Parole per violentare, parole per rispettare: incontro con la linguista Cecilia Robustelli

Anche le parole possono violentare una donna, come gli schiaffi e i pugni. È una violenza ancora più subdola, perché è perpetrata quasi inconsciamente, considerandola quasi di “serie B”. Invece, come la linguista Cecilia Robustelli, intervenuta al seminario “La violenza contro le donne. Un problema di civiltà”, ha dimostrato, anche il linguaggio può far male ed essere usato in modo diverso, a seconda che ci si riferisca a una donna o a un uomo.

Cecilia Robustelli è linguista, docente universitaria e collaboratrice dell’Accademia della Crusca: come esperta di linguaggio di genere prende parte, dal 2015, a un gruppo di lavoro sul tema, promosso dalla Commissione per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Le istituzioni, infatti, non stanno a guardare: fin dagli anni ’70, fa notare la studiosa, ci si preoccupa di riconoscere la violenza contro le donne, in tutte le sue forme, per cercare poi le migliori soluzioni.

Cecilia Robustelli (photo by Elisa Menta)

Cecilia Robustelli (photo by Elisa Menta)

Tra le forme della violenza troviamo anche quelle linguistiche: il primo punto da chiarire è proprio quello della differenza tra lingua e linguaggio.
Mentre la lingua è il “sistema lingua”, le possibilità che una lingua ci dà di utilizzarla, quindi, per semplificare, le regole che abbiamo studiato nei libri di grammatica delle scuole, il linguaggio invece è la lingua in uso.
La lingua ci offre un numero finito di possibilità combinatorie, mentre il linguaggio può essere usato a proprio piacimento con estrema libertà, trovando l’unico limite nella comunicazione con gli altri e nella comprensione di chi ci sta di fronte.

Quindi è la lingua che di per sé esercita violenza, si chiede Robustelli, o chi parla può fare scelte per evitarlo?
Solo la persona può reagire: la lingua, come sistema, ha precise regole che ci permettono di riferirci alle donne nel modo corretto, ma sono poi le tradizioni, le abitudini, in poche parole, la cultura, che ci portano a discriminare attraverso precise forme del linguaggio.
La prima forma discriminatoria operata attraverso le parole è di tipo semantico: è una violenza “nascosta” dietro espressioni ormai tradizionali, che costruiscono precise immagini della donna difficili da cancellare.

È una discriminazione che comincia col considerare le donne una categoria a sé, diversa da quella degli uomini: la diversità è un concetto molto pericoloso perché implica una precisa posizione, di inferiorità o superiorità, rispetto determinate scale di valori.
E, nel caso delle donne, la posizione è spesso inferiore: espressioni come “crisi di nervi” o “scoppiare in lacrime” sono usate, anche nei media più autorevoli come la stampa, quasi esclusivamente per le donne.
Non ne sono immuni nemmeno istituzioni che dovrebbero garantire imparzialità di giudizio: in un rapporto della Banca d’Italia si legge di “differenze biologiche” che limiterebbero le donne in campo economico.

(Photo by Elisa Menta)

(Photo by Elisa Menta)

La seconda discriminazione possibile è invece quella di tipo grammaticale: Robustelli parla di “discriminazione per sottrazione”, perpetrata senza consapevolezza, nascondendo la donna dietro un linguaggio maschile.
Se la discriminazione semantica “aggiunge” qualcosa alla figura femminile, con espressioni riguardanti il suo aspetto fisico o il suo carattere, qui invece si ricorre a termini di genere maschile che, oltre a nascondere la donna e il suo ruolo, creano anche problemi di comunicazione: le regole del sistema lingua vengono stravolte quando, ad esempio, parliamo di Maria Elena Boschi come “il ministro” o “la ministro”. Chiaramente, se la persona cui ci stiamo riferendo nel discorso non è nota, la comprensione sarà difficile e lo stesso vale per testi lunghi, come articoli di giornale, in cui l’uso del maschile per le donne è molto gettonato, spesso con difficili problemi di concordanza con aggettivi e participi.

Il settore dove le discriminazioni sono più frequenti e che influenza maggiormente le persone, vista la sua capacità persuasiva, è proprio quello dei media.
Tra le discriminazioni semantiche più diffuse troviamo messaggi dal contenuto lesivo e offensivo per le donne. Un esempio l’articolo, comparso sul Corriere della Sera nel 2013, sull’elezione di 4 senatori a vita, 3 uomini e una donna: quest’ultima, la neurobiologa Elena Cattaneo, viene presentata come un’eccezione rispetto ai colleghi uomini, perché donna, studiosa di scienze, con esperienze internazionali e molto più giovane. Gli altri 3 senatori (Renzo Piano, Claudio Abbado, Carlo Rubbia) non meritano alcuna presentazione, vista la chiara fama.

Le donne sono anche più soggette a un’ossessiva attenzione alla loro vita privata: spesso le notizie che le riguardano non si limitano all’essenziale, ma presentano fatti personali con il solo fine di veicolarne un’immagine distorta. Sempre il Corriere della Sera, in occasione della nomina di una donna a capo della missione ONU contro le armi chimiche in Siria, titola: “A Damasco, olandese, parla 6 lingue tra cui l’arabo. Ha lasciato il marito palestinese a New York a curarsi dei 4 figli”.
L’intento è naturalmente quello di macchiare l’eccezionalità e il ruolo di prestigio della donna presentando un aspetto, quello del marito lasciato solo a occuparsi dei figli, inutile, con il solo intento di condannare questa scelta.

Le discriminazioni grammaticali più in voga, come già accennato, consistono invece nell’uso del genere maschile anche se riferito a donne. Ecco così termini maschili per ruoli e titoli professionali ricoperti da donne (ministro, ingegnere, architetto, sindaco e molti altri) o il ricorso al “maschile inclusivo”, quindi le forme maschili plurali per riferirsi a uomini e donne nel complesso.
Nel primo caso si nasconde la donna, non la si nomina, non si riconosce il suo ruolo, mentre nel secondo la presenza femminile va inferita.

Si tratta però di scelte scorrette, contrastanti col principio del sistema lingua ricordato prima, che non si può cambiare a proprio piacimento.
Come il genere grammaticale, ricorda Robustelli, si assegna in base al sesso del referente, così il genere serve a chi ascolta a capire il sesso del referente del discorso: l’uso indiscriminato del maschile, oltre a essere una forma di violenza nei confronti della donna, è anche un ostacolo alla comunicazione perché un testo che non rispetta i principi della lingua è un testo internamente non coeso e, di conseguenza, incomprensibile.

Ma perché tutto questo? Perché il linguaggio, da strumento di comunicazione e condivisione, è stato piegato, in certi casi, a strumento di violenza?
Per tradizione: certe abitudini linguistiche si sono ormai radicate faticando a morire. Inoltre l’italiano è poco conosciuto anche da chi lo parla, non c’è conoscenza delle forme femminili non discriminanti che possono essere utilizzate.
Purtroppo è anche la stessa scuola a non educare: negli ultimi anni si sono succedute diverse prese di posizione da parte delle istituzioni, dalla Convenzione di Istanbul del 2013 alla Risoluzione del Parlamento Europeo del marzo dello stesso anno che, tra le altre proposte, invita a prestare attenzione agli stereotipi sessisti veicolati dagli stessi insegnanti e dai materiali didattici adottati.
Sembra difficile raggiungere l’obiettivo se ancora oggi, nel 2016, molti testi di grammatica italiana adottati nelle scuole medie per spiegare la costruzione del femminile di certi termini professionali parlano di “forme sgradevoli”, “da evitare”, preferendo quindi le versioni al maschile. O se gli stessi dizionari non riportano certe forme femminili o, quando lo fanno, le definiscono “scherzose”, come nel caso di ministra.

(Photo by Elisa Menta)

(Photo by Elisa Menta)

Il timore di sbagliare e la “bruttezza” di certe parole al femminile che le renderebbero inutilizzabili (come architetta) sono scuse spesso addotte ma inutili: il linguaggio discriminante fa solo del male perché nasconde l’emancipazione femminile, la conquista dei diritti, la parità di genere e rafforza una vasta gamma di stereotipi che, consolidandosi, creano vere e proprie immagini mentali.
Da qui scatta la violenza: la donna che non rispetta il ruolo assegnatole, che non si adatta al modello imposto dalla società, dalla cultura e dal linguaggio, scatena rabbia.

Il linguaggio è potere e noi lo abbiamo utilizzato per piegare la lingua a fini poco nobili, per violentare, mortificare e nascondere.
Ma la lingua ha regole precise e paritarie che rispettano tutti e non offendono nessuno: la lingua, conclude Robustelli, ci permette di vedere il femminile nella società.
Basta solo volerlo.

Elisa Menta

2 pensieri su “Parole per violentare, parole per rispettare: incontro con la linguista Cecilia Robustelli

  1. Pingback: Words to molest, words to respect: meeting with the linguist Cecilia Robustelli | CompassUnibo Blog

  2. Pingback: #donne. Violenza, femminicidio e differenze di genere raccontati da esperti linguisti e sociologi | CompassUnibo Blog

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