dietro un’etichetta astratta e generale.
Tutto aggravato dalla difficoltà per gli stranieri di presentarsi per quel che realmente sono dato che siamo troppo abituati a parlare per loro, credendo così di aiutarli o di aver risolto il problema.

L’etichetta racchiude un giudizio di valore, naturalmente negativo: si divide la società in comparti stagni, noi contro loro, superiori contro inferiori che, per avvicinarsi più a noi, necessitano di integrazione. Anche questo termine, in realtà, non è corretto: troppo spesso è usato per trasmettere l’idea che le persone debbano dimenticare la loro cultura, rinunciare a una parte di se stessi per diventare uguali a noi.
Questo perché la nostra cultura e il nostro punto di vista sono considerati dominanti e di conseguenza chi non rispetta i nostri canoni è considerato pericoloso. Pericoloso per la società: giornali che titolano di “invasioni” o “città sempre meno sicure” non fanno altro che contribuire alla costruzione dello straniero minaccioso.
Pericoloso per l’economia, perché le persone straniere tolgono lavoro agli italiani o, accettando paghe minime e condizioni lavorative disumane, finiscono con l’abbassare i salari di tutti e spingere i datori di lavoro a non farsi scrupoli, neppure con chi straniero non è. Pericoloso per il sistema sociale in generale, perché è opinione diffusa credere che la maggior parte delle agevolazioni, dalle case popolari agli asili nido, vadano ai migranti. Pericoloso infine per la politica che, coi discorsi d’odio e di paura, raccoglie voti.
In realtà è la situazione attuale di crisi economica, austerità e tagli a ridurre in generale la disponibilità di beni e posti di lavoro, è scorretto dire che gli stranieri “rubino”.

Federico Olivieri (Photo by Elisa Menta)

Federico Olivieri (Photo by Elisa Menta)

Anche considerare lo straniero come risorsa o come vittima, prosegue Olivieri, è scorretto: chi dice che lo straniero è una risorsa in realtà sta già discriminando perché lega la presenza della persona in Italia non come suo diritto ma perché utile a noi, soprattutto per lavori manuali nonostante si tratti di persone formate e esperte.
Lo straniero – vittima è invece descritto come persona passiva, incapace di scegliere autonomamente. Il pensiero corre subito alle persone descritte dai giornalisti come vittime di scafisti: molte di queste, sottolinea Olivieri, partono volontariamente affidandosi ai traghettatori del Mediterraneo perché si tratta dell’unica strada percorribile per arrivare in Europa.

Quello che bisogna fare è quindi vedere nello straniero una persona normale, non diversa, con una sua autonomia e delle responsabilità. Non darne un’immagine irrealistica ed edulcorata ma contemporaneamente neanche fortemente discriminatoria solo per motivi di razza o cultura.
L’attenzione alle parole è importantissima: i mezzi di comunicazione in questo potrebbero tornare molto utili. La Carta di Roma, adottata nel 2008, si concentra sull’utilizzo delle giuste parole da parte del giornalismo ma è stata ed è spesso disattesa.
Per motivi commerciali e politici, più che d’informazione, si tende a nascondere dietro immagini e parole negative il fenomeno migratorio che oggi, a causa di guerre e crisi economiche, si è ulteriormente acuito.

Diventa più semplice parlare di “invasione” in Italia ed Europa dimenticando che i 10 Paesi che accolgono più rifugiati non sono europei. La Turchia ne sta accogliendo 2 milioni, seguiti dal milione di Pakistan, Libano, Iran, e poi, tra gli altri, Etiopia e Ciad. L’Italia ha ricevuto 60.000 richieste d’asilo e ne ha accolte circa 27.000 delle 36.000 esaminate.
È anche più semplice normalizzare la privazione delle libertà delle persone rinchiuse negli hotspot in attesa di essere identificate o espulse. Così non si negano solo i diritti della persona ma la sua stessa dignità: si finisce col considerare la vita altrui come meno importante.

Infine si discrimina l’altro scordando che noi stessi siamo stati e siamo tuttora vittime di pregiudizi: l’italiano mafioso o maleducato o tutto pasta, pizza e mandolino è il protagonista incontrastato dei luoghi comuni che ci riguardano in tutto il mondo.
Se giustamente questo ci fa arrabbiare, dobbiamo essere sinceri con noi stessi e chiederci se questo non possa valere anche per chi ha un’altra nazionalità: non tutte le persone straniere sono uguali, non tutti i migranti sono “terroristi” o “approfittatori”.
Inoltre, oggi come oggi, la maggior parte dei problemi, dai tagli alla sanità al lavoro sempre più precario, è comune a tutti, cittadini italiani e non: l’unica cosa che si può fare è dunque lavorare insieme per una convivenza serena e arricchente.
Il terrore e le discriminazioni, diffusi da politici, media e normali cittadini, fanno solo il gioco di chi il fenomeno migratorio lo vuole presentare in chiave negativa.
Le azioni concrete sono importanti ma è anche con le parole che il razzismo si può combattere.

Elisa Menta

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...